Cucinare nel secolo sbagliato - ilRecensore.it
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Cucinare nel secolo sbagliato di Teresa Präauer 

Cucinare nel secolo sbagliato: una cena perfetta che svela il vuoto della contemporaneità

Per la padrona di casa il cibo è sempre stato legato a un processo di crescita: dalle omelette della nonna, guarnite con cucchiaiate di marmellata, al sorso salmastro della prima ostrica. Ora che ha passato i quarant’anni, si prepara a dare una cena, desiderosa di mettere in tavola piatti raffinati, negli ingredienti e nella presentazione.

Piega con cura i tovaglioli di lino in triangoli perfetti, sistema fiori di campo – una casa deve pur raccontare la vita! – sul tavolo di design danese dentro a un vaso di design finlandese e fa partire una playlist di musica jazz che trasmette un’eleganza disinvolta. Quella degli ascoltatori «con poca competenza ma molto gusto», di chi nella vita insegue a ogni costo il desiderio di distinguersi, non solo quando arreda, ma anche quando cucina, mangia e riceve.

Eppure, la compostezza comincia a vacillare non appena arrivano gli ospiti, che entrando nell’appartamento appena rimesso a posto, un po’ brilli e decisamente in ritardo, neppure si accorgono delle scie d’acqua che stanno lasciando sul pavimento. Mentre i convenevoli e le chiacchiere colte lasciano il posto ad attriti culturali e tensioni erotiche, tutte le inibizioni a poco a poco si dissolvono e la padrona di casa fatica a tenere sotto controllo una serata la cui evoluzione non poteva nemmeno lontanamente immaginare…

In questo romanzo di insolita grazia e intelligenza – un grande successo del passaparola -, Teresa Präauer disegna il ritratto di una generazione invaghita di forme e immagini, dando vita a una brillante commedia di costume che, sulla scia di libri di culto come Le cose di Georges Perec e Il dio del massacro di Yasmina Reza, mette a nudo la profonda crisi di senso che colpisce i nostri tempi, iperconnessi sui social network ma disconnessi dalla realtà.

Il romanzo di Teresa Präauer – Cucinare nel secolo sbagliato – si configura, più che come una narrazione tradizionale, come un dispositivo critico, un testo che utilizza la forma del racconto per mettere sotto osservazione i codici sociali, linguistici e culturali della contemporaneità. 

In questo senso, definirlo semplicemente un romanzo sarebbe riduttivo, poiché ci troviamo di fronte a una satira sociale raffinata, costruita attorno a un evento minimo – una cena tra conoscenti – che viene progressivamente svuotato di linearità narrativa per diventare oggetto di analisi.

La struttura lo conferma, dal momento che il narratore, volutamente impersonale ed in terza persona, non scompare ma filtra costantemente la realtà, rielaborando anche i dialoghi, che non si presentano mai come scambi diretti e mimetici, bensì come discorso riportato, sintetizzato, osservato. 

La padrona di casa”, “il partner” e, più in generale gli ospiti, non sono personaggi pienamente definiti, ma funzioni sociali, ruoli che si muovono all’interno di un rituale codificato e questo svuotamento dell’identità nominale produce un evidente e voluto effetto di generalizzazione.

Ciò che viene raccontato non riguarda solo una situazione specifica, ma una forma diffusa di esperienza borghese contemporanea. 

A questo impianto sicuramente originale si aggiunge un altro elemento decisivo e fortemente caratterizzante l’intero testo, poiché il narratore si mette alla prova effettuando tre distinti tentativi di raccontare la cena ed offrendo altrettante versioni alternative degli eventi; non si tratta di variazioni decorative, ma di un vero e proprio smontaggio della narrazione, forse proprio a dimostrazione del fatto che la realtà non è mai stabile, ma continuamente riscritta dalla coscienza di chi la osserva.

La forma sostiene perfettamente la dimensione satirica del libro, il cui bersaglio principale è un certo ambiente urbano colto, o aspirante tale, in cui l’identità si costruisce attraverso segni riconoscibili.

Sotto questo aspetto emerge con forza l’ossessione per lo stile e il gusto e allora il cibo, gli oggetti di design, le scelte musicali, le citazioni letterarie non sono semplici elementi di contesto, ma diventano veri e propri marcatori di appartenenza sociale e ogni dettaglio diventa un segnale da decodificare.

In questo sistema la cultura assume una funzione eminentemente performativa; i personaggi parlano, citano, discutono, ma spesso – come suggerisce ironicamente il testo – lo fanno “con poca conoscenza e molto gusto”, le conversazioni sono caratterizzate da espressioni manieristiche, da soventi citazioni in inglese, da un lessico curato che mira più a produrre un effetto che a comunicare contenuti reali ma, in realtà, sembra che le idee circolino più come formule discorsive che non come convinzioni radicate e che il linguaggio sia semplicemente uno strumento di auto-promozione, una superficie su cui costruire un’immagine di sé coerente con le aspettative del gruppo.

