Le parole della violenza: quelle da cui difendersi, quelle che non dobbiamo più tramandare
Ci sono parole che non lasciano lividi e proprio per questo sanno colpire più in profondità. Parole che graffiano in silenzio, che scavano piccole fratture invisibili, che sedimentano. La violenza comincia spesso così: non da un gesto, ma da un lessico quotidiano che riduce, mortifica, ferisce. Un linguaggio che sminuisce l’esperienza, ne altera il senso, trasforma il dolore in eccesso di sensibilità, la paura in esagerazione, la rabbia in stonatura.
Da qui nasce questo articolo collettivo: dalla necessità di chiamare la violenza per nome, senza smussarla, senza vestirla di toni rituali. Abbiamo chiesto a più autori di scrivere brevi testi non storie esemplari, ma frammenti: episodi minimi, fenditure di memoria, parole che sono rimaste sospese, parole che hanno lasciato un segno. Perché ogni frase che ferisce è una testimonianza, un indizio, un modo per vedere ciò che troppo spesso passa inosservato.
Questa raccolta è un inventario dell’intollerabile: le parole che non vogliamo più ascoltare e quelle che non dobbiamo più insegnare. Non cerchiamo retorica, né consolazione. Cerchiamo verità asciutte, crude, muriatiche. Voci diverse che, accostate, compongono un’unica trama: un paesaggio di dettagli che mostra quanto il linguaggio possa essere arma, abitudine, colpa collettiva.
A seguire, le nostre voci. Le parole che restano. Le parole che, finalmente, non lasciamo più passare.
Questo articolo si rivolge a un pubblico adulto e affronta tematiche sensibili
- 1. Tranquilla di Sabrina de Bastiani – scrittrice
- 2. Tu sei troppo sensibile di Alessandra Panzini – redattrice
- 3. Cedere di Salvatore Lo Iacono – founder LuciaLibri
- 4. L’arte femminile e l’arte di sminuirla di Chiara Montani – scrittrice
- 5. #iocivogliocredere di Cecilia Lavopa – founder ContornidiNoir
- 6. Ma lei intende avere figli? Di Mariangela Cofone – BookInfluencer
- 7. Mostruose perché libere di Paola Vicidomini – redattrice
- 8. Fratelli di Donatella Vassallo – redattrice
- 9 Ma di chi è questo bel pistolino? Di Giovanni Jonvalli – scrittore
- 10 Stai zitta di Tiziana Ricci – redattrice
- 11 Lo spazio violato di Silvia Campus – BookInfluencer
- 12 Stavano solo scherzando di Patrizia Argenziano – BookBlogger
- 13 La violenza inizia qui di Samanta Giambarresi – redattrice
- 14 Ti 6 divertita anche tu vero? di Alice Dalle Grave – redattrice
- 15 *Ti amo di Luca de Vincentiis – poeta
- 16 Oltre l’elenco di Nicoletta Tani – redattrice
- 17 Passato, Presente, Futuro di Monica Oliveri – redattrice
- 18 Solo se faccio come dici tu di Chiara Gianni – traduttrice, scrittrice
- 19 *Sei il suo porno vivente nei Laura Gobbo – redattrice
- 20 Il catalogo dell’inaccettabile di Gisella Carullo – redattrice
Tranquilla
Ci sono parole innocenti, parole che non nascono violente.
Lo diventano quando le si piega a un intento.
In vocabolario è pace, respiro, tregua.

Nella vita reale, detta con un certo tono e magari con quel mezzo sorriso che non arriva agli occhi, diventa un guinzaglio.
Non ti chiede di stare calma, ti ordina di ridurti.
È una parola neutra che cambia colore in base al contesto, un interruttore che spegne l’obiezione e accende la concessione.
“Tranquilla” è una di quelle.
Quel “tranquilla”, detto con la precisione di chi sa colpire senza lasciare lividi.
Una parola neutra, appunto.
Un invito che da gentile, può invece funzionare come un coperchio: chiudere, abbassare, ridimensionare.
Le scalfiture si moltiplicano così, una dietro l’altra, nascoste dentro frasi che sembrano premure e invece insegnano a tacere.
E ci si scivola dentro quasi senza accorgersene, finché, in quel solco che si allunga, sordo, diventano una cucitura invisibile che tiene insieme tutto ciò che non si osa dire.
La violenza qui non grida.
Suggerisce.
Non comanda.
Reclina.
Trasforma il linguaggio in un recinto e mentre cerchi di non sembrare “esagerata”, ci entri da sola.
Non è il significato a fare il danno, è ciò che sottende, la certezza che la tua misura sia sempre troppa.
E in quelle sillabe morbide, tran-qui-lla, si nasconde l’invito più insidioso: farti piccola senza che nessuno possa chiedertelo davvero, anche se lo fa.
a cura di Sabrina De Bastiani – scrittrice
“Tu sei troppo sensibile”
Cosa c’è di male a dire “tu sei troppo sensibile”?

