Dove vanno a nascondersi le lacrime - Abbiamo letto - ilRecensore.it
Dove vanno a nascondersi le lacrime - Abbiamo letto - ilRecensore.it

Dove vanno a nascondersi le lacrime di Baptiste Beaulieu

Dove vanno a nascondersi le lacrime: Un medico che cura tutti tranne sé stesso, la fragilità come forma di resistenza.

Jean è un medico di base in una città del sud-ovest della Francia. Ogni giorno la sua sala d’aspetto è piena e lui cura chiunque entri: gente comune, tossici, vecchi, bambini, a volte anche i cani.

Tutti sanno quello che succede lì: lo studio del dottor Jean è un posto sicuro. Ogni paziente che entra porta con sé dolori, storie, solitudini e misteri.

Josette e il suo quinto cancro, la bella signora Gonzales con la protesi al naso, vittima di un marito violento, la signora Chahid che ride sempre per non dire cosa va male.

Il dottor Jean ama tutti i suoi pazienti e ama dedicarsi a loro.

C’è solo un problema: lui non riesce assolutamente a piangere. Dove vanno a nascondersi le sue lacrime? E cosa può fare per ritrovarle?

Un romanzo che ci ricorda che curare vuol dire anche, e soprattutto, consolare.

Piangere significa far vedere che non si è d’accordo su come va il mondo … Perché allora non ci riesco? Vorrei piangere anche per sapere: me ne restano ancora di lacrime? Riusciranno mai a uscire di nuovo? Mi torneranno mai più? Sono finite per sempre?”

Dove vanno a nascondersi le lacrime” di Baptiste Beaulieu più che un romanzo può essere letto come una lunga confessione sommessa, una dichiarazione d’amore e di fatica verso un mestiere che consuma e restituisce in egual misura, quello del medico.

L’autore, medico e scrittore francese, intreccia infatti la sua doppia esperienza – di chi cura e di chi osserva – in una storia che procede per episodi, incontri e confidenze, in una narrazione che unisce l’urgenza dell’esperienza vissuta alla leggerezza della finzione.

La scenografia di questo memoriale è perlopiù lo studio del protagonista, il dottor Jean, dove sfilano persone di ogni età e condizione, anziani che fuggono al silenzio ed alla solitudine delle loro case, giovani in cerca di una parola di conforto, tossicodipendenti, bambini, ognuno con la propria storia da affidare, spesso addirittura più pesante della malattia che si portano addosso.

In ognuno di loro, Jean intravede una domanda di ascolto più ancora che di guarigione e nei suoi gesti quotidiani – come il misurare la pressione, prescrivere una cura, offrire un sorriso stanco – si nasconde il tentativo di restare umano, nonostante tutto.

Ma se la compassione verso gli altri è immediata e piena, quella verso sé stesso sembra bloccata, poiché Jean sa riconoscere il dolore nei volti altrui, ma è incapace di dare un nome al proprio.

Il suo essere incapace di piangere, l’impossibilità di lasciare fluire le lacrime, non è una mancanza innocua, ma il sintomo di qualcosa che non riesce più ad elaborare dentro di sé.

 La sua professione lo porta ogni giorno a fronteggiare sofferenze, solitudini, fragilità familiari, violenze taciute, malattie senza scampo eppure, di fronte alla propria interiorità, resta bloccato, quasi anestetizzato; così la sala d’attesa del suo studio diventa lo specchio di un uomo che sa accogliere gli altri ma fatica ad incontrare sé stesso.

Attorno a lui l’autore costruisce la figura di chi aiuta fino a logorarsi, di chi fa della compassione una forma di sopravvivenza e suscita una riflessione sulla vulnerabilità di chi si prende cura, sull’esile confine tra la dedizione e il bisogno di proteggersi dal dolore.

Potrei non parlarvene, Continuare come se niente fosse e dopo qualche pagina rifilarvi di colpo la sua morte, ma non siamo qui per questo. Non sono qui, io, per questo, per commuovere i lettori con storie mediche esagerate. Racconto solo ciò che vedo. È dura, a volte, raccontare quel che si vede. Ma ancora più duro è proprio vedere ciò che si vede. Quando entriamo in casa delle persone malate, che si aggrappano al nostro camice e ripongono in noi ogni speranza, vediamo. Cosa? Noi stessi. Ognuno di noi nella propria nuda verità. Ed è una cosa violenta. Feroce. [ …] Mi rifiuto di accettare la realtà in toto, lo ammetto. Così ficco un po’ di poesia dove non si deve, magari proprio perché non si dovrebbe, ma la verità è che viene facile, la poesia: non c’è bisogno di imparare.”. 

