Il tuo nome nel vento - ilRecensore.it
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IL TUO NOME NEL BOSCO di Francesca Maccani

Il tuo nome nel bosco: tre donne, un segreto nascosto tra gli alberi e una comunità che preferirebbe dimenticare

Bondone, estremo lembo del Trentino, terra di boschi e di case addossate alla montagna. Qui, nel 1961, il confine è una ferita ancora aperta, nella lingua, nei cognomi della gente, e il lavoro del carbone scandisce una vita fatta di silenzi pieni di voci e ricordi di guerra che sono brace sotto la cenere.

Così, quando Adele arriva all’Osteria della Rina, scarmigliata e con lo sguardo di chi fugge, il paese trattiene il fiato. È forestiera, e in un luogo dove ci si conosce tutti da generazioni, quella ragazza rappresenta un mistero e forse una minaccia. Cerca Bortolo, un giovane carbonaio.

Guardata di sbieco dalle paesane e con gelosia feroce da Lisa, la morosa del ragazzo, che si ritrova diviso fra il senso del dovere e l’amore, Adele è accolta in casa da Gianna, una donna forte e schiva che non mostra volentieri al mondo il suo dolore.

Ma in quella comunità diffidente dove basta una scintilla a riaccendere i rancori, sarà proprio Adele a portare a galla una verità troppo a lungo nascosta, un segreto custodito dagli alberi.

C’è una qualità rara nella scrittura di Francesca Maccani: diventa volume. Non si distende piatta sulla pagina ma si alza, prende “rilievo” e occupa spazio. È una narrazione che rifiuta la bidimensionalità e sceglie, invece, la profondità.

Il tuo nome nel bosco è la storia di un piccolo borgo, di piccoli cambiamenti. È la storia di buona gente, povera gente, gente cattiva. Ed è, soprattutto, una storia di donne: la loro forza silenziosa, il peso che portano e che nessuno vede. Il tutto scritto con quella grazia precisa che è la firma di Maccani.

I suoi personaggi si riconoscono, nel bene e nel male, perché portano addosso il nostro stesso vestito. In questo bosco, che è insieme luogo fisico e metafora, anche la Storia entra senza bussare. Non fa da sfondo: è viva. È la storia dell’italianizzazione forzata dell’Alto Adige sotto il fascismo, una guerra silenziosa combattuta anche nelle aule scolastiche e negli uffici anagrafici, con le umiliazioni quotidiane e le resistenze altrettanto quotidiane.

La Maccani prende quella Storia e la restituisce come memoria viva, un qualcosa che i nostri nonni, o chiunque, avrebbero potuto davvero vivere.

Bondone è un organismo vivo, con i suoi ritmi stagionali e le sue miserie precise. Le innovazioni arrivano come ospiti paganti — il frigorifero, la lavatrice — oggetti che altrove sono già consuetudine, qui ancora meraviglia. Intanto si va ancora al fiume a fare il bucato, perché la lavatrice è lusso. Maccani racconta tutto questo senza romanticismo, senza la patina bucolica tanto comune quanto falsa. Non c’è Heidi con le sue caprette. La povertà è reale, la fatica è reale, i rapporti umani sono reali e spigolosi.

In questo mondo piccolo c’è tutto quello che il mondo grande contiene. Gli affari puliti e quelli loschi, perché bisogna pur tirare avanti. I contrabbandieri di queste pagine hanno qualcosa di profondamente umano: non inseguono sogni grandi, ma desideri misurati, calibrati sulla ristrettezza. Poche sigarette, poche lire. Lo stretto necessario che è poi, per molti, tutto.

Ma il cuore di Bondone sono le donne.

Non eroine da romanzo, non vittime edificanti ma donne vere, con la schiena curva e la testa dritta, che mandano avanti la famiglia mentre la famiglia spesso non se ne accorge. Sono loro a portare il progresso in casa. Sono loro a decidere.

Al centro della storia ci sono tre donne, tre volti di un amore, tre risposte diverse a ciò che il mondo fa a chi ama.

Gianna è l’amore che guarda fuori da sé. Non calcola, non si protegge. Ha scelto, consapevolmente o no, di credere che dare sia sufficiente. La sua supervisione è silenziosa, istintiva, assoluta.