Partiamo dal fatto che ogni volta che una frase comincia con TU sei TU fai TU dici, si sta dirigendo il dito sull’altro, si sta entrando a gamba tesa sul suo mondo interiore, sulla sua storia (di cui se esiste una relazione intima, forse se ne conosce qualcosa, e il forse è d’obbligo), sulla sua vita. SUA non TUA, non MIA.
E ogni volta che si punta il dito, quello che si fa è emettere un giudizio, mettersi su un piano di superiorità, quanto meno emotiva, è confinare dentro i margini e i limiti di chi parla, la vita dell’altro diverso da sé. E tipicamente, purtroppo, questo sguardo superiore è rivolto alle donne. E tipicamente il passo verso l’annullamento dell’altro è cortissimo. Passa dal giudizio di valore, quindi qualcosa che TU fai o TU sei è sbagliata.
TU sei difettosa. TU devi dubitare di ciò che senti. TU non meriti il tempo dell’attenzione, TU non vali abbastanza per essere ascoltata. TU TU TU e la donna diventa un’etichetta.
Quindi un oggetto, anche piuttosto insignificante, minuscolo, cancellabile, svalutabile. E questa è l’anticamera della violenza, che mina l’autostima, che offusca la percezione di sé, che trasforma il pensiero in un’autoaccusa: «non sono abbastanza brava, non abbastanza intelligente, non abbastanza cazzuta, non abbastanza capace». Più si sta in contatto con parole sminuenti, più la resistenza diminuisce, più si assottigliano i confini che circondano la sacralità individuale, più non si riconosce l’abuso, più si finisce per non avere più parole per riconoscerlo, più si viene uccise
a cura di Alessandra Panzini – redattrice
Cedere

Contribuire a un inventario dell’intollerabile, a una sequela di parole da non tramandare, in questa Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La consegna è chiarissima. E ne vengono in mente tante parole, insostenibili, vergognose, vigliacche, del passato, del presente, del futuro, arcaismi, neologismi.
Poi una parola affiora, secca e perentoria. Letta qualche tempo fa in un libro pubblicato da Rizzoli, “Sto ancora aspettando qualcuno che mi chieda scusa” di Michela Marzano.
“… succede a chiunque quando ci si innamora, quando ci innamoriamo siamo tutti disposti a cedere pur di non perdere la persona che ci piace”.
La parola è “cedere”, declinata nell’accezione di soccombere, rinunciare, mollare. Un vocabolo da cancellare, da destinare a un cassetto dell’oblio.
a cura di Salvatore Lo Iacono – giornalista – Fonder LuciaLibri
L’arte femminile e l’arte di sminuirla
«È vero che ella possiede tanta bruttezza quanto spirito, ma parla con tale grazia e finezza che le si perdona facilmente il suo viso». Così l’abate Antonio Conti, fisico e matematico padovano, scagliava nel 1728 il più classico degli stigmi, quello estetico, sulla pittrice Giulia Lama, per giunta con l’intento di tesserne le lodi. Non suonano molto più felici le parole pronunciate meno di un secolo prima dal priore dello studio di Bologna nella sua appassionata orazione funebre in memoria di Elisabetta Sirani: «Nacque femmina, ma d’effemminato non ritenne, che la corteccia del nome». Come a dire che era troppo brava per essere donna. Poi ci sono i buoni intenti del Vasari nel lodare suor Plautilla Nelli, a capo di una bottega di suore pittrici nella Firenze cinquecentesca: «Avrebbe fatto cose meravigliose se, come fanno gli uomini, avesse avuto comodo di studiare». Con l’accento ovviamente posto sul condizionale.
Parole tanto più inquietanti perché figlie di buone intenzioni, di un paternalismo, di una malcelata sufficienza verso quelle donne che hanno osato rivendicare il proprio diritto a esprimersi.
Parole antiche, di epoche lontane, concetti superati… o forse non del tutto? Quando i pregiudizi sono troppo pesanti, la loro eredità può incunearsi nei secoli giungendo dritta fino ai nostri libri di storia dell’arte, nei quali ancora quelle artiste faticano a sollevare la testa dall’oblio in cui sono state precipitate.
Ma non solo. Oggi che la presenza femminile nei musei, nei casi migliori, non riesce a sfondare la soglia del 10%, oggi che le opere di mano maschile sono incredibilmente battute in asta a prezzi da sette a dieci volte maggiori, oggi che l’arte al femminile è spesso trattata al pari di una specie protetta e guardata come un mondo a parte, come se la creatività potesse avere un genere, ancora oggi capita ancora di veder serpeggiare quello strisciante, odioso retaggio per cui una donna deve sempre dimostrare a prescindere il proprio valore. Come se non fossero passati quattro secoli da quando Artemisia Gentileschi scriveva a un suo committente: “farò vedere a vostra signoria illustrissima quello che sa fare una donna”.
a cura di Chiara Montani – scrittrice
#iocivogliocredere
Ci sarebbero così tante storie da raccontare, nelle quali le donne che ho conosciuto sono state vessate, maltrattate, derise, in una società come quella di ieri e di oggi, poco incline ai cambiamenti e per alcuni versi ancorata a mentalità centenarie.

