STRANE CASE: Uketsu torna a trasformare il disegno in un’indagine, ma il meccanismo perfetto della deduzione lascia poco spazio all’orrore e all’immaginazione
SINOSSI
A Tokyo, un annuncio immobiliare cattura l’attenzione di una coppia in cerca di una casa. L’abitazione in vendita è luminosa, ben servita, all’apparenza una soluzione ideale. Eppure, nella planimetria, qualcosa non torna: uno spazio vuoto tra due pareti, senza porta, senza finestre. È evidente che l’appartamento nasconde dei segreti.
E alcuni segreti, si scoprirà, sono molto piú oscuri di altri. Dopo il successo mondiale di Strani disegni, un nuovo terrorizzante romanzo dell’autore senza volto. In una zona tranquilla di Tokyo, una coppia che sta per avere il primo figlio si imbatte in una casa in vendita.
A prima vista, sembra quasi perfetta: abbastanza nuova, vicina a una stazione ferroviaria e a un piccolo bosco. Ma qualcosa nella piantina non li convince. Cercando spiegazioni, i potenziali acquirenti si rivolgono a uno scrittore esperto di occulto che, aiutato da un architetto, scopre presto altre stranezze della planimetria: doppie porte, ambienti senza finestre, camere con assurde disposizioni rivelano un quadro terrificante.
I due iniziano allora a indagare sui precedenti inquilini, scomparsi senza lasciare traccia. Fino a imbattersi in una verità raccapricciante rimasta sepolta per anni.
RECENSIONE
Strano è l’aggettivo per eccellenza dello Strano Uketsu – il nome, la maschera, il format – ma è solo superficie.
Sotto c’è un congegno preciso, meccanico, e si vede già, all’inizio, dalla scelta di puntare tutto sui dialoghi tra il giornalista narratore e Kurihara, l’architetto. Sono loro (i personaggi principali), seduti a un tavolo a guardare una pianta, a smontare ogni anomalia planimetrica: niente inseguimenti, niente suspense fisica, solo deduzione pura, alla Poirot. Il disegno è ancora protagonista ma la partita non si gioca lì, si gioca nel botta e risposta tra i due.
Quei dialoghi, però, a volte stridono: sono apertamente propedeutici, volutamente costruiti per spiegare al lettore quello che da solo, forse, non capirebbe.
Ogni battuta è un mattone verso la soluzione, senza ambiguità. Scelta irreprensibile, ma rigida, è l’autore che guida. I personaggi rispecchiano la stessa geometria: da un lato chi risolve, dall’altro chi fa le domande “giuste” perché la soluzione possa emergere, un dialogo socratico travestito da indagine.
Intorno a questi due poli i personaggi davvero strutturali restano quattro in tutto, un’economia dei mezzi che dà coerenza al mistero ma rende la trama ridotta ai minimi termini.
STRANE CASE è un libro che chiede la pazienza del lettore di gialli classici, non quella del lettore di thriller.
La trama è costruita su più livelli: si arriva a una prima soluzione plausibile, il caso pare chiuso, e in quel momento arriva un tassello nuovo che ribalta l’interpretazione precedente senza tuttavia cancellarla. Un po’ come in un videogioco: risolvi, pensi di aver finito, scopri che sotto c’era un altro piano.
Lo schema si vede arrivare: dopo la prima “soluzione facile” il lettore un po’ smaliziato capisce già che non può essere quella, semplicemente perché il libro non è ancora finito. La sorpresa diventa prevedibile nella forma anche quando resta imprevedibile nel contenuto.
Resta comunque la sua abilità: il nuovo tassello non arriva da fuori, arriva da una crepa che il lettore aveva già visto ma non aveva saputo leggere.
La prevedibilità di questo tipo di narrazione sta nella funzionalità totale di ogni elemento: nessun ricordo sbagliato, nessun dettaglio che devia, nessun vero vicolo cieco. Un mistero ha anche delle distonie, delle piste false che non portano da nessuna parte; qui è tutto cucito troppo bene.
Lo stesso vale per Kurihara che, capitolo dopo capitolo, diventa quasi un sensitivo delle planimetrie, capace di tirar fuori un movente o un corridoio storto senza che il meccanismo – casa strana, dettaglio sospetto, salto nel passato, rivelazione atroce – mostri mai una crepa vera. E vale anche per i ricordi d’infanzia, ancora più fastidiosi quando si sommano alle planimetrie: non solo il bambino ricorda dettagli assurdi, ma quei dettagli combaciano sempre ed esattamente con quello che serve alla trama.
L’orrore che, a volte, si nasconde dentro una casa è forse l’idea migliore di STRANE CASE , ma viene sempre raffreddata dal chiarimento.
A Uketsu sfugge l’arte della pausa: il mistero è sempre sotto un assedio di spiegazioni: deve sempre arrivare qualcuno, Kurihara nello specifico, a mettere in fila causa ed effetto con la pazienza di un perito assicurativo. Quello che poteva restare inquietante diventa un problema di logica risolto con tanto di schema.
Il vero limite di Strane case, alla fine, non è un eccesso di fantasia ma un eccesso di volontà di significare. C’è troppo intorno alla trama centrale, troppe suggestioni laterali, troppa ansia di arricchire visivamente ogni pagina, come se l’autore non si fidasse abbastanza del proprio meccanismo essenziale – quella struttura a quattro personaggi che pure funziona benissimo da sola – e sentisse il bisogno di ricoprirla di stratificazioni che invece la disperdono.
Strane case non si perde per mancanza di controllo, ma per un controllo mal distribuito: rigoroso dove serviva libertà, dispersivo dove serviva rigore.
L’anonimato di Uketsu, ormai, non è più una trovata: è diventato un brand. Con Strani disegni era ancora una sorpresa, ma la sorpresa si è consumata in fretta e oggi la maschera fa parte del pacchetto con le piantine o i disegni infantili.
Ma proprio perché non fa più notizia, il non sapere chi sia diventa un tratto identificativo più forte di quanto lo sarebbe un volto vero: di Uketsu non si ricorda la faccia, perché non c’è, si ricorda la pianta di una casa con una stanza senza finestre. Raro che un autore si faccia ricordare per sottrazione.
Il talento di Uketsu sta nella costruzione dell’indizio visivo, nell’idea prima ancora che nella sua resa narrativa: un’intuizione che funziona meglio nella serialità manga, dove il lettore ha tempo di trovarsi nel dubbio tra un capitolo e l’altro o, meglio ancora, nella trasposizione cinematografica, dove il montaggio e il silenzio potrebbero fare ciò che la pagina scritta, appesantita dalla necessità di spiegare, non riesce a fare. In questo modo di racconatre l’enigma si risolve troppo in fretta e troppo esplicitamente per lasciare spazio alla paura.
Rimane, comunque, una lettura dovuta, un metodo nuovo per leggere un disegno!
PS: Strane case è precedente a Strani disegni, è la trasposizione in prosa de La strana casa, (pubblicazione manga a volumi edita dal 2023).
TITOLO: STRANE CASE
AUTORE: UKETSU
TRADUTTORE: Stefano Lo Cigno
EDITORE: EINAUDI
GENERE: HORROR (non tanto) forse nella mente di Uketsu o in una trasposizione alla netflix.
AUTORE
Uketsu, scrittore dall’identità sconosciuta che nei video appare con una maschera bianca, una veste nera e la voce distorta digitalmente, è autore di libri horror e mistery, tutti di prossima pubblicazione per Einaudi Stile Libero. Strani disegni (Einaudi, 2025) lo ha imposto come uno dei nomi piú importanti della scena letteraria internazionale.

