Andreea Simionel - a tu per tu con ilRecensore.it
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A tu per tu con Andreea Simionel:

Andrea Simionel ci parla di un corpo migrante, una lingua come ferita e il desiderio di diventare invisibili

Andreea Simionel - a tu per tu con ilRecensore.it

Con Andreea Simionel abbiamo attraversato i territori sospesi e fragili di La ragazza d’aria, romanzo pubblicato da Rizzoli che si è imposto come una delle voci più interessanti e stratificate della narrativa italiana contemporanea.

Nata nel 1996 a Botoșani, in Romania, e trasferitasi in Italia a undici anni, Simionel aveva già attirato l’attenzione con Male a est; con La ragazza d’aria, però, compie un ulteriore passo nella costruzione di una scrittura riconoscibile, rarefatta e incisiva, capace di trasformare l’esperienza della migrazione, del disturbo alimentare e dello sradicamento identitario in materia letteraria viva.

Nel corso della nostra recensione abbiamo definito il romanzo “un testo che non solo si legge, ma si abita”, sottolineando come la sua forza risieda proprio nella capacità di trasformare la leggerezza in un principio conoscitivo e l’aria, elemento centrale del titolo, in un vero dispositivo narrativo e simbolico.

Aryna, protagonista del libro, vive infatti in uno spazio di confine: tra due lingue, due Paesi, due versioni di sé. Il suo corpo diventa il luogo in cui si combatte una battaglia invisibile tra appartenenza e rifiuto, controllo e dissolvenza.

In questa intervista, Andreea Simionel ci racconta il rapporto tra immigrazione e corpo, il legame tra lingua e identità, la costruzione di una sintassi “senza grasso”, il fascino ambiguo dell’anoressia, il ruolo della scrittura e dei libri come possibilità di salvezza.

Ne emerge una conversazione lucidissima e a tratti spietata, in cui la riflessione letteraria si intreccia continuamente all’esperienza personale senza mai trasformarsi in semplice autobiografia.

Una voce che osserva il dolore senza retorica e che riesce a trasformare la fragilità in uno spazio di resistenza.

1. Nel romanzo, Aryna afferma: “Il mio corpo è arrivato, finalmente. Ha percorso i chilometri che ci separavano, ha oltrepassato i confini”
Lo sradicamento sembra compiersi prima sulla carne che sui documenti ufficialie il corpo appare come un vero e proprio confine geografico.
Lei ritiene che l’emigrazione possa rappresentare una metamorfosi fisicamente traumatica, soprattutto per il corpo di un’adolescente?

«È la prima frattura, non vista. Avevo bisogno di dimostrare che a cambiare paese sta male il corpo, di creare un collegamento tra immigrazione e anoressia.

Quello contro cui lei sbatte è che la metamorfosi è irreversibile, non si torna indietro, né a quando abitava in Romania né a quando aveva un corpo di bambina.»

2. Vivere tra due lingue significa spesso abitare una terra di nessuno, attraversare uno spazio di mezzo.  Come ha influito l’assimilazione dell’italiano sulla ridefinizione dell’identità non solo di Aryna, ma anche della stessa Andreea? È una lingua che accoglie o, inizialmente, è percepita come un sistema che esclude e allontana?

«Se penso all’italiano mi viene sempre in mente una copertina di Madame Bovary. Io ho un vecchio Garzanti con il quadro di Courbet, ma francamente vanno bene tutte. Una donna che si pettina o che non si sa bene cosa guardi, ma vuole essere guardata.

L’italiano è una lingua vanitosa, si specchia in se stessa e nuota nelle sue strutture. È una cosa che posso dire oggi, da scrittrice, mentre Aryna non lo sa ancora.

Può solo rifiutare l’ennesimo gioco di specchi, mangiarselo prima lei, letteralmente: i primi anni a scuola studia a memoria, sperando di risputare le parole, invece che venirne mangiata.»

3. La grafica della copertina sembra restituire un’immagine quasi ansimante, come quella di un corpo colto nel gesto del boccheggiare. Questa sensazione di sottrazione e di mancanza d’aria si allinea perfettamente alla Sua scrittura, che spesso lavora per ellissi, con uno stile essenziale e privo di grasso superfluo. 
Come ha lavorato sulla sintassi per restituire quella sensazione di rarefazione e, insieme, di estrema lucidità che accompagna il percorso della protagonista?
La ragazza d'aria - a tu per tu con l'autrice Andreea Simionel - ilRecensore.it

«Leggere in lingua mi ha aiutato tanto. Poco prima di iniziare a scriverlo ho provato a fare un esperimento su me stessa: l’italiano è solo un software che ho installato quasi vent’anni fa, mi sono detta, vediamo se si riesce a disinstallare.