Potrei cominciare con Elisabetta, moglie e madre di altri tempi, casalinga a tempo pieno, che ha dovuto tenere la suocera in casa per anni, e sentirsi dire tutti i giorni: “Mio figlio meritava molto di più di te.” Lo stesso marito, che ai conoscenti raccontava che la donna che aveva sposato non valeva nulla.
Elisabetta si sfogava con i genitori, era pentita di essersi sposata molto giovane con un uomo così gretto. Ma loro non l’avrebbero mai ripresa a casa. Che scandalo una separazione!
C’è anche Cristina, picchiata dal fratello tanto da farla finire in ospedale e, al mio suggerimento di denunciarlo ai carabinieri, sentirmi rispondere: “Sono io che l’ho provocato, non l’ha fatto apposta.”
Ci sarebbero così tante storie da raccontare, ma io non voglio più sentirle.
Non basta parlarne, occorre agire e in fretta. Le nuove generazioni rischiano di essere peggio delle precedenti, cominciamo dalle scuole e cerchiamo di rendere migliori gli uomini del domani.
Io ci voglio credere, e voi?
a cura di Cecilia Lavopa – scrittrice – Fonder ContornidiNoir
«Ma lei intende avere figli?»
«Ma lei intende avere figli?»
Non è stato un medico a chiedermelo, ma il direttore di un’agenzia immobiliare, in un colloquio di lavoro.

Avevo ventisei anni, una laurea fresca, una strada ancora da costruire e un anello di fidanzamento al dito. La domanda mi ha trafitta: sorpresa, imbarazzo, un disagio senza nome. Ma una cosa l’ho capita subito: quel lavoro dipendeva dalla mia risposta.
E ho risposto di no, senza averlo mai davvero pensato e neppure essermelo mai ancora domandata.
A casa è arrivato il peso: una stretta allo stomaco, un malessere che si allargava e che in pochi giorni è diventato chiarezza. Bastava essere donna, bastava un anello, per trasformarmi in un problema da prevenire.
Quella domanda violava una sfera intima che non avrebbe mai dovuto entrare in un colloquio. E ciò che mi ha ferita di più è stato non essermi difesa sbattendogli in faccia la sua domanda fuori luogo. Avevo subito.
Tre giorni dopo il direttore mi ha chiamata: il posto era mio. Ho rifiutato. È stata la mia seconda possibilità, con la promessa fatta a me stessa: mai più.
a cura di Mariangela Cofone – BookInfluencer – Social Media Manager
Mostruose perché libere
“La donna è sempre stata un mostro”, ci ricorda Jude Ellison Sady Doyle nel suo saggio Il mostruoso femminile

Mostro perché libera, perché non allineata, perché fuori controllo e se il mostro è ciò che spaventa, allora il femminile che non si piega diventa qualcosa da addomesticare.
È qui che nasce la violenza, nel bisogno di riportare all’ordine ciò che sfugge, nel linguaggio che prepara la gabbia prima ancora del gesto in sé.
Ho sentito frasi che facevano più male di uno schiaffo: “stai composta”, “non provocare”, “se succede qualcosa te la sei cercata”, un addestramento antico, cucito addosso come una pelle che non ti appartiene.
Una donna davvero libera è sempre stata considerata una minaccia e allora il mondo ha imparato a contenerla con le parole: prima per sminuirla, poi per correggerla, alla fine per punirla; sono parole che non proteggono, ma colpevolizzano, non educano, ma limitano, giustificano chi uccide e assolvono chi controlla.
Non voglio più sentire “era un bravo ragazzo”, non voglio più vedere la colpa ribaltata su chi ha solo resistito, perché ogni volta che assolvete lui tradite lei e rendete l’orrore una normalità tollerabile.Quelle che voglio sono parole che non leniscono ma smascherano, che scompongono l’abitudine, che spezzano il copione, che restituiscono al “mostro femminile” il suo vero nome: libertà.
a cura di Paola Vicidomini – redattrice
Fratelli
Di cosa parlano i ragazzi tra di loro? Se, come me, prendete i mezzi pubblici negli orari abitualmente frequentati dagli studenti, vi sarà capitato di ascoltare qualche loro conversazione. Una mattina, intorno alle 7, ne avevo un gruppetto alle spalle, mi arrivavano chiare le parole di uno di loro, un quindicenne che intercalava il suo discorso con un “fra” che all’inizio avevo scambiato per l’abbreviazione di “Francesco”.

