Il grande ritorno di Christopher Nolan al mito

DATI SUL FILM
Titolo originale: The Odyssey
Regia: Christopher Nolan
Sceneggiatura: Christopher Nolan
Produzione: Universal Pictures
Durata: da verificare sulla scheda ufficiale italiana del film
Genere: epico, avventura, mitologico, drammatico
Distribuzione: uscita cinematografica internazionale dal 16/17 luglio 2026, a seconda del mercato
Formato: girato interamente con cineprese IMAX
PERSONAGGI PRINCIPALI E INTERPRETI
Odisseo (Ulisse)
Interpretato da: Matt Damon
Re di Itaca e protagonista assoluto della vicenda. Dopo la guerra di Troia affronta un viaggio di ritorno che diventa una prova di resistenza fisica, morale e psicologica.
Penelope
Interpretata da: Anne Hathaway
Moglie di Odisseo. Simbolo dell’attesa ma anche dell’intelligenza politica e della capacità di resistere alle pressioni dei Proci.
Telemaco
Interpretato da: Tom Holland
Figlio di Odisseo e Penelope. Durante l’assenza del padre compie il proprio percorso di maturazione
Atena
Interpretata da: Zendaya
Dea della saggezza e protettrice di Odisseo.

Antinoo
Interpretato da: Robert Pattinson
Il più arrogante e pericoloso dei Proci.
Circe
Interpretata da: Samantha Morton
La maga che trasforma i compagni di Odisseo in porci
Calipso
Interpretata da: Charlize Theron
La ninfa che trattiene Odisseo nella sua isola.
Eumeo
Interpretato da: John Leguizamo
Il fedele guardiano dei porci di Odisseo.
Euriloco
Interpretato da: Himesh Patel
Compagno di viaggio di Odisseo.

Menelao
Interpretato da: Jon Bernthal
Re di Sparta e marito di Elena.
Agamennone
Interpretato da: Benny Safdie
Comandante della spedizione achea.
Elena di Troia / Clitemnestra
Interpretata da: Lupita Nyong’o
L’attrice interpreta due figure fondamentali del mito greco.
INTRODUZIONE AL FILM
Attribuito a Omero, il poema racconta il lungo ritorno di Odisseo verso Itaca dopo la guerra di Troia. Ma il viaggio dell’eroe greco è diventato, nel corso dei secoli, qualcosa di molto più grande di una vicenda mitologica: è diventato il racconto archetipico del viaggio, della perdita, della nostalgia, dell’identità e del desiderio di tornare a casa.
È dentro questa storia millenaria che si inserisce Christopher Nolan, uno dei registi contemporanei più riconoscibili per la sua capacità di trasformare il cinema in un’esperienza immersiva e spettacolare.
Con The Odyssey, Nolan affronta dunque un’opera che ha attraversato poesia, letteratura, pittura, teatro, musica, cinema e televisione, portando con sé una domanda inevitabile: che cosa può ancora raccontare oggi il viaggio di Odisseo?
La risposta del regista passa innanzitutto attraverso il cinema. Un cinema pensato per il grande schermo e realizzato interamente con tecnologia IMAX, scelta che conferma la volontà di trasformare il viaggio dell’eroe in un’esperienza visiva di dimensioni monumentali.
Ma prima di essere un film di Nolan, The Odyssey è l’ultima tappa di una storia iniziata migliaia di anni fa.

Ogni generazione ha avuto la sua Odissea.
Prima quella tramandata dai cantori, poi quella studiata sui banchi di scuola, riletta dagli scrittori, interpretata dagli artisti e raccontata dal cinema. Oggi è il turno di Christopher Nolan, che ha scelto di confrontarsi con uno dei testi fondativi della cultura occidentale, assumendosi il rischio che accompagna ogni grande rilettura: entusiasmare qualcuno, deludere qualcun altro e, soprattutto, alimentare il confronto.
Ed è proprio il confronto il filo conduttore di questo articolo.
Le parole che seguono raccolgono le impressioni di alcuni collaboratori de ilRecensore.it, ciascuno con il proprio bagaglio di letture, esperienze e sensibilità. Non troverete una recensione “ufficiale”, ma una pluralità di sguardi che si incrociano: c’è chi ha privilegiato la spettacolarità della messa in scena, chi ha riflettuto sul rapporto con il poema omerico, chi si è lasciato conquistare dagli interpreti e chi avrebbe desiderato maggiore spazio per alcuni episodi simbolo del viaggio di Ulisse.
