Lutto di miele di Franck Thilliez

Lutto di miele: la soglia per conoscere uno dei protagonisti più cupi del maestro del thriller francese

Il nuovo caso affidato al commissario Franck Sharko si dimostra complesso e inquietante fin dalla scena del crimine: all’interno del confessionale di una chiesa viene ritrovato il corpo di una donna, inginocchiata, nuda, completamente rasata e con alcuni esemplari di falena “sfinge testa di morto” posati sul capo.

L’autopsia rivelerà che è deceduta a causa di una rarissima forma di malaria, trasmessa da zanzare che in Francia non esistono. Gli insetti sono solo il primo di una serie di lugubri elementi che si riveleranno parte del dissennato piano ordito dall’assassino, e Sharko, insieme all’équipe del 36, si troverà coinvolto in una macabra caccia al tesoro nella speranza, vana, di evitare ulteriori omicidi.

Ma il filo conduttore tracciato dal colpevole arriva a coinvolgere i peccati capitali e le trombe dell’Apocalisse, alla ricerca di una vendetta antica i cui germi si annidano nel cuore delle Alpi.

Sharko, dolorosamente segnato dalla tragica perdita della moglie e della figlia, dovrà sfidare il passato per riuscire a sventare una carneficina, e la risoluzione del caso assumerà ben presto i contorni di una discesa agli inferi: per riemergere dall’orrore sarà costretto a salvare anche se stesso.

Lutto di miele è un thriller geometrico, Tutto è perfetto, come il numero 7 che attraversa l’intero romanzo assumendo una duplice valenza.  È un thriller SIMBOLICO, è perfetto perché è la verità del male.

Sharko è di nuovo per le strade di Parigi. Ancora dietro un assassino e, anche stavolta, non uno qualunque. Ma qualcosa è cambiato. Sharko è stanco, logorato; arriva un punto in cui un uomo così non può più solo sopravvivere. Deve rinascere o smettere di esistere.

È il momento della Fenice.

Guardando la serie nel suo insieme, da Treno infernale per l’angelo rosso, passando per 1991 fino a questo ultimo lavoro, tutto è PERFETTO. Preso singolarmente ogni romanzo regge, messi in fila, però, cominciano a somigliarsi troppo.

Thilliez schiera ancora una volta il suo repertorio classico: il serial killer con un passato traumatico e nefando, i riferimenti biblici, gli indovinelli criptici, i codici da decifrare.

Questa volta alza ulteriormente la posta introducendo l’entomologia, l’uso scientifico e spietato degli insetti, e spinge l’antagonista su una soglia che sfiora l’onnipotenza: un uomo capace di orchestrare scenari vicini alla catastrofe biologica globale. Ed è qui che la corda non si spezza, ma si tende. Quando un killer è troppo intelligente, troppo organizzato, capace di manipolare virus e insetti come una divinità maligna, il verosimile scivola nell’incredibile, e la trama si trasforma in un’equazione a più incognite.

Non è in discussione la capacità di Thilliez di costruire il crimine — resta probabilmente il migliore sulla piazza francese in questo — quanto piuttosto la sensazione, leggendo, di aver già incontrato altrove questo stesso meccanismo, e non solo nei suoi libri precedenti. Il debito con Thomas Harris, mai negato dall’autore e citato esplicitamente in queste pagine, si avverte tutto: l’ossessione per il delitto come messaggio, la sfida intellettuale lanciata agli investigatori.

Arrivati al terzo capitolo di questa trilogia, viene da chiedersi se non sia il momento, per Thilliez, di rischiare qualcosa di diverso.

Non si tratta di rinunciare alla complessità che resta il suo marchio di fabbrica, quanto di tornare, forse, a un’idea di giallo meno cruento e più elegante: l’enigma che si scioglie per deduzione, non per accumulo di omicidi via via più elaborati. Thilliez, quando vuole, sa essere sottile senza bisogno di alzare la voce.

Sul piano della scrittura, Lutto di miele si fa sorprendentemente fisico: una prosa non mediata ma pura “velocità”, come se l’autore dovesse inseguire il battito alterato del proprio protagonista. Sharko è un uomo al limite e la pagina si muove alla sua stessa andatura autodistruttiva. Poco spazio per lo stile: il linguaggio è frenetico, quasi Thilliez volesse sfidare il lettore a visualizzare, o addirittura a sperimentare, la dinamica esatta, biologica o chimica, dell’orrore che ha concepito. Il risultato è una narrazione di una precisione geometrica.

Il vero nodo resta lui: Sharko, un sopravvissuto che abita ormai un limbo psicologico. Ed è proprio in questo, forse, che il romanzo comincia a farsi davvero interessante.

IL FIL ROUGE DI THILLIEZ 

La genesi

C’è un livello del romanzo – Lutto di miele – che non si vede a una prima lettura, e che pure lavora sotto la superficie pagina dopo pagina. Un disegno nascosto, tenuto sottotraccia, che alla fine non rivela ancora la sua vera forma.

