Maledetti uomini: la commedia dolceamara di un bambino con troppi padri
SINOSSI
Sembrerà strano, ma per Andrev scoprire a sette anni che suo padre non è il suo vero padre è un sollievo: il Mago delle Piante, come ha soprannominato l’ex della madre, era un falso invalido un po’ hippie, capace di insegnare molte cose (a riconoscere erbe e funghi, giocare a scacchi e fare la cacca come gli indiani) ma anche di tirare dei gran ceffoni.
È il 1983, e in altri sette anni arriveranno altri padri: l’Artista, che di arte non sa niente ma è un bravo donnaiolo; il Ladro, che gli arrestano davanti agli occhi per taccheggio; il Pastore, che non è un pastore ma solo uno che vede il diavolo negli occhi degli altri; l’Assassino, possessivo e irascibile; e il Canoista, che lo manda appena quattordicenne a lavorare d’estate, anche se in fondo sarà lui a imprimere una svolta alla sua vita. Il vero padre è un uomo dai capelli lunghi e neri, gli ha svelato la madre. Come un indiano.
E Andrev, da quando lo sa, sogna che «l’Indiano» mandi uno spirito a portarlo in un mondo di cavalli e cowboy, via da quello marginale della madre, che vive tra i resti dell’anticonformismo degli anni Settanta: lavori saltuari, pochi soldi, niente tv né plastica – e una relazione tossica dopo l’altra. Ma lo spirito non arriva, e intanto Andrev cresce, accompagnato da domande più grandi di lui ma anche dall’affetto materno, dagli amici e poi dai primi amori.
RECENSIONE
“Una volta ho avuto sette padri in sette anni.
Questo è il racconto di quegli anni ”
Andrev Walden, affermato giornalista svedese, apre i cassetti della memoria e torna indietro, in quell’età in cui le grandi questioni dovrebbero riguardare i compiti da finire, il panino da portare a scuola o il gioco da mostrare agli amici.
Per lui, invece, la domanda fondamentale è un’altra: bisogna chiamare papà anche l’ultimo uomo arrivato?
Maledetti uomini è il resoconto di un’infanzia vissuta sopra un pavimento che si incrina continuamente. Un equilibrio precario, destinato a spezzarsi ogni volta dentro l’ennesimo compagno sbagliato della madre.
Walden racconta tutto con il passo sghembo di una commedia dell’assurdo. E viene spontaneo pensare a certi narratori nordici capaci di sostenere il dolore con l’ironia, di portare sulle spalle la tragedia senza appesantirla. Mi è tornato in mente Arto Paasilinna, maestro di quell’umorismo surreale che riesce a guardare in faccia la sofferenza senza trasformarla in monumento.
Il libro è disseminato di incursioni metanarrative. Walden si rivolge direttamente al lettore, gli mostra i meccanismi del racconto, quasi volesse ricordargli che ogni memoria è una costruzione e che persino la verità possiede i suoi trabocchetti.
“ Se ci sono cose che ti sembrano inventate, puoi stare sicuro che invece sono vere…se m’inventerò qualcosa sarà nascosto nel banale”
La voce che ci accompagna è quella di Andrev bambino. Ed è qui che il romanzo compie qualcosa di raro: evita il giudizio, evita la vendetta e persino la ricerca della compassione. Le cose accadono e basta. Gli uomini entrano nelle loro vite e ne escono. Alcuni lasciano ferite, altri soltanto confusione.
Uno dopo l’altro arrivano i suoi padri.
E mentre il lettore fa il tifo per lui, spera che anche la madre, eternamente “anima giovane” e fragilissima, riesca finalmente a scegliere meglio. Attorno ad Andrev ci sono un fratello e una sorella. Bambini sballottati da una casa all’altra, da una città all’altra, da un uomo all’altro.
Una piccola saga familiare che ha qualcosa di dickensiano: creature mobili, sempre in viaggio, sempre costrette a ricominciare.
“Finché avremo vita ci faremo divertire a vicenda con le battute dei nostri genitori. Abbiamo trovato una lingua nostra e con il tempo la imparerà anche nostro fratello. È così che li sconfiggeremo. È così che ci vorremo bene.”
Si potrebbe chiamare Alla ricerca del padre perfetto.
“È come se venisse introdotto di contrabbando pezzo dopo pezzo, tipo un kit per la costruzione di un papà…ancora non so come cominciano e finiscono i padri…”
Infanzie difficili, genitori disfunzionali, violenza domestica: la letteratura ha frequentato spesso questi territori. Eppure Walden riesce a renderli nuovi.
Non cerca il colpo emotivo, non costruisce scene per strappare lacrime. Persino quando ammette che “devi farlo bello, altrimenti la logica che lo circonda non regge ” …
il racconto procede senza enfasi, seguendo semplicemente la vita nel suo stupore e nella sua inconsapevolezza.