Ci ho messo un po’ per capire che stava invece per “fratello”. Questo cameratismo da Cantico delle Creature gli conferiva una certa spavalderia negli atteggiamenti e nei toni: “No, perché fra’ io avevo cominciato a leggere storia, l’Illuminismo, ma poi era troppo filosofico”. Per non restare impastoiato nelle spire della filosofia, ha così pensato bene di scendere di livello e di parlare di “tope”: «Ma perché tu mi vuoi dire che se una è mulatta ma è topa, tu non te la fai? Fra’, ma se una è bionda e l’altra è mulatta, ma sono tutte e due delle supertope, io me le faccio tutte e due».
E qui arriva la conclusione “filosofica”: «Perché vabbè fra’, nascere femmina ti dà qualche problema in più dei maschi, però, se sei una supertopa, puoi fare la mantenuta a vita».
Quanta saggezza, tra fratelli.
a cura di Donatella Vassallo – redattrice
“Ma di chi è questo bel pistolino?”
Quante volte lo abbiamo sentito dire, rivolto al bimbo dalla mamma ridente?
E quanto ci metterebbe a disagio, immaginare il complimento analogo di un padre alla figlia?
Il pensiero dell’essere umano è verbale e viene codificato e passato come il latte, da madre a figlio. Liberarsene è complesso, quando riesce.

Ricordo certe mamme dai bimbi perfetti, santi, modelli di bellezza e di virtù cui tutto doveva essere concesso per diritto di nascita e proiezione di sé nel mondo, figlie anche loro di un pensiero che giusto nella maternità poteva vederle realizzate.
Schiave volontarie, sempre pronte a nutrire e rammendare calzini, a battersi perché nessuno potesse mettere in dubbio le qualità dei bimbi preziosi, a ribadirne la perfezione, a gratificarne l’ego. Giocaste pronte a vedere in ogni donna la sciacquetta che porterà via il pulcino dal nido.
O forse, talvolta, inconsciamente intente, come novelle Rabbi Loew, a creare il Golem che possa prenderne le difese una volta cresciuto.
Perché la violenza sulle donne non è solo quella delle parole, degli schiaffi che si fermano sulla pelle o dei pugni che rompono le ossa. La violenza sulle donne è anche quella che penetra nell’anima e lì viene introiettata, incorporata, mutata e replicata, pronta per un nuovo ciclo.
È difficile immaginare un modo diverso di essere madri senza la ricerca parallela di una identità femminile. La ricerca che impegna noi tutti.
a cura di Giovanni Jonvalli – scrittore
” STAI ZITTA !”
Se è vero che la violenza passa anche, e soprattutto, attraverso le parole, ce n’è, tra tutte, una che mi fa sempre rizzare i capelli in testa ed è proprio STAI ZITTA!

E subito la mente mi va a quel bellissimo libretto di Michela Murgia – ‘STAI ZITTA e altre nove frasi che non vogliamo più sentire‘ edito Einaudi, anno 2021 – in cui ha raccontato che in Italia se si è donna si muore anche a causa del linguaggio perché “è con le parole che ci fanno sparire dai luoghi pubblici, dalle professioni, dai dibattiti e dalle notizie, ma di parole ingiuste si muore anche nella vita quotidiana, dove il pregiudizio che passa per il linguaggio uccide la nostra possibilità di essere pienamente noi stesse“.
Volete sapere le altre nove frasi che non vogliamo più sentire‘ declinate dalla Murgia? Ormai siete dappertutto – Come hai detto che ti chiami? – Brava e pure mamma! – Spaventi gli uomini – Le donne sono le peggiori nemiche delle altre donne- Io non sono maschilista – Sei una donna con le palle – Adesso ti spiego – Era solo un complimento – Sono solo parole…..
E’ vero, sono solo parole ma con la capacità di denigrare una persona ed è per questo che quando capita che io senta mio figlio maschio zittire la sorella con quel STAI ZITTA mi parte subito la brocca e lo redarguisco subito, e lo faccio perché impari subito che quel STAI ZITTA fa più male di tanti altri atteggiamenti.
a cura di Tiziana Ricci – redattrice
Lo spazio violato
Questo è un episodio accaduto ai tempi in cui andavo all’università. Ricordo quella mattina come se fosse ieri: avevo scelto con cura un vestito rosso per l’esame, un colore che mi dava sicurezza. Prendo il treno delle 9.30, dopo l’ora di punta, e scopro che i vagoni sono quasi vuoti, una calma insolita per quell’ora.
Mi siedo accanto al finestrino, apro il libro e provo a concentrarmi sulle pagine, lasciando che il rumore leggero del treno mi culli. Dopo qualche fermata entra un uomo e si piazza davanti a me. All’inizio non ci faccio caso, penso sia solo un passeggero qualsiasi.

