Radure: amore, memoria e attesa nel chiaroscuro dell’Europa divisa
SINOSSI
Transilvania, di là dalla Cortina di ferro. Lev ha solo undici anni quando, in seguito a un trauma, si trova prigioniero per mesi di un letto. I libri che girano per casa sono del secolo precedente, come dice la sua maestra. È deciso: qualcuno verrà a portargli i compiti, anche se Lev, potendo scegliere fra tutti i compagni, certo non vorrebbe Kato, quella strana ragazza scarmigliata che a scuola rimane sempre in disparte. Spirito libero e selvatico, Kato invece si presenta tutti i giorni col suo sguardo di velluto, i buchi nei vestiti, i compiti in mano, la risata che sfiora l’allegria e, goccia dopo goccia, tra i due bambini nasce un legame indissolubile che strapperà Lev alla sua prigione di lenzuola.
Un’amicizia speciale che negli anni crescerà in un amore schivo. Poi, un giorno accade l’impensabile: il loro mondo, quell’Europa in miniatura dalle tante lingue, si ritrova senza più muri invalicabili a contenerlo e si spalancano orizzonti che separano Lev e Kato. Lui, malinconico e introverso, rimane. Lei, coraggiosa e affamata di spazi, va. Lui lavora a stretto contatto con la geografia della sua terra più che con le persone. Lei si trasferisce all’Ovest e fa l’artista di strada.
Il filo che tiene uniti Lev e Kato si allunga attraverso quattro decenni senza mai recidersi, fino al giorno in cui Lev riceve una cartolina con una sola frase: Quando vieni?
Con una lingua misurata e poetica al tempo stesso, Iris Wolff celebra il momento glorioso in cui una vita ne tocca per sempre un’altra, riannodando ricordi disseminati nel tempo come radure di luce in un bosco fitto, il cui bagliore persiste a lungo. “In ogni cosa c’erano punti oscuri, dove finiva l’esperienza e iniziava il ricordo. Qualcosa restava e qualcosa andava perso, a volte nel momento stesso in cui accadeva e, per quanto ci si sforzasse, non tornava più. I ricordi erano disseminati nel tempo come radure”.
RECENSIONE
Ricordando Proust… l’inizio di una storia, talvolta, non è che la sua conclusione definitiva. Qui, la fine non è solo il punto di arrivo di una narrazione, ma il punto d’osservazione da cui si contempla ciò che è stato. Tutto si ferma con il colore che sembra coprire il chiaro scuro.
Lev, il protagonista, è un ritratto dentro la cornice del tempo. Kato è una figura “volatile” fatta di eco. Eppure, in un istante, la distanza che li ha separate, scompare.
Non sono due metà di un intero, bensì una geometria perfetta che il destino aveva disegnato perché, forse, combaciassero, ma che la vita aveva deciso di far scorrere su binari a tratti paralleli. Un pensiero a Platone (Simposio, il Mito degli Androgini), e all’essere umano tormentato dal desiderio di ricercare nel mondo la propria metà perduta, l’essere umano che cerca l’Amore.
Radure potrebbe essere il racconto di un amore sospeso e poi finalmente compiuto.
Forse c’è di più!
Le pagine scorrono con una cadenza lenta e nebbiosa. L’atmosfera è satura di un grigio che non è assenza di colore, ma la somma di tutti i colori spenti, il grigio del carboncino che Kato usa per i suoi disegni, solo in seguito comparirà il colore. Kato disegna non solo ciò che vede, ma ciò che ricorda, con la testa sempre leggermente inclinata. La vita è tornata alla luce.
La nebbia che si avverte tra le righe è la persistenza del non detto.
Radure non è solo una cronologia di eventi. Il Bianco e Nero non sono soltanto la mia personale lettura, ma sono una condizione dell’anima.
La storia di Lev e Kato è intrecciata indissolubilmente alle vicende di un Paese che ha conosciuto il peso della dittatura e il gelo della paura. La dittatura e la rivoluzione non sono il centro del palco, ma il suo sottofondo che condiziona i passi dei protagonisti. Leggendo, più torniamo indietro nel tempo, più la luce del “chiaroscuro” rumeno si fa intensa.
Riflettere su Radure significa immergersi in un’opera che chiede al lettore di testimoniare.
In questa narrazione, lo spazio lasciato all’immaginazione è minimo perché la realtà dei fatti è prepotente. Il nostro pensiero resta ancorato ai protagonisti, soprattutto a Lev.
Lev abita il racconto in modo essenziale ma apparentemente fuori tempo.
Lev rincorre qualcosa, ma la sua esistenza ci suggerisce che l’oggetto del suo desiderio sia più complesso di una semplice persona. Kato la possiamo considerare un simbolo, Kato è l’altrove, l’inquietudine, il movimento, la ricerca. Il suo è un inseguimento fatto di attese, di chilometri percorsi con la mente prima ancora che con i piedi. Lev non cerca il possesso, cerca la connessione.
Lev ci insegna che si può essere “centro” anche restando ai margini, e che la vera forza non sta nel conquistare nuovi territori, ma nel saper abitare le proprie radure, accettando che alcune restino avvolte dalla nebbia per sempre.
Il titolo non è solo una suggestione paesaggistica, ma la struttura portante dell’intera riflessione. Le radure sono i “quadri” in cui la vita dei protagonisti viene incorniciata. Le radure dell’infanzia, le radure della separazione, le radure della maturità.
Le radure sono mutamenti dove la vita di Lev si ferma e si trasforma.
Lev si svela, Kato parte, Lev resta nel chiaroscuro della sua terra, Lev custodisce ciò che gli altri abbandonano.
In Radure Iris Wolff sceglie la via della sottrazione. La sua è una scrittura in chiaroscuro.
È un libro fatto di passaggi essenziali e potenti, le note colorate sono rare e per questo preziosissime. Ogni aggettivo è pesato, ogni “orpello” rimosso. Questa sottrazione non impoverisce il testo, ma lo arricchisce, da risultare commovente.
La sua “freddezza” non è mancanza di empatia, è la distanza necessaria per osservare l’animo umano.
È una scrittura che interroga il lettore, costringendolo a sostare in quelle radure della memoria.
E in sottofondo l’eco di G.G. Márquez, un amore che, come ne L’amore al tempo del colera, si alimenta dell’attesa stessa.
Radure ci lascia con la consapevolezza che la fine di un racconto non è mai un punto di arresto. Come in un cerchio perfetto ogni viaggio è un ritorno a casa.
"Non è il tempo che passa, siamo noi che passiamo attraverso il tempo, lasciando pezzi di noi in ogni radura che attraversiamo."
(Mio personale sigillo, parafrasando Borges. Non me ne vogliano i letterati)
Una lettura meravigliosa!!
TITOLO: RADURE
AUTORE: IRIS WOLFF
TRADUTTORE: Cristina Vezzaro
EDITORE: NERI POZZA, 2025
GENERE: narrativa straniera
Autrice
Iris Wolff è considerata una scrittrice tedesca, pur essendo nata in Romania, perché si è trasferita in Germania all’età di otto anni.
La sua opera ha ricevuto molti riconoscimenti, tra cui l’Eichendorff-Literaturpreis, il Marieluise-Fleißer-Preis, il Solothurner Literaturpreis.
Il romanzo Radure (Neri Pozza 2025) è stato in particolare insignito dell’Uwe-Johnson-Preis, del premio svizzero Spycher: Literaturpreis Leuk, selezionato per il Deutscher Buchpreis. In Italia è stato pubblicato anche La sfocatura del mondo (Rizzoli 2021).