Thilliez e Sharko condividono in fondo lo stesso compito: mettere ordine nel caos. Uno scrive, l’altro indaga, ma il gesto è identico, cercare una struttura dentro qualcosa che sembra non averne. In questo scenario contano i dettagli, gli oggetti che assumono una potenza simbolica, il male che si fa colonizzatore, e soprattutto la simmetria: se Sharko è un uomo devastato dall’interno, il killer si muove seguendo lo stesso identico principio.

La genesi: Treno infernale per l’angelo rosso è il punto di partenza di quell’immaginario cromatico che attraverserà tutta la serie.

Fin da questo esordio Thilliez introduce un colore che funziona da detonatore emotivo per il protagonista, prima ancora di diventarne il marchio visivo. L’angelo rosso del titolo, legato alla messinscena rituale dell’assassino, anticipa la logica per cui il Male si appropria di simboli “puri” per rovesciarli in strumenti di terrore: è come se l’autore avesse già in mano, dal primo libro, la chiave.

L’evoluzione in Lutto di miele è chiara: quel primo rosso, lasciato lì come un seme, diventa un tratto distintivo: il male non si limita più a essere osservato, si è insediato. Il killer funziona ora come un suo doppio (di Sharko) rovesciato, non solo esterno ma interno; una simmetria perfetta, due forme diverse dello stesso principio corrosivo, dove uno caccia perché riconosce nell’altro un simile.

Dentro questa cornice tornano gli oggetti-chiave della serie: il trenino elettrico, il numero 7, un paio di scarpette rosse (i “dettagli” cari a Poirot).

Il trenino è qui un giocattolo, un rumore meccanico e ciclico che scandisce le notti insonni di un uomo sopraffatto dal dolore: un moto circolare che non porta da nessuna parte, metafora precisa di cosa significhi per Sharko restare prigioniero della propria storia. Il rosso, che un tempo firmava la messinscena di un omicidio, oggi firma un dettaglio minimo e ambiguo: le scarpette di una bambina che vive nell’appartamento accanto a quello  di Sharko (e vi si introduce), di cui non si sa nulla con certezza.

Thilliez non scioglie il dubbio, e proprio in questa sospensione sta la differenza profonda: nel primo romanzo il rosso era una certezza, qui è solo un’ipotesi.

Anche la figura di Willy, erede per parentela della donna dalle visioni vicina di Sharko, si inserisce in questo ribaltamento.

Se l’elemento del presagio, non del tutto spiegabile, arrivava dall’esterno come un aiuto necessario all’indagine, qui la stessa sensibilità torna sotto forma di presenza domestica, un vicino che veglia, non più al servizio dell’inchiesta, ma un qualcosa che si è insediato accanto alla vita quotidiana di Sharko.

Il percorso, letto così, è un vero capovolgimento di direzione. Il filo rosso di Thilliez non collega semplicemente due libri lontani nel tempo: descrive la traiettoria di un colore. Uno spostamento minimo ma radicale.

Il vero movimento è un ribaltamento di polarità, di distanze che misurano il percorso di Thilliez: non una distanza di trama, ma di sguardo.

A un certo punto il romanzo – Lutto di miele – si apre su una porta che non si chiude del tutto.

Che sia un varco lasciato intenzionalmente in vista di qualcosa che verrà, o solo un’ombra che si dissolve nel nulla, questo Thilliez non lo dice. Il dubbio resta, ma c’è un legame tra Sharko e Vincent. Un filo che l’autore non spiega, ma lascia semplicemente affiorare. Un caso o un disegno? Seguendo il Thilliez pensiero proporrei per la seconda ipotesi.

Thilliez ha costruito un sistema di simboli che invecchia insieme al suo protagonista e che, proprio per questo, non può mai dirsi concluso.

Treno infernale per l’angelo rosso e Lutto di miele non sono l’inizio e la fine di un disegno, ma due fotogrammi di un movimento che continuerà a muoversi.  Spero! 

Per questo Lutto di miele non va letto come un punto d’arrivo, ma come una soglia. Il male in Sharko non ha ancora smesso di migrare.

AUTORE: FRANCK THILLIEZ
TITOLO: LUTTO DI MIELE
TRADUTTORE: Daniela De Lorenzo
EDITORE: Fazi
GENERE:: Thriller

Thilliez

Franck Thilliez è un ingegnere e scrittore francese. Informatico, è appassionato di tecnologie telematiche.

Nel 2004 pubblica il suo primo libro Train d’enfer pour Ange rouge. Ha vinto i premi Prix des lecteurs Quais du polar 2006 e Prix sncf du Polar franc¸ais 2007 con il libro La Chambre des morts. Tra le sue pubblicazioni in Italia si ricordano: Foresta nera (Nord, 2008), La stanza dei morti (TEA, 2009), Il manoscritto (Fazi, 2019), C’era due volte (Fazi, 2021), Puzzle (Fazi, 2022), Labirinti (Fazi, 2023), Vertigine (Fazi, 2023), Norferville (2024), 1991 (2025) romanzo che inaugura la serie di Franck Sharko.

Autore

  • Nico

    Socia fondatrice della rivista Il Recensore.it, LA NEMESI nella redazione di IlRecensore.it è un po' il cane sciolto. La parte cattiva e sarcastica, se vogliamo dirla tutta. Non tollera gli scopiazzatori letterari!

    Oltre ai libri, tra le sue passioni, ci sono i ferri circolari.

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