È anche questo il destino dei classici. Ogni volta che tornano a vivere in una nuova forma, generano domande prima ancora che risposte. Nolan non sostituisce Omero, né potrebbe farlo; propone la propria lettura di un’opera che continua, da quasi tremila anni, a interrogare il nostro modo di raccontare il viaggio, il ritorno e la natura dell’uomo.
Più che stabilire se questa sia l’Odissea definitiva, ci è sembrato interessante capire che cosa abbia suscitato in chi l’ha vista. Perché un film passa, una discussione resta. E i grandi classici continuano a vivere proprio nelle domande che sanno riaccendere.
Il sacro perduto
Va da sé che è insensato comparare il film di Nolan all’opera di Omero; più che sbizzarrirci in notazioni filologiche (perché navi vichinghe? perché armature medievali? perché Elena di colore?) potremmo percorrere due strade: 1 – godercelo come un film, lodare la fotografia (molto bella), la colonna sonora, la recitazione superba di almeno due, tre protagonisti (di certo Matt Damon). 2 – domandarci quale sia stata l’intenzione ermeneutica di Nolan.
In termini spicci: in che modo ha sentito di potere attualizzare oggi l’opera di Omero?
Il secondo punto mi ha interrogato durante la visione. Ho notato, ad esempio, che i “nemici” non si vedono mai in volto (gli elmi bianchi sui troiani, le armature metalliche sui Lestrigoni, non vediamo né Scilla né Cariddi, neppure le Sirene, e perfino Polifemo appare “sfocato” e muto). Poi l’unico straniero (nel senso di diverso, nemico, combattuto) che vediamo è la ragazza troiana presa a forza dagli Achei. Ha il viso della dea Atena.
E sarà la testa della statua della dea a volare, decapitata. Annientando l’uomo si annienta anche il sacro, l’ho intesa così. Del resto la frase di Ulisse: “Distruggendo le mura di Troia, abbiamo distrutto la civiltà” (cito pressappoco a memoria) è stata la chiave per l’attualizzazione del film. Basta sostituire il nome Troia con un altro, e capiamo che Nolan ci sta parlando del presente.
Sì, un Ulisse molto contemporaneo, forse novecentesco addirittura nei suoi tormenti.
L’unica cosa che non ho perdonato la solita battaglia finale, stile film d’azione. Ma quando si vedono i film di Hollywood, c’è sempre uno scotto da pagare.
Deborah Donato
Peccato per quel …MA
Code nelle sale.
Botteghino sbancato appena è uscito il film.
Reel e post sui vari social à gogo.
Disparate edizione dell’Odissea, in tutte le salse e retails.
Nolan ha fatto centro, un’altra volta.
È l’estate di Omero – il νόστος di Ulisse.
E di noi cinefili alla ricerca di un posto in un cinema IMAX!
Eh sì, perché adesso è questa la nuova frontiera del cinema. Peccato che in Italia ci siano solo 8 sale IMAX e quando ho provato a prenotare in quelle situate in Lombardia l’attesa fosse almeno di un mese (una sala era piena di sabato mattina alle 9!).
Quindi…mi sono accontentata di una sala normale, pur di guardarlo.
Che dire?
Tre ore di film che passano in fretta senza che tu te ne accorga.
Bellissimo film, senza dubbio.
Ma?
Non so, mi è rimasto un MA incastrato tra i denti senza che anch’io sappia definirlo.
Non mi avventurerò in disquisizioni filologiche o in interpretazioni esegetiche – non sono né classicista né tantomeno grecista! – ma mi fermerò all’elogio della fotografia del film, agli attori, alla bellezza del film in sé per non parlare della colonna sonora.
Tutto molto bello.
Peccato per quel MA.
Tiziana Ricci
Il peso del mito
“Narrami, o Musa, dell’eroe multiforme Christopher Nolan”. Inizia così questo breve ritorno su una delle storie più conosciute in ambito letterario e non: l’Odissea di Omero. Nolan, che torna al cinema dopo il grande e recente successo di Oppenheimer, approda alla storia delle storie accompagnato dalle critiche e dagli apprezzamenti.