Ma qualcosa non va. Lo sento osservare, percepisco lo spazio che invade, quella sensazione strana di disagio che non sai subito come chiamare. Poi lo vedo: si sta toccando, lì davanti a me, mentre il mio sguardo lo sorprende.
È un momento sospeso, di imbarazzo e rabbia che ti paralizzano, in cui vorresti sparire e gridare nello stesso istante.
Il controllore si avvicina e in un attimo tutto cambia: si ritrae, impacchetta, fugge via. Nessun contatto, nessuna parola detta, eppure la violenza era lì, concreta e invasiva.
Era nel gesto che cercava di possedere uno spazio che non gli apparteneva, nell’indifferenza verso il mio sguardo, nell’eco del silenzio e dell’imbarazzo che mi ha lasciato addosso per giorni.
a cura di Silvia Campus – promotrice editoriale, BookInfluencer
Stavano solo scherzando
Amavo quella casa, l’amo ancora. Eppure quei cori di ragazzini erano indirizzati a me, solo ed esclusivamente a me. Lo sapevo, una volta erano miei amici.

Li riconoscevo dalla voce, il cuore iniziava a battere all’impazzata e poi partiva quel dolore insopportabile alle orecchie che si amplificava sino a scoppiarmi dentro. Non si avvicinavano troppo, non mi sfioravano mai ma, ogni volta, con quella frase, uccidevano un pezzetto di me, rischiando di farmi scomparire piano piano.
Invisibile, tutti i giorni, per mesi.
Le parole: lame affilate che affondano nella carne con forza inaudita e lì, per sempre, rimangono incastrate.
Incastrate nelle maglie della tua solitudine di ragazzina già persa in pensieri troppo grandi.
“Stavano solo scherzando“
a cura di Patrizia Argenziano – BookBlogger
La violenza inizia qui
“Vai a lavarti i piatti” “va a girare il sugo” “vestita così è pronta per andare a fare…” e ancora “fai schifo” “sei una nullità” “ammazzati”.
Mi chiedo come si possa insegnare alla nuova generazione il rispetto e la gentilezza se siamo i primi a pubblicare certi commenti odiosi. Abbiamo scambiato i social per il bancone del bar e pensiamo di dire cose divertenti senza renderci conto del dolore dietro a quelle parole.

Le parole hanno un peso e fanno male.
L’odio ormai passa attraverso il web ma, la cosa che rende tutto questo pauroso è, la facilità con cui quel confine ormai è stato valicato, non vi è differenza e le cose dette dietro un telefonino diventano attuabili. E la violenza spesso è giustificata: “è solo un ragazzo” “era stressato” “si sentiva ferito”.
Quello che oggi è gioco, quello che oggi è solo un messaggio sotto la foto di qualcuno nel web, domani diventa concreto. La parola diventa fatto, l’offesa violenza e la violenza, stranamente, sta diventando uno status.
Abbiamo bisogno di rieducarci tutti alla gentilezza! Abbiamo bisogno di pensare alle parole dette e scritte e di non nasconderci dietro la superbia o il “dico solo quel che penso faccio quello che voglio!”.
a cura di Samanta Giambarresi – redattrice
Ti 6 divertita anche tu vero?
Vorrei che fossi qui cn me, nel letto… sn da solo… potremmo giocare al dottore…
Non ho risposto. È mio cugino di cinquant’anni che mi manda questi messaggi, di notte. Mi sveglio alle sei per andare a scuola e mi tocca leggere certe cazzate. Ho sedici anni, non lo sa che è illegale? Chiedermi di che colore ho le mutande, alludere alla sua “proboscide”.
Poi un giorno l’ho beccato sull’autobus, non lo vedevo da secoli. Mi si è seduto vicino e ha cominciato a farmi domande.