È stato come tappare il vulcano e soffocarlo. Quando poi ho tolto il coperchio lo stile è venuto fuori più affilato, aveva qualcosa da dimostrare. A livello di trama Aryna deve restare sempre fredda e razionale, e la sintassi la deve accompagnare. 

Poi mi diverto sempre tanto a schiacciare l’italiano. Adesso sto provando a leggere Tu rostro mañana di Javier Marias, è difficilissimo.» 

4. “La ragazza d’aria” è un titolo che oscilla tra l’etereo e il tragico e suggerisce una condizione di esistenza paradossale; l’aria è l’elemento vitale per eccellenza, ma è anche sinonimo di inconsistenza, di vuoto, di una trasparenza che confina con l’invisibilità.  Possiamo leggere in questo titolo il tentativo della protagonista di trasformare la propria fragilità in una forma di resistenza incorporea?  

«Parte tutto dal suo bisogno di sentirsi viva e trovare la propria specialità. È una cosa che ricorre spesso, medici e insegnanti le chiedono: pensi di essere speciale?

Lei è arrogante e a furia di pensarlo lo diventa davvero. Gli altri chiacchierano e fanno amicizia nell’intervall0? Lei legge e resiste. Gli altri mangiano primo, secondo e contorno? Lei resiste, a casa sua non si fa così. Gli altri le offrono cibo/affetto?

Lei resiste. Quindi sì, resistere a tutto, sperando che queste fragilità prima o poi si impilino per diventare forza.» 

5. Nel romanzo è molto forte il legame tra l’aria e il desiderio di invisibilità. In che misura la sottrazione di sé resta l’unica arma di difesa per chi non riesce a trovare il proprio posto nel mondo? Secondo Lei rendersi trasparenti è un modo per diventare inattaccabili?

«Mi vengono in mente due cose. Quando ero piccola sognavo di poter diventare invisibile e passare attraverso le pareti, volevo entrare nel chiosco della via di notte e rubare le caramelle, mi sembrava il massimo superpotere. Mi sa che non è cambiato niente. 

Poi il paragrafo di un libro di Pan Solcan, Vameşul ploilor: “Brillava. Non aveva ammiratori. Non spargeva timore, solo freddezza astrale. […] Gli mancavano le debolezze.” Un po’ come Aryna». 

6. Spesso si interpretano i disturbi alimentari come patologie del vuoto, ma la storia di Aryna sembra suggerire che siano, al contrario, tentativi estremi di riempimento di senso attraverso il controllo. In un’epoca che spinge verso una performance costante e un’esposizione totale di sé, la scelta di diventare aria, può essere letta come una forma di resistenza muta ad un mondo troppo ingombrante?
Qual è la sua riflessione sulla natura di questo disagio, che nel libro appare quasi come la ricerca di una purezza spirituale in opposizione alla pesantezza della carne e del trauma?

«C’è quella canzone degli U2, With or without you. Mi è sempre piaciuto quando Bono canta in crescendo and you give yourself away. Ti dai via, ti dai via. Io ci vedo il rapporto con l’arte, posso vivere con o senza te, mi devo continuamente esporre e dare via? È lo stesso rapporto che Aryna ha con il corpo e il cibo, cosa sto cercando e quanto di me devo dare via prima di trovarlo?

L’anoressia in generale ha un fascino e un’eleganza macabra, da setta quasi. La purezza e la perfezione esistono, sono solo in un reame a cui è meglio cercare di non accedere. No trespassing». 

7. Attorno ad Aryna si muovono figure adulte che appaiono drammaticamente distanti nonostante a modo loro, cerchino di offrire protezione; si ha la sensazione che il tentativo di salvare la protagonista rischi di diventare una pressione ulteriore che ne ignora l’autentica sofferenza.
Secondo Lei è possibile aiutare qualcuno senza prima accettare e riconoscere il fallimento delle proprie certezze? Il ruolo dei genitori si pone come una testimonianza d’amore o come un tentativo di ricondurre l’ignoto del dolore di Aryna a delle logiche per loro rassicuranti?

«Ho sempre oscillato tra i due approcci. Uno amorevole e sensato, siamo due adulti, parliamo dei temi della vita, che è della madre e di un’insegnante; l’altro spietato, che è poi del padre e della dottoressa Drago: sei una brutta strega e fai schifo. Non c’è giusto e sbagliato, tutto fa, nel tentativo di raggiungere. 

I genitori non possono nulla, almeno in un primo momento. Sono insieme vittime e carnefici. Mi immagino cosa risponderebbero mia madre e la madre di Aryna: siete più capaci voi? Fate due figlie, poi vediamo.»  

