Jeanine Cummins e il lungo viaggio dal caso de Il sale della terra al riscatto narrativo di Parlami di casa: due romanzi, un’unica traiettoria
Sinossi
A Portorico la luce del sole colpisce in modo diverso, la vita scorre lenta, a misura d’uomo, tra la natura rigogliosa e le mille sfumature dell’oceano. Ma l’isola caraibica è anche flagellata dagli uragani, ed è proprio durante un uragano che la giovane Daisy viene coinvolta in un grave incidente. Al suo capezzale accorrono dagli Stati Uniti la madre Ruth e la nonna Rafaela e, mentre la ragazza lotta tra la vita e la morte, le vicende di queste tre generazioni di donne si dipanano davanti ai nostri occhi, in una continua alternanza di presente e passato.
Rafaela, costretta a lasciare l’isola negli anni settanta per seguire il marito nel Midwest americano, è ora alle prese con preoccupanti perdite di memoria. Sua figlia Ruth, portata via bambina da Portorico, non è mai venuta a patti con il trauma dello sradicamento e la perdita della lingua madre. Infine Daisy, figlia di Ruth, che per ritrovare la sua identità è tornata lì dove tutto è iniziato, costruendosi un sogno su misura lontano da ogni destino già scritto.
Un romanzo familiare con al centro donne forti, donne fragili, donne che hanno fatto errori, che hanno amato e sofferto.
Donne vittime delle sottili forme di razzismo che accompagnano la diaspora portoricana, divise tra la frustrazione e la nostalgia di casa. Donne alla ricerca di un senso di appartenenza, che per trovarlo dovranno svelare segreti a lungo taciuti e risalire alle origini: proprio come i rami del baniano, che affondano nella terra e tornano a essere radici. Daisy, Ruth e Rafaela, tre generazioni di donne portoricane, una famiglia che deve ritrovare sé stessa, un linguaggio comune, un senso di appartenenza.
Recensione
Ci sono autrici che scrivono una storia e poi ci sono autrici che devono scriversi addosso la giustificazione di averla raccontata; Jeanine Cummins appartiene alla seconda categoria.
Dopo il successo planetario de “Il sale della terra” – con la tempesta che ne è scaturita – la scrittrice statunitense di origini miste irlandesi e portoricane si è trovata addosso l’accusa più pesante che si possa ricevere in letteratura, quella di appropriazione culturale.
La sua colpa? Secondo le critiche che arrivano da scrittori, giornalisti e accademici latinx, quella di aver raccontato il dramma dei migranti messicani verso gli Stati Uniti senza esserne parte, di aver trasformato la tragedia in un romanzo troppo cinematografico, troppo bianco, troppo destinato al mercato, di aver usato la sofferenza altrui come materia da bestseller.
La scrittrice Myriam Gurba, in un saggio diventato virale, lo ha definito senza mezzi termini “an obra de caca, un libro alla Frankenstein, uno spettacolo goffo e distorto” che “mescola stereotipi e sentimentalismo per intrattenere più che per rappresentare.”, sottolineando che “Non si tratta solo di chi scrive, ma di come si guarda. Cummins guarda il Messico come chi visita uno zoo.”.
Eppure, “Il sale della terra” non è assolutamente un libro da sottovalutare, dal momento che è una storia costruita con una tensione costante, quasi fisica, con una protagonista – Lydia – che, oltre che accompagnare il lettore nel terribile viaggio dei migrantes verso la libertà, porta sulle spalle la doppia condanna di essere madre e sopravvissuta.
Jeanine Cummins non scrive esclusivamente del Messico, ma descrive la fuga, la perdita, la paura come condizione universale, anche se il romanzo, nel suo sforzo di parlare per tutti, ha fatto percepire in molti la distanza tra chi osserva il dolore e chi lo vive, tra chi tenta di comprenderlo e chi ne porta le cicatrici sulla pelle.
L’autrice ha pagato il prezzo di un equivoco profondo, non tanto sul tema quanto sul ruolo dello scrittore contemporaneo; in un contesto in cui ogni narrazione è filtrata attraverso le domande su identità, appartenenza e legittimità, “Il sale della terra” diventa il terreno di scontro di un’intera epoca culturale.
Chi può raccontare una storia che non gli appartiene?
E, soprattutto, quanto conta il modo in cui quella storia viene costruita rispetto al vissuto di chi la scrive?
La stessa scrittrice ha raccontato in più interviste come si sia trovata costretta a difendersi non solo come scrittrice, ma come persona: “Mi chiedevano continuamente perché avessi scritto quel libro, non come lo avessi scritto”. La questione passa, pertanto, da un piano puramente estetico a quello identitario.
È proprio in questo punto di rottura che si innesca il filo conduttore – sottile ma tagliente come una lama – che conduce al suo secondo romanzo, Parlami di casa, con cui la Cummins torna alla scrittura con una scelta consapevole, spostando lo sguardo dentro un confine che conosce e che le appartiene, quello delle radici portoricane, dell’identità mista, della fragilità.
Ed allora, niente più fughe verso il Nord sul tetto della Bestia, niente cartelli della droga o sfiancanti percorsi attraverso il deserto, poiché la nuova storia prende corpo tra le mura di una casa americana, in cui tre donne – Daisy, Ruth e Rafaela – che rappresentano tre rami di uno stesso albero generazionale, si trovano ad affrontare un diverso tipo di frontiera, quella domestica e affettiva.