Ma non li leggi i miei messaggi? Non ti arrivano? Indossava un paio di pantaloni della tuta grigi e teneva sulle gambe un Eastpak nero. Non ti ricordi di quand’eri piccola? Venivi a casa della zia e io ti facevo fare il giro dell’orto, raccoglievamo quei cetrioli belli grandi. Intanto, la sua mano si posava sulla mia coscia. Ti do fastidio? Giocavamo sempre insieme, te lo ricordi? L’altra mano, la teneva sotto allo zaino e la fregava veloce avanti e indietro. Non ti piacerebbe venire a casa mia? Non lo diciamo a nessuno…
Le sue dita smaniose risalirono i miei jeans e s’infilarono nello spazio tra le cosce. Emise un gemito, io gridai e scattai in piedi. Tutti si voltarono a guardarmi. Guardavano me, mica lui. Sgattaiolò al fondo del bus, neanche trenta secondi dopo raggiungemmo la fermata e scese.
Mi squillò il telefono.
È stato proprio bello vederti oggi…. Ti 6 divertita anche tu vero?
a cura di Alice Dalle Grave – redattrice
* Ti amo
Lui le ha messo la mano sul collo, una maldestra imitazione di soffocamento. Non un gesto improvviso: una replica. Una copia sgranata di un film che ha visto mille volte, finché l’immaginazione non gli è diventata coreografia. Lei sbarra gli occhi, cerca aria.
«Così non mi piace, mi stai facendo male. Non respiro.»
«Devi stare zitta. Lasciami fare, stai tranquilla», dice. Non la guarda: guarda l’idea di lei che ha in testa.
Lei prova a scostarlo, piano, con quella cautela che non è paura del dolore, ma del dopo. Lui interpreta quel gesto come un gioco, come un altro frame da imitare. Le monta addosso, la gira, colleziona schiaffi e posizioni come fossero istruzioni. Lei capisce che resistere davvero significherebbe perdere tutto. Allora si lascia fare, si lascia usare, fino a quando lui si scosta, conclude, si abbandona.

«Ti amo», mormora Lei, come una toppa cucita su una ferita che nessuno vuole guardare.
Lui, immobile, guarda il soffitto: non si sa se davvero vede qualcosa.
La scena non è eccezionale. È ordinaria. Ordinaria come la facilità con cui la finzione diventa protocollo, come l’assenza di distanza critica con cui lasciamo che lo schermo riscriva i nostri gesti, i nostri desideri, perfino la nostra idea di consenso.
Un tempo era la realtà a nutrire l’immaginario; oggi è l’immaginario a dettare la realtà, e noi eseguiamo — quasi sempre senza accorgercene — una regia che non abbiamo scelto.
Vestiamo slogan, modi di dire, comportamenti, senza avere cura di capire che cosa sia tutto questo, quali siano le origini, quale il fine. C’è una semplicità nell’assimilare tutto questo che è orribile.
Viviamo nella cultura dell’immagine che non chiede comprensione, ma velocità. Assimiliamo posture e rituali senza domandarci da dove arrivino, quale visione del mondo portino con sé. E mentre scorriamo, guardiamo, consumiamo, perdiamo proprio ciò che dovrebbe guidarci: la capacità di distinguere il gioco dalla violenza, la fantasia dal dominio.
La verità è che la violenza cresce così: nel silenzio, nel fraintendimento elevato a norma, nell’immaginario che sostituisce l’etica. Non serve il mostro: basta l’abitudine. E chi non guarda diventa complice.
a cura di Luca de Vincentiis – poeta libraio
OLTRE L’ELENCO
Violenza come abuso di potere e scelta deliberata, mai come fatalità o conseguenza giustificabile. La violenza non è un fenomeno esclusivo di genere, né si manifesta in una sola forma.Le parole efficaci sono quelle che chiamano le cose con il loro nome, mantenendo il focus sull’azione: violenza, aggressione, abuso, maltrattamento, stupro, omicidio.

