La morte di Bergotte: da Edward Hopper a Vermeer, passando per Bergotte: perché un frammento di luce può contenere un’intera idea di letteratura

“All I ever wanted to do was to paint sunlight on the side of a house” rispose Edward Hopper a chi gli chiedeva perché dipingesse. Non so se lui pensava a Bergotte e Vermeer, ma io sì, immediatamente.
Siamo ne La prigioniera, e Proust mette in scena la morte di Bergotte, lo scrittore inizialmente ammirato dal giovane Marcel, ma da cui poi crescendo si discosta.
Benché malato e vecchio, Bergotte non rinuncia ad andare ad una mostra su Vermeer, solo per vedere la Veduta di Delft. Ma a colpirlo non fu l’insieme del celebre quadro, ma un piccolo lembo di muro giallo. Guardandolo, fu rapito e iniziarono le vertigini:
«È così che avrei dovuto scrivere, pensava. I miei ultimi libri sono troppo secchi, avrei dovuto stendere più strati di colore, rendere la mia frase preziosa in sé, come quel lembo di muro giallo»
Tuttavia la gravità delle sue vertigini non gli sfuggiva. Su una bilancia celeste gli appariva, ammucchiata in uno dei due piatti, la sua vita, mentre nell’altro era contenuto il piccolo lembo di muro così ben dipinto in giallo. Sentiva di aver dato, incautamente, la prima per il secondo.
Ciò che lo scrittore non era riuscito a fare è proprio ciò a cui Proust votò la sua vita: rincorrere e fissare un dettaglio, trovare la luce adatta, passare un’altra mano, un altro strato per rendere più corposo ciò che viene ritratto.
Soprattutto non fare scolorire le parole dette, farle rimanere luminose e impresse come se fossero state dette ieri, anche dopo molti anni la nostra morte.
Bergotte si abbatté per terra, rotolò sul divano. Così Proust descrive la morte dello scrittore che, incautamente, aveva dato più peso alla vita che al muro giallo da dipingere.
Proust parla della sua opera, ci svela perché ogni singola frase della Recherche è preziosa e minuziosa come le miniature. Ne Il tempo ritrovato, dice:
«Lo stile per lo scrittore, come il colore per il pittore, non è una questione di tecnica, ma di visione. È la rivelazione, impossibile con mezzi diretti e coscienti, della differenza qualitativa che esiste nel modo in cui ci appare il mondo, differenza che, se non ci fosse l'arte, resterebbe l'eterno segreto di ognuno. Solo attraverso l'arte possiamo uscire da noi stessi, sapere cosa vede un altro di un universo che non è il nostro e i cui paesaggi rimarrebbero per noi non meno sconosciuti di quelli che possono esserci sulla luna».
Solo attraverso l’arte possiamo uscire da noi stessi.
Tornando al discorso del narcisismo autoriale, Proust – che apparentemente fa ruotare tutta la narrazione attorno ad un IO straripante – è colui che spezza le barriere dell’io per approdare al mondo.
E la crisi dello scrittore Bergotte?
La sua vita mondana si era ridotta a incontri con ragazzine.
«Egli si scusava con se stesso perché sapeva che non avrebbe potuto produrre mai tanto bene se non in un’atmosfera amorosa. L’amore, è dir troppo, il piacere un po’ radicato nella carne, giova al lavoro letterario perché elimina gli altri piaceri, per esempio i piaceri mondani, quelli che sono gli stessi per tutti. E anche se quest’amore porta con sé delle delusioni, almeno agita anche in questo modo la superficie dell’anima, che altrimenti rischierebbe di diventare stagnante. Il desiderio non è dunque inutile per lo scrittore, innanzitutto per allontanarlo dagli altri uomini e dal pericolo di conformarsi a loro, poi per rimettere un po’ in movimento una macchina spirituale che, passata una certa età, ha tendenza ad immobilizzarsi. Non si arriva ad essere felici ma si fanno delle osservazioni sulle ragioni che impediscono di esserlo e che ci sarebbero restate invisibili senza quei bruschi spiragli della delusione».
Non vi è moralismo in Proust, anzi nel momento in cui descrive la sua morte – che è in effetti un’esaltazione di una vita che si spegne nella tensione verso la bellezza – si lascia sfuggire una retorica sulla forza eternizzante della letteratura, che risulta a tratti spiazzante. Proust non crede che Bergotte sia morto. La letteratura non muore.
«Era morto. Morto per sempre? Chi può dirlo? Certo, né le esperienze spiritiche né i dogmi religiosi provano che l’anima sopravviva. Quel che si può dire, è che tutto avviene nella nostra vita come se vi entrassimo con il fardello di obblighi contratti in una vita anteriore; non c’è nessuna ragione nelle condizioni della nostra vita su questa terra perché ci sentiamo obbligati a fare il bene, a essere delicati, o anche cortesi, né perché l’artista ateo si creda in dovere di rifare venti volte un pezzo che susciterà un’ammirazione che importerà ben poco al suo corpo mangiato dai vermi, come l’ala di muro giallo che dipinse con tanta abilità e raffinatezza un artista per sempre sconosciuto, appena identificato sotto il nome di Vermeer. [...]Perciò l’idea che Bergotte non fosse morto per sempre non è inverosimile.»