Altrettanto interessante è anche la più che appropriata rappresentazione delle relazioni umane, poiché il testo restituisce con precisione la superficialità delle interazioni urbane contemporanee in cui il contatto tra le persone è mediato da convenzioni, aspettative e performance sociali.

L’organizzazione stessa della cena, che dovrebbe essere un piacevole momento di condivisione, diventa invece un campo di tensione continua, un esercizio di controllo che si incrina nei dettagli; gli ospiti che entrano con le scarpe bagnate, le banalità pronunciate con leggerezza, sono micro-eventi che rivelano una frattura più profonda tra ordine desiderato e realtà vissuta.

Il titolo stesso suggerisce uno scarto, dal momento che “Cucinare nel secolo sbagliato” indica una pratica, se non addirittura un insieme di valori, che non trova più una collocazione coerente nel presente.

La padrona di casa incarna perfettamente questa dissonanza poiché, se da un lato aderisce ad un ideale di ospitalità e cura domestica quasi tradizionale, dall’altro ne percepisce costantemente l’artificialità, come se lei per prima recitasse un ruolo non del tutto interiorizzato.  

La sua è una posizione cruciale, poiché è al tempo stesso parte di questo sistema e sua osservatrice critica; analizza le parole degli altri, ne coglie le incongruenze, ma lo fa con una sottile autoironia che impedisce ogni forma di superiorità e rivela, piuttosto, un tentativo di dare ordine a una realtà percepita come instabile.

Da un lato, tutto tende verso una rappresentazione controllata e coerente (le immagini postate sui social, gli oggetti scelti con cura, le conversazioni costruite), dall’altro, emerge una dimensione interiore segnata da ansia, incertezza, senso di inadeguatezza, che nemmeno il crémant che scorre a fiumi riesce a dissipare.

Preparare una cena diventa allora un’esperienza carica di tensione non solo per il rischio che qualcosa vada storto, ma anche perché implica un confronto diretto con la propria identità, con le aspettative legate al proprio ruolo nel contesto sociale di riferimento.

Il passato familiare, evocato attraverso le pratiche culinarie delle generazioni precedenti, accentua ulteriormente questo scarto, dal momento che ciò che un tempo era trasmissione naturale di saperi appare ora sempre più distante, quasi intraducibile; come suggerisce uno dei passaggi più incisivi del testo, ciò che resta è soprattutto una lingua della memoria, sempre più difficile da comprendere e da trasmettere.

Il cibo stesso ha un valore fortemente simbolico; è archivio di esperienze, viaggi, relazioni, ma anche misura della distanza tra un passato percepito come pieno e un presente segnato da aspettative disattese.  

Dal punto di vista formale, l’alternanza tra la narrazione impersonale e momenti in cui il narratore si rivolge direttamente alla protagonista con un “tu” introduce una dimensione di intimità che destabilizza ulteriormente; si insinua addirittura il dubbio che l’intera narrazione possa essere letta come un monologo interiore, una costruzione mentale in cui i diversi scenari non sono eventi reali, bensì proiezioni, simulazioni, possibilità.

Nel complesso si tratta di un testo che mi ha positivamente colpito perché dotato della lucida capacità di mettere in scena, con ironia e precisione, le contraddizioni di un certo presente che spesso ci appartiene.

Un mondo in cui il gusto sostituisce la sostanza, la cultura diventa performance e le relazioni si consumano spesso sulla superficie delle cose.

Più che raccontare una cena, si mostra l’impossibilità di viverla in modo autentico, intrappolati tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si riesce effettivamente a incarnare ed è proprio in questo divario che risiede il senso più profondo del titolo; non tanto l’idea di trovarsi in un’“epoca sbagliata”, quanto la difficoltà tipicamente contemporanea di abitare pienamente il proprio tempo, sospesi tra un senso di consapevolezza critica e l’incapacità di trasformarla in esperienza reale.

Teresa Präauer autrice di Cucinare nel secolo sbagliato - ilRecensore.it
© Martin Stöbich

Teresa Präauer (1979) vive a Vienna.

Cucinare nel secolo sbagliato”, un caso letterario nei paesi di lingua tedesca, è stato finalista al Deutscher Buchpreis e all’Ösrerreichisher Buchpreis, e ha vinto il Bremer Literaturpreis.

Autore

  • Paola Vicidomini

    Sono nata a Roma e vivo a Salerno, dove coltivo da sempre l’amore per i libri e la scrittura; avvocato di nome ma lettrice di cuore, quando è possibile preferisco affidare le cause in tribunale a mio marito e occuparmi di quelle che combattono i personaggi dei libri, ascolto le loro voci, ne raccolgo i segreti e li trasformo in recensioni che, da diverso tempo condivido in un gruppo Facebook dedicato ai lettori.
    Il mio stile è insieme analitico e personale poiché intreccio la trama con le mie sensazioni di lettrice, restituendo non solo la storia, ma anche le emozioni e le suggestioni che il libro porta con sé.
    Credo fermamente che “un libro sia un giardino che puoi custodire in tasca”: ogni lettura diventa un viaggio da vivere e condividere.

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