Il salone dell’effimero
L’effimero sarei io, sia chiaro.
Come ogni anno, a qualche settimana da Maggio, torna la domanda fondamentale: “salire o non salire?”.
Principalmente per questioni organizzative che oscillano tra turni improbabili, ferie che esistono solo nella teoria, uno o due giorni di permanenza e l’annoso duello tra Trenitalia e Flixbus, che puntualmente rivaluto solo a viaggio concluso e con profondo rancore.

Per farla breve: decido sempre di salire, sì, “salire”, perché parto da Sanremo e noi liguri queste cose le prendiamo sul serio, pochi giorni prima dell’inizio del Salone.
Quest’anno, per la prima volta, addirittura il giorno stesso dell’apertura. Sulle code invece preferisco stendere un velo pietoso: diciamo solo che dopo qualche ora ho iniziato a guardare i tornelli con lo stesso spirito con cui si osservano i caselli in agosto.

Anche quest’anno sono arrivato al Salone Internazionale del Libro di Torino con un piano strategico piuttosto preciso.
O, perlomeno, con quello che nel mio caso può essere definito “piano strategico”: pochi punti chiari, molta speranza e un’altissima probabilità di deragliare dopo i primi venti minuti.
Gli obiettivi principali erano due: Minimum fax e gli stand dedicati alla poesia. Fine. Tutto il resto sarebbe stato lasciato al caso, che al Salone lavora più di qualsiasi ufficio stampa. E infatti il caso, come sempre, si è dimostrato estremamente operativo: ti giri e hai Rampini che parla a tre passi da te, fai una curva sbagliata ed ecco Zagrebelskycomparire come un boss finale della cultura italiana.
Da Minimum fax, comunque, si confermano ogni anno meravigliosi: fantastici, simpaticissimi, super disponibili e pericolosamente bravi nel farti venir voglia di comprare anche libri che non sapevi di desiderare fino a trenta secondi prima. Inoltre ho ricevuto una notizia bomba. Non dirò altro perché saranno loro, giustamente, ad annunciarla, ma sappiate che ho dovuto esercitare un autocontrollo quasi sovrumano per non trasformarmi immediatamente in una newsletter ambulante.

Tra le scoperte più belle di questa edizione c’è stata sicuramente la casa editrice Mercurio, che aveva allestito una vera e propria “stanza del rituale” per presentare Riti privati di Julia Armfield: un’opera curiosissima, straniante, magnetica, una di quelle cose che ti fanno fermare qualche minuto in più del previsto e uscire dallo stand con la sensazione di aver intercettato qualcosa di vivo.
Come ogni anno, torno a casa distrutto e con la granitica convinzione che l’anno prossimo mi organizzerò meglio e resterò almeno due giorni. Puntualmente è una promessa che finisce nello stesso archivio mentale della storica questione “Trenitalia o Flixbus?”, cioè il luogo dove accumulo le decisioni che non prenderò mai con sufficiente anticipo.

