Effetto Proust - ilRecensore.it
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LONGTEMPS

«Longtemps, je me suis couché de bonne heure».

Ci siamo. Iniziamo.

Umberto Eco a chi gli chiedeva quale fosse l’elemento più autobiografico de Il nome della rosa, rispondeva: gli avverbi. Al di là dello schermo ironico che Eco frapponeva fra sé e la propria opera, non ho mai preso questa risposta solo come una battuta. Gli avverbi possono davvero essere il luogo in cui si nasconde un autore.  L’incipit della Recherche è affidato ad un avverbio, che proietta subito il lettore in un tempo indeterminato e durativo. Questo avverbio rivela senza alcun dubbio il narratore con cui il lettore si confronterà per tante tante pagine (lungamente). 

Natalia Ginzburg tradusse così l’incipit: «Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera»; Giovanni Raboni: «A lungo, mi sono coricato di buonora».

Longtemps…già dalla sua prima parola la Recherche dice al suo lettore che la sua esperienza di lettura avrà a che fare con la durata.

Scrive Raboni a proposito di questa “magica” parolina: «Non sembra esservi difficoltà a rendere la parola longtemps, che vuole dire ciò che vuole dire. Eppure, nel momento di tradurla, la scelta che mi si è posta mi è parsa singolarmente delicata e quasi disperante. Se si traduce […] “per molto tempo”, […] si è fedeli a qualcosa di indubbiamente molto importante: il fatto che nell’avverbio sia incorporata la parola  temps, presente sia nel titolo dell’opera che nella sua ultima frase […] e, in generale, parola chiave di tutta la Recherche». Tuttavia Raboni sceglie l’espressione “a lungo”, «volendola come una parola sola che suonasse come una battuta musicale» mentre fedelmente mantiene “alla buon’ora”. 

Le due più celebri traduzioni attestano, nella loro differenza, che l’incipit della Recherche, nella sua apparente semplicità, è una sfida per il traduttore italiano. 

Natalia Ginzburg non rinuncia alla parola “tempo”, benchè in italiano per molto tempo sia una locuzione avverbiale che non ha l’eleganza del francese longtemps. Ma la scelta di Ginzburg è quella di mantenere una circolarità nel testo proustiano, il quale si concluderà con la parola “Temps” e quindi la traduttrice trova opportuno che inizi anche con la presenza della parola “tempo”. Delle sue scelte Natalia Ginzburg ne parlerà in un articolo su La Stampa dal titolo Come ho tradotto Proust, uscito l’11 dicembre 1963. Aveva solo vent’anni quando si mise a tradurre Proust.

«Così dunque un giorno lessi la prima frase della Recherche: «Longtemps, je me suis couché de bonne heure», e mi diedi immediatamente a tradurre. Nella mia infinita leggerezza, non pensavo neppure di dover leggere, prima di cominciare a tradurre, almeno le prime pagine. Ero troppo impaziente di sapere se sapevo o no fare una traduzione. Tradussi le prime pagine, avanzando così alla cieca, inoltrandomi nel labirinto di quelle frasi lunghissime, curiosa più di me che del senso di quelle frasi, spiando in me le capacità che avevo di portar le parole da un linguaggio all’altro». Pian piano l’Effetto Proust colse anche la traduttrice, la quale capì che, frenando l’entusiasmo, era necessaria molta lentezza.

«Così mi diedi a tradurre lentissimamente. Mi fermavo ora a lungo, interminabilmente, su ogni parola. Ma avevo smesso di pensare a me stessa: e nella grande lentezza con cui mi muovevo, ero tuttavia trascinata da un impeto di gioia profonda, perché avevo preso ad amare i labirinti di quelle lunghe frasi: non dovevo spezzarle, sapevo ora che non dovevo mai spezzarle».

Amare i labirinti di Proust è ciò che rende “inguaribile” l’amore per questo testo. 

Ritornando al nostro incipit, anche sul bonne heure i traduttori si dividono. Raboni stavolta conserva il calco dell’espressione proustiana, mentre Ginzburg aggiunge al “presto”, la parola “sera”, che non era contemplata dalla lingua originale.

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Siamo solo alla prima frase e il labirinto di Monsieur Proust ha iniziato a farci perdere. Del resto la frase «Longtemps, je me suis couché de bonne heure» risulta così indeterminata, con quel tempo durativo, che volutamente non ci dà la possibilità di orientarci in modo chiaro. Non sappiamo di preciso quale fosse la buon’ora e non sappiamo per quanto tempo il narratore fosse andato presto a letto. 

Proseguiamo (stavolta ci affidiamo alla traduzione di Raboni)

Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: “Mi addormento”. E, mezz’ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso una piega un po’ particolare; mi sembrava d’essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V.

Quale uso superbo dell’imperfetto, quello che lo stesso Proust, scrivendo un articolo su Flaubert, aveva definito “l’eterno imperfetto”! Siamo solo nella prima pagina di Dalla parte di Swann e il narratore ha già mostrato che il tempo sarà centrale nella triplice veste di tempo della fabula (approssimativamente la storia narrata copre un arco di tempo che va dal 1880 al 1920) tempo del discorso e tempo della lettura. Quest’ultimo ha un carattere “mimetico” rispetto al Tempo trascorso (e ritrovato). Su scala ridotta il lettore attraverserà, con lentezza, lo stesso Tempo attraversato dal narratore. Saranno due processi omologhi, che renderanno ogni lettore affine a Marcel. Ecco perché Proust usa ogni mezzo per rallentare la lettura della Recerche: divagazioni, inserzioni quasi saggistiche, apparizioni di personaggi secondari, descrizioni dettagliate, analessi. 

Tutto è già segnato dalla prima parola dell’opera: longtemps.

Autore

  • Deborah Donato

    Laureata in filosofia, ha pubblicato testi su Wittgenstein, la cultura viennese di inizio Novecento, e ha tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Appassionata di letteratura russa e fanatica proustiana, è attualmente insegnante, critica e lettrice accanita.

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