La forma dell’assenza: il pensiero di Massimo Recalcati sull’arte come luogo in cui il Reale si manifesta.
Le riflessioni di Massimo Recalcati sull’arte esulano qualsiasi approccio patografico sul rapporto fra opera e vicenda biografica dell’artista, per porre l’attenzione sull’opera come luogo simbolico in cui il Reale si manifesta. Proprio l’aspetto simbolico unisce l’approccio estetico e quello psicoanalitico. Ma al di là di Freud, e scegliendo come mentore Jacques Lacan, Recalcati crede che l’opera d’arte non celi nessun significato segreto che deve essere scoperto, ma che è proprio il luogo in cui il Reale si manifesta. Cioè: non un’immagine del mondo, ma un Mondo.
L’arte non rappresenta qualcosa, ma è ciò che rende manifesto, in termini wittgensteinini diremmo “mostra”, l’essenza della rappresentazione stessa.

Ma paradossalmente, tale essenza non è mai rappresentabile interamente, e proprio l’intraducibile, l’indicibile – ossia quel residuo con cui ogni pratica analitica deve fare i conti – sono il seme che fruttifica nell’arte.
Il maggiore contributo teorico alla psicoanalisi dell’arte, Recalcati lo ha dato nel testo Il miracolo della forma, nel quale l’arte non è considerata un
«terreno da colonizzare con gli strumenti della psicoanalisi (a questo si è invece ridotta spesso la cosiddetta “psicoanalisi applicata”), ma come un luogo affine, implicato alla psicoanalisi. L’arte e la psicoanalisi sono pratiche della sublimazione del linguaggio, ma soprattutto sono pratiche che non trovano fondamento se non in se stesse, dunque pratiche senza garanzia, senza quel sapere forte e duro che contraddistinguerebbe le scienze positive, pratiche che mettono al loro centro la dimensione del reale1».
In quest’opera, Recalcati propone l’analisi delle poetiche di artisti che torneranno anche nelle sue successive monografie, quali Tàpies, Morandi, Parmiggiani, Burri, Pollock e Kline. Riflettere sulla sublimazione significa delimitare all’interno della forma l’Indicibile, ciò che Lacan definiva il “centro esterno del linguaggio”.
Questa ricerca, che è un’estetica dell’extra linguistico e del non-simbolico, trova applicazione in tre interessanti monografie (tutte edite da Marsilio Arte):
- Il trauma del fuoco. Vita e morte nell’opera di Claudio Parmiggiani, 2023
- Il silenzio della materia. La poetica del Muro di Antoni Tàpies, 2024
- Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer, 2026.
Dicevamo un’estetica del non-simbolico. Ciò indica, in tutte e tre queste monografie, un differente approccio al ruolo degli oggetti rappresentati nelle opere d’arte, che non reclamano il valore semantico di un simbolo, che non rimandano quindi ad un significato latente.
La critica di Parmiggiani, Tàpies e Kiefer ad ogni forma di simbolismo è netta, perché mentre il simbolo crea uno sdoppiamento significante/significato, gli oggetti presenti nelle opere di questi tre artisti significano solamente la loro stessa presenza, sono immanenti.

Se, come dicevamo in apertura, nella maggior parte dell’estetica psicoanalitica, l’opera viene interrogata per spiegare e comprendere il “fantasma” dell’artista, che significa leggere l’opera attraverso l’inconscio dell’artista, Parmiggiani rovescia il rapporto dicendo che è l’evento dell’opera che mostrare qualcosa sullo statuto dell’inconscio. Proprio per questo motivo l’opera disarticola il rapporto fra il significante e il significato, ci svela l’inadeguatezza del linguaggio per dire l’essenza delle cose. Parmiggiani disintegra “la città euclidea del simbolismo”.
Tuttavia, pensare gli oggetti come oggetti e non più come simboli, non significa rendere muta la loro semplice presenza.
La serie di opere di Parmiggiani che va sotto il nome di Delocazioni nasce dall’epifania della traccia che l’oggetto lascia quando viene ritirato da un luogo, la sua impronta.