La violenza è un atto. Di fronte all’orrore, la società si illude cercando la “causa” — il trauma, la mancanza educativa — un rifugio che altro non è che un tentativo di mitigare il male, deresponsabilizzando l’aggressore. Dobbiamo parlare di indegnità di chi commette il male, esseri che non possono più essere definiti né “persone” né “animali” (connotazione usata a sproposito per degradare l’atto).
Per questi esseri l’unica risposta adeguata è il silenzio e la certezza che il male causato diventi il loro karma. Una visione che rifiuta il processo, le scuse e la riabilitazione, proponendo una sanzione che non è la punizione sociale (la prigione), ma la condanna esistenziale: l’obbligo di subire e patire lo stesso male che hanno causato. Una punizione che li imprigiona nel loro stesso orrore, nel presente e in tutti i loro futuri.Una prospettiva sicuramente onesta. L’unica giustizia è quella che non parla, non perdona e non dimentica. È la giustizia della consequenzialità, dove l’autore è costretto a vivere in eterno l’ombra della sua azione.
Codice di Hammurabi vs Dei Delitti e delle Pene
a cura di Nicoletta Tani – redattrice
Passato, presente, futuro.
Passato.
Ho smesso di uscire per il paese. Ho iniziato a coprirmi e a indossare vestiti di una taglia più grande della
mia.
CATCALLING.
I miei passi hanno seguito il ritmo di quel fischio, di quelle parole sporche e poi si sono fatti più rapidi.
FUGA.
Ho iniziato a restare a casa, sempre più spesso, rannicchiata nell’angolo del divano sformato dal peso dei
corpi e della vergogna per una COLPA che credevo mia, una COLPA che non era mia, una COLPA che
non era COLPA.

Presente.
Esco per il paese. Mi vesto come voglio.
Evito alcune strade, per PAURA.
Di cosa?
Di uno SPAVENTO, di un’AGGRESSIONE, verbale o fisica, che può arrivare da laggiù, dall’angolo della
strada, sotto quel portico che attraverso a passo spedito quando esco dal lavoro.
Ho PAURA delle OMBRE che si muovono.
Delineo il mio percorso in base ad una SOCIETà IGNORANTE che mi costringe a tenere il telefonino a
portata di mano, ad entrare in auto veloce per poi chiudermi immediatamente all’interno.
Perché non si sa mai. Perché è meglio così.
Futuro.
Cammino ciondolando nei vicoli bui di una notte senza stelle. Mi perdo a guardare gli scorci. Passeggio
radente il muro diroccato di un edificio ormai abbandonato da tempo. Un gruppo di ragazzi, di uomini
scherzano sulla scalinata di pietra. Non fanno caso a me. Siamo entità parallele di una realtà unica.
SOGNO. Forse UTOPIA.
a cura di Monica Oliveri – redattrice
Solo se faccio come dici tu
Le parole mi cadevano attorno come foglie d’autunno. Gialle e rosse, parole di fuoco. Mentre camminavo nel parco, costeggiando il fiume Lambro che emanava un forte odore come di detersivo, continuavo a pensare alle tue parole. Le foglie intanto cadevano lievi, formando sul terreno un tappeto sfumato di giallo limone. Gingko Biloba, prevalentemente. Le tue parole erano invece rosse di sangue e mi ricordavano la mia età.

“Non puoi metterti la maglietta corta con la pancia di fuori alla tua età.”
“Quanti anni hai? Trentasei?”
“E vai ancora in giro vestita così, come una ragazzina?“
“Non hai più vent’anni”
Ad un tratto non solo come mi vestivo non andava più bene, ma neppure la mia età o meglio come mi vestivo in base all’età.
“E’ violenza se ti dico con che mano bere?”
“Sì” dissi ad alta voce, “ma solo se faccio come dici tu.”
a cura di Chiara Gianni – traduttrice, scrittrice – BookInfluencer
* Sei il suo porno vivente
Sei al liceo. Te ne vai con le tue compagne a Milano a vedere gli open day delle università, devi scegliere il tuo futuro. Prendi il treno per tornare, ti siedi con loro mentre aspetti che il mezzo parta. Lui sale, rimane nello spazio tra le carrozze. Vi fissa, vi punta gli occhi addosso. Una mano scende nella tasca. Hai già capito cosa sta facendo, ma a lui non importa siete il suo porno vivente anche se non state facendo nulla. Prima che il treno parta scarico e soddisfatto scende e se ne va.