Perché un solo giorno, diciamolo, non basta.
Non basta neanche per godersi bene soltanto gli stand che interessano davvero. Ogni anno faccio questa scoperta con lo stupore di chi cade dalla sedia e si sorprende della gravità.
Però c’è anche un dato positivo: il mio portafogli, in teoria, dovrebbe ringraziarmi. In teoria, appunto. Perché poi torno comunque a casa con una pila di libri tale da farmi sembrare un piccolo corriere editoriale indipendente.
Quest’anno il bottino comprende:
- La ragazza Carla di Elio Pagliarani (Il Saggiatore)
- I Novissimi. Poesie per gli anni ’60 (Einaudi)
- Idaho Winter di Tony Burgess
- Proprietà privata di Richard Yates
- A casa e ritorno di Chris Offutt
- Spettri della mia vita. Scritti su depressione, hauntologia e futuri perduti di Mark Fisher (Minimum fax)
- Victorian Psycho di Virginia Feito
- Il vasto territorio di Simón López Trujillo (Mercurio)
Insomma: anche quest’anno sono partito dicendomi “guardo soltanto”.
Il Salone, fortunatamente, continua a non credermi.
di Luca De Vincentiis
Piccola guida/resoconto/parole in libertà sul Salone
Non so se capiti anche a voi, ma spesso, dopo le cose belle, per un po’ sono triste.
Dopo un concerto, per esempio, sono così giù da piangere riascoltando all’infinito le canzoni; oppure dopo una vacanza, piango riguardando le foto e i video collezionati. Insomma, sono stata al Salone e mi ritrovo, dopo diversi giorni, a scorrere freneticamente i vlog di booktoker che nemmeno seguo nel tentativo di vivere ancora un po’ in quell’atmosfera.
D’accordo, questa cosa devo assolutamente imparare a gestirla, però il Salone è talmente surreale che non si può uscirne indenni.
Negli anni, ho fatto le mie comparsate vestendo diversi ruoli: all’inizio come semplice visitatrice, mi destreggiavo tra stand, padiglioni, sale presentazioni, il tutto cercando di non perdere di vista il mio entourage di amici/parenti perché con la connessione che c’è li dentro chissà quando sarei riuscita a rintracciare telefonicamente qualcuno.
Dopo qualche anno da babbana ho fatto l’upgrade a lavoratrice: ho abitato gli spazi di Lingotto Fiere per una settimana, in cui non ho fatto altro che alzarmi, prendere la metro, consigliare libri, vendere libri, riprendere la metro e sdraiarmi, mangiando e andando in bagno qualche volta qua e là, quando capitava.

Pensavo di aver dato tutto, che non esistesse altro ruolo per me nella kermesse ma sbagliavo: quest’anno, in maniera del tutto inaspettata, sono entrata dall’ingresso D (il più comodo, non c’è mai fila!) come relatrice, con tanto di pass con accessi illimitati ovunque – muahahahah (questa dovrebbe essere una risata malefica).
In virtù di questa polivalenza, posso attestare che ogni Salone per me è stato diverso.
Quest’anno, per esempio, all’insegna dell’ansia da prestazione, ma anche del revival nostalgico perché ho rivisto vecchi compagni di vita torinese (città in cui ho vissuto e studiato per anni), con cui ho pellegrinato a turno per le vie del Salone, purtroppo solo venerdì.
(Sulla scelta del giorno migliore in cui visitare la fiera, il discorso potrebbe non finire mai: il giovedì c’è meno gente, ma ci sono le scuole in gita e meno ospiti illustri; il venerdì meno scuole, ma più gente e più ospiti; il sabato e la domenica, soprattutto al pomeriggio, il tutto si trasforma in un girone infernale in cui la punizione per non so quali peccati è stare spiaccicati come sardine chiuse in una scatoletta per un giorno intero, però rischi di andare a sbattere contro, che so, Bernie Sanders, quindi forse ne vale la pena; il lunedì, al contrario, regna la calma, ma conviene andare al mattino perché tanti al pomeriggio cominciano già a sbaraccare.)
Tutto questo per dire che il Salone non è fatto solo di libri e devo ammettere che quest’anno, più di tutti gli altri, mi sono concentrata sulle persone.
Sarà che lavoro in libreria e da quando mi hanno assunta ad oggi ho comprato circa un libro al giorno, ma ho scoperto che non serve a niente stare in mezzo a tutta quella gente se poi nemmeno ci parli. Posso definire questo, per me, il salone delle “““public relations”””, sia perché tecnicamente, ecco sì in via del tutto teorica, sarei un’autrice, cioè si ho esordito in libreria con due racconti contenuti in Oltre lo sguardo (Accento Edizioni), per cui abbiamo fatto quella presentazione fighissima di cui vi ho accennato; sia perché ho chiacchierato con chiunque mi capitasse a tiro.
Editor, editori, lettori, appassionati, divulgatori, signore in fila per il bagno (questa è la mia specialità, le chiacchiere casuali con le signore).
Certo, ho comprato dei libri, non lo nego, ma stretto dei legami ed è stata questa la forza del mio Salone. La cosa più bella che mi sia capitata di recente.
di Alice Dalle Grave