8. In questo panorama, la figura della professoressa emerge come un necessario ponte verso l’esterno e il suo non è un intervento correttivo, ma un’offerta di strumenti, quali possono essere i libri e la scrittura.
Possiamo dire che la scrittura e la letteratura abbiano il ruolo di una terapia non invasiva, capace di dare un nome al dolore quando il corpo ha terminato le parole e che per Aryna scrivere sia un’ancora che le permette di abitare la realtà senza esserne schiacciata?

«Paradossalmente questo romanzo è stato il primo momento della mia vita in cui ho iniziato a tenere un diario di scrittura. Mi annotavo delle cose, oggi è andata bene, oggi abbiamo capito cosa non funziona, ce la posso fare, una cosa per volta, devo avere fiducia.

È anche stato il primo momento in cui mi alzavo al mattino e mi chiedevo: chissà cosa fanno i miei piccoli avatar oggi, Masha, Aryna, Diana? Ho scoperto dopo che nella sua routine Virginia Woolf faceva tanto journaling.

Oggi che aspiro a scrivere per professione nego il valore terapeutico della scrittura, ma non è giusto negarlo a qualcun altro. Può essere un modo per pensare, ingentilirsi a se stessi e capirsi meglio.» 

9.  Nel romanzo il legame tra donne – da quello viscerale con la sorella all’incontro con Anna nell’istituto – sembra costituire l’unica vera rete di salvataggio; in un mondo che cerca di normalizzare Aryna dall’alto, questa forma di comprensione orizzontale agisce come uno specchio in cui riconoscersi senza il peso del giudizio.
Secondo Lei è corretto interpretare questo tipo di legame come uno spazio in cui l’identità di Aryna può finalmente smettere di essere aria e ritrovare una forma di appartenenza?

«Per anni sono stata ossessionata dalle routine di altri scrittori: loro come fanno? A che ora si alzava Kafka, a quanti anni ha esordito Stephen King?

Confrontarsi anche in modo tossico con gli altri. Aryna è uguale, però cerca un punto di approdo buono, trova i suoi modelli, guarda le altre donne della sua vita e si chiede: loro come fanno? Pesca un po’ da tutte, è una ladra di identità e prima o poi appartiene.»  

10. Il romanzo non segue una linea retta, ma procede per frammenti e sensazioni sovrapposte, suggerendo una vicinanza profonda con la materia trattata.  In questa struttura non lineare quanto è stato complesso gestire il confine tra l’io narrante e l’io biografico?
Ha sentito l’esigenza di attingere alla Sua memoria personale per dare verità a questa storia, o la distanza della finzione è stata necessaria per guardarla con la giusta lucidità?

«Penso che la narrativa abbia un tempo intimo di inerzia di quindici, vent’anni.

L’immigrazione e il corpo sono state le mie fratture, ho sempre rubato in modo buzzurro da lì. Ma senza la distanza del tempo e la pretesa di fare finzione non aveva senso pubblicare questo romanzo, sarebbe stato uno spazio mio.

Bisognava fare un passo indietro, sperare che diventasse lo spazio di qualcun altro.» 

11. Il Suo romanzo è disseminato di riferimenti e citazioni che agiscono come bussole nel caos interiore della protagonista. Se dovesse scegliere un solo libro tra quelli citati quale consiglierebbe ai nostri lettori e per quale motivo?

«Per anni avrei detto La trilogia della città di K. L’ho riletto quest’estate durante l’editing e non ho proprio capito di cosa parlasse. Forse direi It di Stephen King (a settembre compie quarant’anni!).

È mattone abbastanza da tenere compagnia per molto tempo, che è la prima cosa che devono fare i libri, esserci.» 

la Redazione ringrazia Andreea Simionel per la disponibilità.

Autore

  • Paola Vicidomini

    Sono nata a Roma e vivo a Salerno, dove coltivo da sempre l’amore per i libri e la scrittura; avvocato di nome ma lettrice di cuore, quando è possibile preferisco affidare le cause in tribunale a mio marito e occuparmi di quelle che combattono i personaggi dei libri, ascolto le loro voci, ne raccolgo i segreti e li trasformo in recensioni che, da diverso tempo condivido in un gruppo Facebook dedicato ai lettori.
    Il mio stile è insieme analitico e personale poiché intreccio la trama con le mie sensazioni di lettrice, restituendo non solo la storia, ma anche le emozioni e le suggestioni che il libro porta con sé.
    Credo fermamente che “un libro sia un giardino che puoi custodire in tasca”: ogni lettura diventa un viaggio da vivere e condividere.

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