Sei in Università. Torni dopo una giornata lunghissima piena di lezioni e tempo prezioso con i tuoi compagni. Sali sulla solita carrozza, l’ultima. Non vedi l’ora di tornare a casa. Non c’è quasi nessuno.
Sale un vecchio che si piazza proprio di fronte a te.
Ti guarda, una mano entra nella tasca e i movimenti e i grugniti sono eloquenti. Aspetti un attimo, cazzo non può essere vero. Sbotti dicendo che schifo e non ricordi più cosa. Lui subito colpito da epifania imminente, si alza e cambia carrozza. Ma lo sai che sta solo cambiando il suo porno vivente.
Sei adulta, vai al lavoro. E mentre guidi ti becchi lui che mentre chiacchiera con un’amica se ne sta lì a pisciare con il membro in mano, senza fretta, che importa se pochi metri più avanti c’è un asilo pronto ad affollarsi di mamme e bambini e se dalla strada lo vedono tutti? Come, stava solo urinando? Certo come no.
No, era lì perché anche quello è il suo porno vivente, il brivido voyeristico che anche altre/i ti vedano, perché chi lo sa magari a quelle/i piace guardare. Perché non siano in un bosco lontano dalla civiltà o sperduti su un isola, un cesso in un bar lo trovano o al supermercato lo trovano tutti.
Sì sono tutti fatti reali, ne potrei raccontare altri anche che non sono accaduti a me ma ad amiche e conoscenti. Ma in fondo, lo sappiamo, accade a tutte prima o poi nella vita.
Tutte prima o poi siamo il porno vivente di qualcuno. Esagerato? Indossate le nostre scarpe e poi ne parliamo.
a cura di Laura Gobbo – redattrice
LE PAROLE DELLA VIOLENZA: Il Catalogo dell’Inaccettabile
Non l’usura delle ricorrenze, ma frammenti taglienti, corrosivi, che costringono a tenere gli occhi aperti. Raccogliamo le frasi che feriscono e quelle che non devono più trovare voce. Le disponiamo una dopo l’altra come un catalogo dell’inammissibile, senza enfasi consolatoria. Un unico racconto, molte angolazioni: l’intreccio di ciò che spesso viene liquidato come “mera linguistica”.

1. La Ferita dell’Abituazione
“Smettila di esagerare. Sembri ridicola quando ti agiti.” È l’addestramento all’invisibilità. Non un rimprovero, ma un metodo per trasformare il disagio in difetto, la rabbia in patologia. Ricordo la voce piatta, l’autorità che sminuisce, che ti insegna a considerare la ferita come un capriccio. La violenza non nasce dal gesto finale; germoglia qui, nella concessione implicita a zittire ogni emozione.
2. La Parete della Colpevolizzazione
“È sempre colpa tua, la smetti di provocare?” La frase che erige la barriera più resistente: quella che sposta la responsabilità su chi subisce. È la formula che giustifica ogni sopraffazione, che trasforma la reazione dell’altro in conseguenza inevitabile del tuo essere. È una parola caustica che scrosta l’apparenza del “si è sempre fatto così” e fa emergere il meccanismo del dominio.
3. L’Inganno dell’Amore
“Lo faccio perché ci tengo troppo a te.” La più insidiosa, perché avvolge il controllo nella stoffa dell’affetto. Trasforma il possesso in attenzione, la costrizione in premura. Colpisce come una spinta improvvisa, costringendoti a vivere la limitazione come una prova d’amore. È la parola che non dovrebbe più tramandarsi, perché usa il sentimento come catena.
4. La Frattura della Percezione
“Ti stai inventando tutto. Sei troppo ansiosa.” La manipolazione che non lascia lividi, ma incrina la realtà. Il gaslighting che scambia la ferita con una tua incapacità di ricordare, di capire, di vedere. Ti fa dubitare dei tuoi sensi, delle tue certezze. Una frase che spezza la continuità del quotidiano, isolandoti nella convinzione di essere la causa di ogni disordine. L’inventario raccoglie queste incrinature che rivelano il peso concreto delle parole.
Non sono “semplici frasi”. Sono il punto d’origine della violenza che, da oggi in avanti, non possiamo più permetterci di lasciare impunita né muta.
Le parole non sfiorano: scavano. E riconoscerne il peso è il primo gesto di libertà!
a cura di Gisella Carullo – redattrice
Ciò che emerge da questi contributi è un’unica evidenza: la violenza non comincia mai dal gesto, ma dal linguaggio che lo prepara.
In ogni racconto c’è una parola che precede il colpo: una minimizzazione, uno scherzo, un “fra”, un “stai zitta”, un complimento distorto, una domanda insinuata, un messaggio notturno, uno sguardo che invade, un fischio per strada. È sempre lì che il meccanismo prende forma: nel ridurre l’altra a meno, nel renderla cosa, bersaglio, funzione, pretesto.
Quello che questi contributi mostrano con lucidità è la continuità della violenza: dalle frasi che educano i bambini a comandare e le bambine a tacere, ai ragazzi che imparano a nominare le donne come trofei, ai commenti sui social che trasformano l’odio in intrattenimento, fino alle intimità manomesse, agli spazi invasi, ai silenzi che soffocano più di qualunque mano.
Eppure, c’è anche un’altra continuità: quella della consapevolezza. Le parole qui raccolte non sono solo denuncia: sono strumenti, anticorpi, rotture. Mostrano che riconoscere è già un atto di disobbedienza. Che nominare è già un’opposizione. Che raccontare è già un modo per restituirsi spazio, carne, voce.
La violenza inizia nelle parole, sì. Ma può finire anche lì: nella scelta di dirne altre.