Adele è l’amore silenzioso, fedele per scelta profonda, non per rassegnazione. Porta con sé una storia triste. Una di quelle storie che vorremmo poter dire appartengono al passato. E invece non è cambiato quasi niente: certe solitudini non hanno epoca, cambiano solo i nomi e le case.

Luisa è l’amore malato. Non ha perso un amore, è stata scartata. Ed è questa la differenza che separa il dolore dalla vendetta: il verdetto di non valere abbastanza. Non ti ho mai voluto veramente. Da quel momento il suo amore si rovescia in odio, ma non per questo diventa meno totale. L’odio che costruisce ha la stessa intensità, la stessa capacità di dare senso a ogni mattina che si apre su una vallata senza futuro. Finché odio, ho una direzione.

Una si offre. Una resiste. Una accumula. Ieri come oggi.

Una nota su Lei

C’è qualcosa di preciso nel modo in cui Maccani costruisce questa donna. Non le dà un nome subito, e forse non glielo dà mai davvero, oppure sì, se si sa leggere con la lentezza giusta, con l’attenzione per le poche righe nascoste tra le altre. Lei è sempre Lei, un pronome che contiene tutto.

Nasce in un tempo che lasciava poco spazio alle bambine povere di montagna. Nasce nell’Italia del fascio prima, della guerra poi. Eppure, studia. Diventa insegnante. Porta la lingua in luoghi dove la lingua stessa è una questione aperta e ostile: sul confine, le parole cambiano senso a seconda di che parte del monte ti trovi, e insegnare vuol dire anche scegliere, scegliere può essere pericoloso.

Lei si fa amare. Sa stare con le persone. Ascolta. Osserva. Ha quella qualità rara di chi è presente agli altri e presente a sé. Trova l’amore e trova anche il dolore; la Maccani non addolcisce né l’uno né l’altro. Eppure, Lei non si dissolve: combatte e rinasce. Questo è il nucleo vitale del racconto: la resistenza di una donna che aveva mille ragioni per isolarsi e invece resta.

Il nome, il suo vero nome, lo trova chi sa aspettare. Chi lo trova capisce che non è solo un dato anagrafico: è la storia di un’esistenza. Lei ha sempre saputo chi era; siamo noi, lettori, a dover capirne il peso. Il bosco del titolo non è solo paesaggio. È radici e radure. È il luogo dove le cose rimangono e si tramandano, anche quando sembra che tutto sia finito.

Nota critica finale — Trentino Alto-Adige. Una terra sciupata

Il Trentino-Alto Adige è una terra incredibile. Un patrimonio naturale che pochi luoghi al mondo possono vantare.

Potrebbe essere un posto meraviglioso. Potrebbe. Perché dietro la cartolina si nasconde una realtà orribile: la biodiversità calpestata ogni giorno, la fauna selvatica trattata da nemica, l’ecosistema ridotto a risorsa da consumare. L’uomo non ha trovato equilibrio con la natura che lo circonda e non per incapacità. Per scelta. Una scelta che porta due nomi antichi e ostinati: tracotanza e ignoranza.

Il danno viene dall’interno. Lo produce chi dovrebbe essere custode di questa terra e invece la occupa come se le appartenesse per diritto assoluto, come se la montagna fosse lì per lui, e non lui per la montagna. Chi non conosce, e non vuole conoscere, i fragili equilibri su cui ogni ecosistema si regge. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un territorio magnifico, lentamente e colpevolmente rovinato da chi lo abita.

Questa terra potrebbe tornare a essere bellissima. Ma esige una sola cosa: che chi la abita smetta di ritenersi il suo unico padrone e impari, finalmente, a rispettarla. Senza rispetto – vero, concreto, quotidiano – resta soltanto uno spreco. E uno spreco di questa portata non è solo un danno. È una vergogna!!!

Francesca Maccani autrice di Il tuo nome nel bosco - ilRecensore.it

Francesca Maccani, insegnante, vive a Palermo.

Ha pubblicato il saggio La cattiva scuola (Tlon, 2017, premio Donna del Mediterraneo).

Sul blog “Giudittalegge” si occupa di recensioni online

Autore

  • Nico

    Socia fondatrice della rivista Il Recensore.it, LA NEMESI nella redazione di IlRecensore.it è un po' il cane sciolto. La parte cattiva e sarcastica, se vogliamo dirla tutta. Non tollera gli scopiazzatori letterari!

    Oltre ai libri, tra le sue passioni, ci sono i ferri circolari.

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