Tra le righe distinguiamo sempre due figure: il bambino che vive e l’uomo che ricorda. Ma quest’ultimo non interviene mai a sollecitare un sentimentalismo didattico. Racconta e basta.
E forse è proprio questo a rendere il libro così potente.
Perfino la dedica alla madre, «N.B: niente di passivo-aggressivo», contiene tutta la tenerezza e tutta l’ironia che attraversano queste pagine.
Walden porta il lettore attraverso appartamenti angusti, automobili seconda e terza mano, ristrettezze economiche, carezze mai arrivate e certezze mai avute. Eppure non c’è mai risentimento. Quasi esistesse una specie di deus ex machina invisibile incaricato di distribuire tutto in modo casuale: i cappotti invernali, la felicità e perfino i padri.
E sono proprio loro i protagonisti del libro.
“Ho imparato che non si sceglie quando cominciano e finiscono e nemmeno le mamme influiscono direttamente sulla loro presenza: i padri arrivano e basta, e allora ti tocca vestirti nel modo giusto stringere i denti. Dopotutto prima o poi passano sempre”
Il primo è il Mago delle Piante. Finto invalido, ubriacone violento, nemico di ogni comodità moderna e convinto di essere il centro dell’universo. È accanto a lui che Andrev conosce la paura e cresce nella violenza. E qui riaffiora qualcosa di profondamente dickensiano: la capacità di raccontare l’infanzia ferita senza ricorrere al sentimentalismo.
Si finisce per odiare quell’uomo. E insieme si resta disarmati davanti alla complessità dell’amore infantile e un brivido sale…
“L’odio brucia in fretta a volte basta che mi prenda per mano perché si spenga”
L’Artista, il Ladro, il Pastore e l’Assassino attraversano la sua vita lasciando dietro di sé inquietudini e la sensazione di essere un bambino senza qualità. Un maschio cresciuto in una famiglia tutta femminile, dove gli uomini finiscono per diventare, inevitabilmente, “uomini del cazzo“.
La cosa più sorprendente è la naturalezza con cui vengono accettate privazioni, umiliazioni, vergogne e situazioni ai margini. Nulla viene sottolineato. Tutto scorre sottotraccia. È quasi il lettore ad avvertire il dramma più dei personaggi stessi.
Walden ha dichiarato di aver voluto scrivere una commedia. E in effetti si ride. Ma è un riso che conosce l’amarezza.
Con il Canoista arriva una svolta. È lui a cambiare qualcosa nel rapporto di Andrev con la figura paterna, mentre sullo sfondo continua a esistere l’Indiano, il padre biologico dai capelli lunghi e neri, presenza immaginata prima ancora che reale. Una presenza che rimarrà soprattutto assenza.
Anche la Svezia emerge da queste pagine sotto una luce diversa.
Non quella dell’immaginario perfetto che spesso coltiviamo dal Mediterraneo, ma una nazione fatta di periferie, precarietà, inverni feroci e famiglie lasciate sole. Una Svezia che assomiglia a tanti altri luoghi e che rende questa storia ancora più universale.
Maledetti uomini racconta una verità semplice e difficilissima da accettare: il dolore non sempre occupa il centro della memoria. A volte diventa un dettaglio. Una scheggia che resta, ma che smette di dettare il ritmo della vita.
E forse è questo che insegna Andrev Walden: non a dimenticare, ma a ridimensionare. A guardare le ferite senza costruirci sopra un altare.
Padri…
“Un giorno ne parlerò in un libro e allora mi meraviglierò di quali immagini il cervello sceglie di conservare e quali scartare. ”
E viene da pensare che tutta la memoria sia questo: un archivio disordinato, una soffitta piena di oggetti apparentemente insignificanti che sopravvivono alle grandi tragedie.
Non i colpi ricevuti, non le urla, non necessariamente le ferite più profonde. A restare sono una mano che si posa sulla propria, una battuta condivisa con i fratelli, un cappotto troppo leggero per l’inverno, un uomo che arriva e un altro che se ne va.
Maledetti uomini è il racconto di un’assenza che assume molti volti, ma è anche la dimostrazione che perfino le infanzie più storte possono essere raccontate senza trasformarsi in processi o confessionali.
Walden non cerca assoluzioni, non distribuisce condanne, non domanda compassione. Fa qualcosa di più difficile: guarda indietro e racconta.
Con ironia, con lucidità, con quella leggerezza un po’ sghemba che appartiene a chi ha imparato che i padri passano, le stagioni cambiano e che, alla fine, il cervello conserva sempre ciò che vuole.
Il resto, forse, lo affida al silenzio.
Titolo: Maledetti uomini
Autore: Andrea Walden
Editore: Iperborea
Traduttore: Laura Cangemi
Genere: Romanzo di formazione – memoir – Genitori e figli – Crescere
AUTORE

Andrev Walden, nato nel 1976, è un affermato giornalista e editorialista svedese.
Nel 2023 ha esordito come romanziere con Maledetti uomini, vincitore del prestigioso premio August.