Alla fine del 1970, per una mostra a Modena, viene assegnata al giovane Parmiggiani una sala, un vecchio magazzino. Sgomberandolo, spostando alcuni oggetti restanonei muri le loro forme, impresse dalla polvera.
Ciò serve a Recalcati per parlare di una “poetica dell’assenza”, nella quale quell’ombra, quella sorta di negativo lasciato su una lastra, è “assenza incarnata” in una presenza materiale.
Riproponendo la domanda che Jean-Paul Sartre si poneva in merito all’opera di Giacometti (Come si può dipingere il vuoto?) Recalcati indaga in ognuno di questi testi un’arte che evoca l’assenza attraverso la presenza.
«L’assenza non è il contrario della presenza, così come l’ombra non è il contrario della luce. Piuttosto essa evoca la presenza nella forma del resto. E ciò significa che mentre l’impronta sancisce la perdita irreversibile dell’oggetto, ne commemora, nel medesimo tempo, la presenza: la scala, la finestra, la biblioteca, i libri, il violino, persino il proprio stesso corpo, lasciano di sé solo degli orli fragilissimi, tracce, sedimentazioni di fumo e polvere. La sostanza solida della materia si smaterializza, la presenza si ritira assentificandosi2».
L’interesse è per un’esperienza artistica del “resto”, che ritornerà nell’ultimo saggio edito, su Anselm Kiefer. In mezzo, la riflessione sull’importanza della materia (e sul suo silenzio), mediante l’attraversamento dell’esperienza artistica di Antonio Tàpies.
La sua poetica del muro si basa sulla trama, sulla materia e sul vuoto.

Non è una materia bruta quella al centro dell’opera di Tàpies, ma una materia solcata dai segni. Diventa, quindi, materia stratificata, in cui si sedimenta il tempo e la Storia. Il libro esplora l’importanza della materia (paglia, fango, polvere, sabbia) come elemento artistico, perché anche qui essa “mostra” dice se stessa, non è un mezzo per rappresentare altro.
Quest’uso della materia, la sua “metafisica dell’immanenza” saranno al centro de Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer.
La materia qui diviene “macerie”. Kiefer, nato nel 1945 tra le macerie della Germania post-bellica, è cresciuto giocando fra i resti, con una intimità con la distruzione, che ha trasformato in metodo artistico: costruire con le macerie, perché esse sono ciò che resta, ma anche ciò che resiste. Esse quindi sono distruzione e rigenerazione.
«La metafisica del resto non è la metafisica del tutto. Il resto non allude a nessuna totalità infranta né tanto meno pretenderebbe di ricomporla in un avvenire utopico-escatologico. Il resto non è il luogo dove la vita si sta spegnendo, dove la sopravvivenza annuncia il suo definitivo tramonto. Il resto è piuttosto, come direbbe Derrida, una «restanza», una forza, una trascendenza, una scintilla di luce che non si spegne, una cenere che continua ad ardere3». (p. 15)
È una metafisica dell’immanenza, perché non crede nello sdoppiamento del mondo in un “giù” e un “su”, in un transeunte e un eterno.
Il Sacro non è esiliato, ma si fa materia.
L’universo simbolico di Kiefer attinge a differenti fonti: si va dalla mitologia, all’alchimia, dalla filosofia, alla scienza, allo studio delle religioni. Gli stessi materiali rimandano a significati alchemici (basti pensare al piombo), ma anche la cenere, la paglia, la terra. Far sì che la maceria si rigeneri significa farlo germogliare come un seme santo, che fiorisce nonostante l’abisso del male (proprio questo è il nome del primo capitolo del libro). L’arte è lotta all’oblio, è impedire alla morte e alla rovina di avere l’ultima parola.

Il “resto” è ugualmente importante nella pratica analitica, perché esso è il ritorno del rimosso, ciò che si ripresenta costantemente. Le tele stratificate di Tiefer, come quelle di Tàpies, rappressentano per Recalcati ciò che non non può essere rimosso. I grumi, i resti, sono gli orrori della storia, Presentarli, invece che nasconderli, è un atto terapeutico, mediante la trasfigurazione in forma.
La storia, quindi, è la materia prima dell’arte, per Kiefer, perché è «frattura di ogni unità originaria, dissidio, dissonanza, lotta perpetua, distruzione, catastrofe, morte4». (p. 20).
Del resto, il titolo del saggio riprende una metafora biblica di Isaia, che indica ciò che sopravvive alla distruzione.
Il nucleo più profondo dell’arte per Recalcati è la possibilità di trasformare la ferita, il trauma in una forza generativa di un nuovo inizio. È questo il “miracolo della forma” e la sublime dignità che l’immaginario occupa nell’esistenza umana.
1 Massimo Recalcati, Il miracolo della forma, Castelvecchi 2024, p. 9.
2 Massimo Recalcati, Il Mistero delle cose. Nove ritratti di artista, Feltrinelli, 2016, p. 22.
3 Massimo Recalcati, Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer, Marsilio Arte, 2026, p. 15.
4 Ivi, p. 20.