Che dire? Il taglio è il suo, l’impronta c’è, il film è bello, potente. Ma.
Ma? Ma forse manca quel tocco in più al quale Nolan ci ha da sempre abituati. È difficile descrivere che cosa manchi, ma è percepibile. Davanti alle prime immagini, alle prime voci dell’Odissea di Christopher Nolan, si è portati a chiedere che cosa avrà mai in mente questo genio maledetto del cinema. Allora guardi il film, tre ore di film, e ti senti soddisfatto ma.
Ma. Ma? Ma niente. Dopo la visione del film, per la precisione il giorno dopo (i giorni dopo), si fa avanti il pensiero dei pensieri: ma cosa vuoi inserire all’interno di una storia che funziona da sempre? Forse l’assenza più grande è una colonna sonora in grado di accompagnare per giorni, per mesi, per anni (basti dire Inception, no?Interstellar? Non parte nessuna musichetta?); ma per il resto? No, non si può dire molto. Christopher Nolan si è misurato con l’Opera delle opere e ci vuole coraggio, grande coraggio. È possibile criticargli qualche scelta personale? Forse sì, tipo:
(SPOILER! SPOILER! SPOILER! SPOILER! SPOILER! SPOILER! SPOILER! SPOILER! SPOILER!)
lo scambio di battute tra Polifemo e Ulisse quando quest’ultimo gli dice di chiamarsi Nessuno, (scena assente nel film e troppo geniale per non metterla, signorino Nolan…); l’incontro con Nausicaa ma, soprattutto, la scena che più necessitava d’essere approfondita, magari con qualche minuto in più di silenzio, è senza dubbio l’incontro tra Ulisse e Argo.
Essendo il tema del ritorno il messaggio più importante di tutta l’Opera, non è forse nel loro incontro che si realizza veramente? È l’unico momento in cui le parole non servono, non serve dire “sono Ulisse” o “è tornato Ulisse” o “Dài, Argo, capa lì! Riporta la pallina” eccetera. Argo, ormai vecchio e prossimo alla morte, riconosce subito Ulisse, è il primo a farlo. È in quel punto che s’intuisce la fine di un viaggio durato vent’anni.
Ma va bene, a Nolan si perdona tutto e lo si ringrazia per aver riportato al cinema un’opera così bella e così importante per lo Spirito. Ultimo, ma non per importanza (anche qui le parole non servono): Agamennone. L’imponenza di Agamennone, in quei due/tre tagli in tutto il film, è un’immagine che non abbandonerà molto facilmente.
C’è tutto: bellezza, potenza, maestosità.
Luca De Vincentiis

Il viaggio secondo Nolan
Mi trovo in difficoltà, lo ammetto. Ho visto il film al cinema e né prima, né durante, né dopo ho mai pensato che avrei scritto qualcosa a riguardo. Non sono una cinefila esperta in “Nolanologia” – termine da me appena coniato – né una studiosa classica che ha letto l’Odissea quando aveva dieci anni o giù di lì e la conosce a menadito, e sicuramente non sono nemmeno l’unione delle due cose.
Penso che solo una figura mitologica del genere, cioè qualcuno che ne sa davvero parecchio sia di Nolan che di Omero, possa intervenire, a questo punto della discussione, con un parere davvero rivoluzionario sulla questione.
Invece, da umile studiosa di lettere moderne e appassionata di cinema q.b. posso limitarmi a dare qualche impressione, che poi magari in qualcuno di voi farà venire in mente qualcos’altro e così via (alla fine è a questo che servono le recensioni: a stimolare il ragionamento, no?).
Innanzi tutto, c’è da dire che Nolan ha un po’ la fissa per questi colossal lunghissimi in cui c’è gente che fa viaggi intercontinentali/interstellari accompagnata da colonne sonore formidabili (e comunque insomma niente da dire, sa farli bene).
Tre ore sono volate via in fretta, nonostante la seduta scomoda del cinema. Se poi la storia sia stata rappresentata fedelmente in ogni suo aspetto, qui c’è da discutere. È ovvio che non si potesse mettere in scena tutto – come Nolan stesso ha svelato in confessionale ad Alberto Angela in un’intervista per cui forse Matt Damon avrebbe potuto prepararsi prima qualche risposta – la scelta è stata quella di concentrarsi sul lato “emotivo” dell’eroe.
