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Amras di Thomas Bernhard

Amras: la prigione dei superstiti

«Nei miei libri tutto è artificio … e lo spazio della scena è totalmente buio … Nell’oscurità tutto diventa più chiaro» ha scritto Bernhard.

Ed è dalle tenebre della torre di Amras, dove hanno trovato rifugio dopo essere scampati al suicidio della loro famiglia – concertato in una notte di Föhn –, che affiorano sotto i nostri occhi i fratelli K . e Walter. Avvinghiati l’uno all’altro, prigionieri di una «endogamia spirituale», uniti da un affetto che scaturisce dalla «reciproca avversione naturale», vivranno in quel luogo «un’unica notte senza sonno»: una notte attraversata, per noi lettori-spettatori, da un freddo bagliore, e da una domanda perenne, destinata a non avere risposta: «perché siamo costretti a vivere ancora?».

Libro prediletto di Bernhard, presto dimenticato per la sua giovanile sfrontatezza e l’audacia compositiva – cui concorrono materiali disparati, pagine scritte da Walter nella torre, lettere, aforismi –, Amras ci sconcerta ancora oggi per la sua voce inaudita, come quella della «cornacchia congelata» che abita in queste pagine e in ognuno di noi, turbandoci «con la sua attenzione»: la coscienza.

Amras è la torre dove si rifugiano i fratelli K e Walter dopo la tragedia che ha investito la famiglia, un suicidio collettivo.

I genitori sono morti, i fratelli sono sopravvissuti, e questo, agli occhi della città di Innsbruck, è imperdonabile.

La narrazione è epistolare, attraverso la voce del fratello maggiore K, che racconta come si vive nella torre e dalla fatica di essere sopravvissuti.

Il motivo del suicidio? Duplice: il fallimento economico del padre e la malattia della madre – epilessia – di cui soffre anche Walter.

Thomas Bernhard ha affermato che Amras è tra i suoi libri migliori, anche se vi si nota un po’ di immaturità nella scrittura.

Tuttavia, oggi siamo bombardati sui social e sui forum da guru che consigliano come scrivere un buon romanzo, suggerendo incipit coinvolgenti, colpi di scena o molle che fanno scattare qualcosa. In Amras tutto questo non c’è per una semplice ragione: è quasi tutto già accaduto. La decisione del suicidio, il momento e il dopo. Il lettore si trova immerso in quelle lettere e, tra un ricordo e una confessione, apprende quello che è già avvenuto.

L’epilessia: un argomento che fa ancora tanta paura, visto come qualcosa che impedisce di vivere. L’epilessia è quel male atroce che mortifica la vita e la genialità di Walter, un ragazzino sensibile che non ha più voglia di vivere.

I due ragazzi possono uscire dalla torre; lo fanno per parlare con i contadini e, soprattutto, per andare dall’internista.

La figura dell’internista è emblematica. Nel descrivere questo medico, Bernhard afferma che le sue teorie stavano avendo successo fuori dall’Austria; questo induce a pensare a un accostamento del personaggio a Sigmund Freud che, pur non avendo operato a Innsbruck, si occupò di epilessia, soprattutto nella prima parte della sua carriera.

Ma a parte questo riferimento, l’internista sembra essere più uno di quei personaggi che troviamo nei romanzi che parlano di torture; la descrizione della sua sala e della sedia non sembra il sinonimo di una guarigione, ma di una prigione eterna. L’internista non scava l’anima di Walter per salvarlo, ma per sprofondarlo nell’abisso.

Il suicidio: è l’unica soluzione, una liberazione. Bernhard, come altri, si interroga sul significato di questo gesto. Molti intellettuali e filosofi ne hanno parlato: per Socrate era un atto dovuto, per Plotino una liberazione dal corpo, nel Medioevo un peccato mortale, e ancora un atto eroico o di ribellione.

I due ragazzi sono visti come peccatori. Volevano uccidersi e invece sono sopravvissuti ai genitori. Non ho trovato empatia da nessuna parte. Tanta crudeltà anche da chi sembra volerli aiutare, tanto cinismo.

Il lettore vuole continuare a leggere ma prova fastidio; non dalle parole o dalla storia ma da quel senso di povertà umana che permane in tutta la storia. I ragazzi sono sulla torre – proprio come alcuni principi – destinati a sparire o guarire.

Bernhard centra un argomento sempre attuale: il cinismo della folla che accusa qualcuno forse perché non rientra nei canoni comuni. La gogna mediatica arriva prima della giustizia e non si interessa di ciò che il “diverso” sta provando. Adora quel teatro pubblico e sdegna il dolore profondo.

«Attraversare Aldrans di sera... non c'è anima viva... io chiamo e nessuno mi sente... per la paura converso con l'eco che produco io stesso... e così, con quella voce che mi appartiene e che nessuno ode, nulla ispira fiducia.»

Thomas Bernhard autore di Amras - ilRecensore.it

Thomas Bernhard (1931-1989) è figlio di una ragazza-madre che aveva lasciato l’Austria per sottrarsi allo scandalo.

Ancora neonato, viene affidato ai nonni con i quali vive, prima a Vienna, poi a Seekirchen e a Salisburgo, gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Frequenta il liceo classico, che non conclude. A diciotto anni viene ricoverato in sanatorio, dove comincia a scrivere.

Pubblica racconti su quotidiani e riviste e, nel 1963, il suo primo romanzo, Gelo, che vince il prestigioso premio Brema. I suoi attacchi alle istituzioni statali e a importanti personaggi politici suscitano e continueranno a suscitare scandalo.

A partire dagli anni Settanta si dedica intensamente al teatro scrivendo numerosi testi che il regista Claus Peymann mette in scena quasi sempre con l’attore Bernhard Minetti.

Tra le sue opere principali: Perturbamento, Il nipote di Wittgenstein, Il soccombente, Estinzione, edite da Adelphi.

Il suo teatro è raccolto in cinque volumi da Ubulibri.

Di Thomas Bernhard Einaudi ha pubblicato La partita a carte, Ungenach, La fornace, Gelo e Amras.

Autore

  • Samanta Giambarresi

    Siciliana con la predilezione per gli scrittori siciliani.
    Ho scoperto la passione per la lettura quando mia sorella mi ha letto la novella La Giara di Pirandello.
    I libri sono mondi da scoprire, dove una storia bellissima, segreta, si svela pagina dopo pagina.
    Ho iniziato a scrivere recensioni nel 2006 per una rivista letteraria. Ho collaborato con varie riviste letterarie e case editrici.
    Scrivo e leggo ascoltando musica. Adoro accompagnare la lettura con bevande calde (che spesso si raffreddano mentre sono immersa nella lettura!)

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