I convitati di pietra - Michele Mari - ilRecensore.it
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I convitati di pietra di Michele Mari

I convitati di pietra: una cena di classe lunga una vita, dove l’amicizia si misura in superstiti e la morte diventa una feroce lotteria

Davvero il destino di ciascuno di noi è già scritto?

È questo che pensano gli ex alunni della III A quando, superato l’esame di maturità, siglano il «patto sciagurato» che li vincolerà fino all’ultimo giorno. Del resto il tempo della scuola è l’unico a rimanere immobile: anche dopo trent’anni non saranno le rughe o i chili in piú a contraffare la sagoma di un vecchio compagno di banco.

Ma quando di mezzo ci sono il demone della competizione e il miraggio di un premio favoloso le variabili si moltiplicano. E cosí un accordo nato quasi per scherzo si tramuta in una sfida senza esclusione di colpi per rimanere in vita il piú possibile.

Michele Mari ha scritto un romanzo commosso e giocoso, svelando con perfido divertimento le pulsioni che si nascondono dentro l’amicizia. Perché in questa storia, prima di un imprevedibile finale, vale il contrario di quanto recita il proverbio: chi perde un amico trova un tesoro.

Se voi, che state leggendo questa recensione, aveste un giorno interno, s’intende da mattina fino a sera inoltrata, fin quando non vi si chiudono gli occhi dal sonno, in cui non fare altro che leggere (salvo l’espletamento di certe necessità biologiche), avrei da consigliarvi qualche libro da divorare in un boccone: una bella scorpacciata di parole da buttar giù in un solo colpo come si fa con lo sciroppo per la gola.

Quello di cui qui si dibatterà, in particolare, conta cento e cinquantanove pagine fitte di parole più di una foresta, in cui ci sono lettere in ogni anfratto della pagina, che però scorrono via come acqua, e dire che per la maggior parte della storia i protagonisti sono comodamente seduti.

I convitati di pietra, infatti, una trentina più qualche comparsa occasionale, lungo tutto il romanzo, che dura come tutte le loro vite – a partire dal liceo – non fanno altro che starsene seduti.

Prima, ai banchi di scuola, tutti compagni di classe della I/II/III A; poi, dopo la maturità, accomodati al tavolo di un ristorante, lo stesso ogni anno, per la rituale cena di classe. 

E se le cene di classe sono sempre stare – per lo meno le mie – sempre al limite tra l’angoscia e il delirio, alle cene di classe della vecchia III A, c’è la vita e c’è la morte, sempre in agguato. Lo dico perché il 22 luglio 1975, un anno dopo l’esame di maturità, durante la cena di classe a qualcuno – non si sa chi – venne l’idea di metter su una riffa.

Di anno in anno, ogni compagno avrebbe versato su un conto bancario una certa cifra di denaro, né troppo alta, né irrisoria, così da metter su, con l’avanzare del tempo, una somma considerevole, ben più che buona, che avrebbe reso i fortunati vincitori ricchi.

Ad aggiudicarsi il bottino, i tre compagni più longevi, gli ultimi baluardi della III A, i fortunati che avessero vissuto più a lungo degli altri. Una volta rimasti in tre, la somma esorbitante sarebbe stata divisa in parti uguali. Ci si augurava di arrivarci presto, alla vittoria, altrimenti c’era il rischio che i vincitori fossero troppo vecchi per godersi il denaro. Insomma, si augurava agli altri la morte, e a sé stessi una lunga vita. 

Non c’è un solo protagonista in questa storia bizzarra, ma un conglomerato, l’organizzazione in assurda comunità di un gruppo di persone unite dal caso sotto una lettera, la A.

Ognuno di loro tenta di vivere il più a lungo possibile – non per la vita in sé, ma per la riffa, sia chiaro – e noi sappiamo tutto di loro grazie alla fedele telecronaca di un narratore onnisciente che, a differenza di tutti gli altri, è esterno alla storia e non invecchia mai.

La vicenda, anche se datata e geolocalizzata in maniera minuziosa – per non dire maniacale: sappiamo perfino i nomi delle vie milanesi in cui si spostano i personaggi – resta come cristallizzata nello spazio-tempo. Milano è protagonista silenziosa, con i suoi luoghi e i suoi abitanti tipo, di cui Mari ci offre un bel repertorio, ma resta sullo sfondo insieme al resto delle vite dei protagonisti, per cui sembra non esserci nulla al di fuori di quella scommessa fatta da giovani.

Ogni cosa, lavoro, figli, amori, resta secondaria. La corsa disperata alla vittoria diventa il pretesto, per gli ex-alunni, di tirare avanti e, per Mari, di delineare dei tipi umani grotteschi – forse l’equivalente dei suoi soliti mostri e fantasmi – che conosciamo prima di tutto grazie alle loro pulsioni primigenie, alla loro volontà di vivere tramutata in volontà di vincere. 

La storia, all’inizio, non ha scrupoli: avanza spudorata tra tentati omicidi, scommesse su chi morirà prima, rituali mortiferi stranamente efficaci e, certe volte, un po’ di sfortuna

Il tasso di mortalità della III A, in effetti, soprattutto nei primi venti o trent’anni dall’accordo – mai ufficializzato su carta – è straordinariamente elevato. Così si fa la conta, cena dopo cena, tramite elenchi: di chi componeva la classe; di chi è morto; di chi è vivo e, per i vivi, di quali malattie si soffre. 

Ad un certo punto, però, qualche ingranaggio all’interno della macchina sanguinolenta della riffa, e della narrazione, inverte il suo moto e i pochi rimasti, i più vecchi, iniziano a diventare anche un po’ più umani.