Le loro vite si intrecciano in un tessuto di segreti familiari, mancanze e tentativi di riconciliazione e se ne possono ricostruire i vissuti attraverso una narrazione fatta di racconti, ricordi e un’alternanza di piani temporali.
“… le radici che diventano i rami, che diventano le foglie, che diventano le radici, che diventano i rami. L’albero è l’amante senza riserve di se stesso, è la propria famiglia e la propria storia. Basta a se stesso.”
Rafaela è la radice, la donna che ha attraversato l’oceano e gli anni portandosi dietro un bagaglio di nostalgia e di ferite mai rimarginate; in lei c’è la forza delle origini, ma anche la fragilità della memoria che comincia a confondersi e sembra vivere costantemente tra due mondi, quello che ha lasciato e quello che non sente mai del tutto suo.
Ruth, la figlia, è la crepa che si apre, cresciuta lontano dall’isola e dalla lingua della madre, vive una tensione costante tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere; è una donna irrequieta, spesso chiusa, che si porta addosso la fatica di una storia familiare troppo grande per lei.
Daisy, la più giovane, è il tentativo di ricucire, in lei si mescolano rabbia e desiderio di appartenenza, il bisogno di capire da dove viene e quello di andarsene ancora; è la voce più inquieta, ma anche quella più sincera, perché non ha ancora imparato a mentire a se stessa.
Tre voci raccontate con grande tenerezza e misura, lasciando che siano gli sguardi, i gesti, le pause a parlare, in un mosaico di emozioni e affetti scomposti, in cui la casa non è mai solo un luogo fisico ma un sentimento, a volte ingombrante, altre volte salvifico.
Jeanine Cummins è riuscita a rendere riconoscibili le sue protagoniste senza mai spiegarle del tutto, poiché sono tutte donne imperfette, vive, che cercano ciascuna la propria lingua per potersi sentire “a casa”, anche quando casa non è più un rifugio ma un luogo pieno di silenzi che devono trovare il modo di essere colmati.
Il tono è più sommesso, a tratti l’autrice sembra quasi chiedere il permesso di poter raccontare, eppure, proprio nel restringere il campo, ritrova una forza che nel romanzo precedente appariva in parte compressa sotto la necessità di rappresentare l’epica; “Parlami di casa” è un libro che lascia parlare gli interstizi, le ferite che non si vedono, le parole che non arrivano.
Nel passaggio da “Il sale della terra” a “Parlami di casa” si compie, dunque, un movimento di rientro, dalla tragedia collettiva alla memoria privata, dalla fuga fisica alla ricomposizione emotiva.
È un percorso che somiglia a una confessione, ma anche a una resistenza, alla scelta di “difendersi” scrivendo un romanzo più intimo, più femminile, più lento, forse stilisticamente meno perfetto e d’impatto, ma, indubbiamente, più autentico.
Leggendo “Il sale della terra” si resta travolti dall’urgenza del ritmo, dai paesaggi, dalla tensione continua; è un romanzo che non concede tregua, che vuole farti correre; in “Parlami di casa”, invece, il movimento è tutto interiore, perché si corre verso un ricordo, non verso un confine.
La scrittura si fa più sobria, meno spettacolare, ma anche più vera nel modo in cui lascia emergere il dolore quotidiano delle donne, la fatica di amarsi e di perdonarsi.
In un passaggio di “Parlami di casa”, Daisy dice: “Non serve partire per capire quanto si è lontani.”, che suona quasi una replica, forse involontaria, a Lydia che nel primo romanzo sussurrava a Luca: “Ogni passo che facciamo ci allontana da casa, ma anche dal dolore.”.
Due frasi speculari, due modi diversi di misurare la distanza.
È questa la risposta più onesta che la Cummins potesse dare alle critiche, non una smentita, ma un’evoluzione e – in quest’ottica – le due opere, lette una dopo l’altra, dialogano come due fotografie dello stesso volto scattate in epoche diverse: nella prima, la scrittrice prova a raccontare il mondo; nella seconda, si limita – con coraggio – a raccontare se stessa, continuando a parlare di ingiustizia, ma con lo sguardo rivolto dentro le proprie case, le proprie assenze, i propri fantasmi.
“Il sale della terra” resta il suo romanzo più potente, “Parlami di casa” è il più necessario; in entrambi i casi, si affronta il medesimo nucleo tematico – la perdita, l’amore materno, la paura – ma da prospettive diverse: nel primo, attraverso il movimento fisico della fuga, nel secondo, attraverso il movimento interiore della riconciliazione.
E se il primo nasceva dal desiderio di capire, il secondo nasce dal bisogno – altrettanto urgente – di ascoltare.
Titolo: Parlami di casa
Autore: Jeanine Cummins
Traduzione: Francesca Pe’
Editore: Feltrinelli
Genere: autofiction
L’autrice
Jeanine Cummins è un’autrice statunitense. Ha trascorso la sua infanzia a Gaithersburg, nel Maryland, e ha frequentato la Towson University, dove si è laureata in inglese e comunicazione.
Nel 1993 Cummins è stata finalista al festival Rose of Tralee, un evento internazionale celebrato dalle comunità irlandesi di tutto il mondo.
Tra i titoli pubblicati in Italia, Il sale della terra (Feltrinelli, 2020), Parlami di casa (Feltrinelli, 2025).