Il linguaggio di Beaulieu è semplice e diretto, evita ogni artificio, lasciando spazio ad un tono confidenziale che somiglia a una conversazione con il lettore; la prosa non cerca l’effetto, ma la verità emotiva e dialoghi asciutti vengono alternati a pagine più dense di introspezione, in un ritmo che sembra rispecchiare il ritmo irregolare della vita.

Tuttavia, in alcuni passaggi, il tono narrativo risulta quasi troppo scanzonato, soprattutto a confronto con la gravità dei temi trattati e, sebbene quella di utilizzare l’ironia come forma di resistenza, come modo per sopravvivere alla propria fragilità, possa considerarsi una scelta consapevole, a volte questa leggerezza finisce per indebolire la tensione emotiva, creando un lieve scarto tra ciò che si racconta e il modo in cui viene raccontato.

Il passaggio dalla leggerezza alla malinconia, dal sorriso al dolore non sempre trova un equilibrio perfetto.

È talvolta brusco, come se mancasse un respiro di raccordo; eppure, anche questi piccoli scarti contribuiscono al fascino del testo, restituendo la vita così com’è, disordinata, piena di contrasti, incapace di una linearità rassicurante.

Lo stesso potrebbe dirsi per molti temi e molti personaggi che nel testo restano solo accennati, quasi evocati più che approfonditi. Baptiste Beaulieu, difatti, ci offre scorci di umanità intensa, ma a volte li abbandona prima di condurli a compimento, come se preferisse suggerire invece che spiegare, lasciare ferite aperte piuttosto che chiuderle e questa scelta, che indubbiamente conferisce realismo e pudore al testo, può lasciare con la sensazione di qualcosa in sospeso, di una storia che continua altrove, fuori pagina.

I personaggi di contorno sembrano delle comparse che restano un po’ accennate rispetto alle loro ferite, perché l’autore privilegia il racconto corale piuttosto che l’analisi profonda di un solo individuo e così diverse tematiche – in primis la violenza sulle donne, mai più attuale che in questo periodo, in cui i femminicidi sono all’ordine del giorno – avrebbero forse meritato un maggiore approfondimento, ma forse avrebbero snaturato l’essenza del romanzo, in cui si “abbandona una bolla per entrare immediatamente in una nuova, lascia una storia per abitarne un’altra … si apre una porta e si ride; se ne apre un’altra e si piange.”

Dove vanno a nascondersi le lacrime è un romanzo che non pretende di guarire nessuno, ma ricorda che la cura comincia dall’ascolto, dal concedersi il diritto di non essere invincibili e che la vera guarigione, sia per chi cura che per chi è curato, nasce dal riconoscere la propria fragilità e dal non vergognarsi delle lacrime, anche quando scelgono di nascondersi.

Baptiste Beaulieu è un medico di base e uno scrittore. Racconta la sua vita e la sua idea di medicina umanista attraverso i libri, i social e i canali di France Inter ed esercita nel proprio ambulatorio di Tolosa.

È autore di diversi romanzi di successo, nel 2014 ha pubblicato La vita non è grave. Avventure tragicomiche di un giovane medico innamorato di quello che fa (Rizzoli), la raccolta di poesie La Joie et le Reste (L’Iconoclaste) e nel 2023 Le persone sono belle (Rizzoli), un albo illustrato da Qin Leng di grande successo in Francia.

Autore

  • Paola Vicidomini

    Sono nata a Roma e vivo a Salerno, dove coltivo da sempre l’amore per i libri e la scrittura; avvocato di nome ma lettrice di cuore, quando è possibile preferisco affidare le cause in tribunale a mio marito e occuparmi di quelle che combattono i personaggi dei libri, ascolto le loro voci, ne raccolgo i segreti e li trasformo in recensioni che, da diverso tempo condivido in un gruppo Facebook dedicato ai lettori.
    Il mio stile è insieme analitico e personale poiché intreccio la trama con le mie sensazioni di lettrice, restituendo non solo la storia, ma anche le emozioni e le suggestioni che il libro porta con sé.
    Credo fermamente che “un libro sia un giardino che puoi custodire in tasca”: ogni lettura diventa un viaggio da vivere e condividere.

    Visualizza tutti gli articoli

ilRecensore.it non usa IA nelle recensioni

X