Se i compagni morti giovani, diciamo non oltre i cinquant’anni, hanno perso il privilegio dell’umanizzazione e sono rimasti dei “tipi” standard, i grinzosi superstiti invece ci hanno mostrato quel calore umano capace di sovvertire addirittura la riffa stessa. Il cambio di ritmo è diventato anche pretesto per affrontare, in modo del tutto trasversale e senza mai discostarsi dalla storia e dalle nevrosi dei personaggi, temi quali la malattia e la vecchiaia.

Questa piega sentimentale, che modifica la narrazione, nel senso che la rende più reale, non so dire se sia stata pianificata in anticipo, o se invece Mari si sia trovato, mani in pasta, con dei personaggi più evoluti, da un certo punto in poi, più veri.

Capita che chi scrive non sappia bene, anche mentre lo sta scrivendo, che cosa scriverà; capita anche che la storia evolva e i personaggi crescano, proprio come creature viventi, alla maniera del mostro del dottor Frankenstein, solo un po’ meno spaventose – ad eccezione di Brodo, con i suoi rituali inquietanti. Visto che i personaggi sono il fulcro di questa storia, se cambiano loro cambia tutto.

Muta, di pari passo, anche il testo: sempre meno fitto, cioè meno frenetico, in cui gli spazi vuoti si moltiplicano, i paragrafi si animano e diventano piccole cornici per i personaggi.

Si potrebbe dire che abbiamo a che fare con un romanzo aneddotico, in cui ogni cornice ci porta sempre di più, a turno, nella testa dei protagonisti. Saltiamo qua e là tra i pensieri peccaminosi di alcuni, le preoccupazioni e le ossessioni di altri.


Mari, come al solito, è inconfondibile, divertente, maniacale e senza scrupoli. Quando scrive di certe ossessioni, tipo quella di Semprini per Gene Hackman, puoi star certo che sta parlando anche di sé stesso (o, per lo meno, questa è l’idea che mi sono fatta). Questa volta, il grottesco, vien fuori da sé: basta mettersi comodi e lasciarsi guidare dalla voce fuori campo di un cronista esperto.

Se cercate moralismo o ragionevolezza, in questa storia non ne troverete granché; se invece è il divertimento che volete, tra queste pagine ne troverete a bizzeffe.

Avete presente i tipici resoconti delle nonne – almeno, la mia lo fa ogni domenica a pranzo – sui morti e i malati gravi del paese? Ecco, il livello di assurdità è lo stesso, ma anche, forse, l’intento. Perché, in effetti, l’unico obiettivo di mia nonna, e dei trenta ex-compagni della terza A, è trovare, vivendo, il modo di fare i conti con la morte.

Lo dice anche il narratore: «Forse c’era da qualche parte un metodo migliore per irridere la morte, ma se c’era loro non lo avevano trovato». 

Michele Mari - ilRecensore.it

I libri di Michele Mari (Milano 1955) sono Di bestia in bestia (Longanesi 1989; Einaudi 2013), Io venía pien d’angoscia a rimirarti (Longanesi 1990; Marsilio 1998; Einaudi 2016),

La stiva e l’abisso (Bompiani 1992; Einaudi 2002 e 2018), Euridice aveva un cane (Bompiani 1993; Einaudi 2004), Filologia dell’anfibio (Bompiani 1995; Laterza 2009; Einaudi 2019), Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1997; Einaudi 2009), Rondini sul filo (Mondadori 1999), I sepolcri illustrati (Portofranco 2000), Tutto il ferro della torre Eiffel (Einaudi 2002 e 2020),

I demoni e la pasta sfoglia (Quiritta 2004; Cavallo di Ferro 2010; il Saggiatore 2017), Cento poesie d’amore a Ladyhawke (Einaudi 2007), Verderame (Einaudi 2007 e 2023), Milano fantasma (edt 2008, in collaborazione con Velasco Vitali), Rosso Floyd (Einaudi 2010), Fantasmagonia (Einaudi 2012 e 2022),

Roderick Duddle (2014 e 2016), Leggenda privata (Einaudi 2017 e 2021), Dalla cripta (Einaudi 2019), La morte attende vittime (Nero 2019), Le maestose rovine di Sferopoli (Einaudi 2021), Locus desperatus (Einaudi 2024) e I convitati di pietra (Einaudi 2025).

Per Einaudi ha anche curato e tradotto La Macchina del Tempo. Fra le sue traduzioni, opere di Stevenson, Wells, Crane, London, Orwell, Steinbeck, Gombrowicz.

Autore

  • Alice Dalle Grave

    Caro lettore, lo sai perché il surf è uno sport silenzioso? 

    Ti lascio una riga per pensare…

    Perché si fa con la muta!

    Scusami ma non sono riuscita a trattenermi, devi sapere che mi invento di continuo freddure come questa, mi folgorano come lampi a ciel sereno. Non temere, però, faccio – e ho fatto – anche dell’altro: ho studiato Lettere all’Università di Torino e poi ho frequentato la Scuola Holden. Adesso faccio la libraia e ogni volta che un libro mi passa di mano lo apro nel mezzo e annuso le pagine: se profuma, allora promette bene. Dovresti sentire quanto è buono Ferrovie del Messico! Scrivo racconti, recensioni e un romanzo che ha a che fare con personaggi bizzarri e cure miracolose. Non so, fedele lettore, se da queste poche righe hai capito qualcosa di me, ma se hai sorriso almeno una volta – se hai anche solo leggermente incurvato all’insù gli angoli della bocca – mi hai resa felice.

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