Tante cose mancavano: l’astuzia, la strategia politica, il racconto della guerra, il sesso; certe volte anche il senso di certe battute, di certe azioni.
Forse però era impensabile e anche un po’ pretenzioso immaginare una trasposizione osservante in ogni minimo dettaglio e che, soprattutto, tenesse conto di tutte le variabili, mettesse in scena tutti i personaggi e rispettasse in maniera religiosa il poema.
Nolan, nella sopracitata intervista, ha anche confessato il suo intento modernizzatore, ma c’era davvero bisogno di disturbare Omero? Sono fermamente convinta che non gliene fregasse niente della Grecia antica e dei suoi poemi epici, né di Ulisse e i suoi cantori. Immagino Nolan che un giorno s’imbatte in qualche stralcio del poema e si dice: «Uhm qui potrebbe venir fuori un bel colossal, magari in IMAX!» e si mette subito all’opera.
Chiama il circolino degli attori più famosi di Hollywood e costruisce il film più costoso del secolo. Si concentra su fotografia, colonna sonora, scenografia; costruisce navi, cavalli, marionette, buchi nell’acqua – letteralmente – e tralascia un po’ la storia, la rende il riassunto abbozzato di sé stessa. Il risultato è una “Odissea a modo mio” che non pretende di essere accuratamente fedele ma che vuole a tutti i costi strabiliare il pubblico in sala (e ci riesce). Secondo me, non c’è niente di male, soprattutto se pensiamo che l’Odissea, intendo il libro, adesso è primo nelle classifiche. La cultura genera cultura, no?
Concludo con un augurio per il futuro, che è forse più una speranza: che Nolan non soppianti mai Omero, ma ne diventi un moderno portavoce. Se un giorno, quando avrò novant’anni (per darvi un’idea del tempo, ora ne ho ventisei) i miei ipotetici nipoti mi chiederanno «Nonna ma tu la conosci l’Odissea?» e io risponderò «Si certo, quella di Omero» e loro ribatteranno «Ma va! Quella di Nolan» allora vorrà dire che l’umanità ha fallito.
Alice Dalle Grave

Il mio Odisseo non porta l’elmo
Mentre cercavo una posizione comoda sulle poltrone dell’Ariston, ho pensato che forse anche Odisseo avrebbe protestato. Dopo vent’anni di mare, ritrovarsi su quelle sedie sarebbe stata la ventunesima prova.
Lo confesso: faccio sempre più fatica a leggere certe recensioni. Non perché non siano competenti, tutt’altro. Ma perché troppo spesso sembrano scritte con il bisogno di dimostrare qualcosa (sembra di riconoscere quel circoletto di intellettuali che si arrovellavano sulle pagine dell’Ulisse di Joyce).
Si contano gli errori storici, si cercano le incongruenze, si discute se Omero avrebbe approvato Nolan o se Nolan abbia tradito Omero. E mentre tutti guardano il dito, il viaggio, il vero fulcro del film, continua a passare inosservato.
Cerco quel momento in cui una storia antica smette di appartenere al passato e viene a sedersi accanto a me. Non mi interessa sapere se quella nave assomiglia più a un drakkar che a un’imbarcazione achea, mi annoiano le congetture filologiche zeppe di boria intellettualoide.
Mi interessa capire perché, dopo quasi tremila anni, un uomo che cerca di tornare a casa riesca ancora a parlarmi.
Per questo continuo a pensare che Nolan non abbia voluto raccontare Odisseo.
Ha raccontato il nostos.
Una parola greca che traduciamo troppo in fretta con “ritorno”. Ma il ritorno non è una destinazione. È una trasformazione. Nessuno torna mai davvero nel luogo da cui è partito, esattamente come ci ricorda Murakami. Perché nel frattempo cambia la casa, cambiano le persone che ci aspettano, ma soprattutto cambiamo noi.
E allora Odisseo non è un eroe lontano. È chiunque abbia dovuto attraversare qualcosa che lo ha costretto a diventare un altro.
Forse è per questo che il film divide così tanto. C’è chi vede un adattamento dell’Odissea. Io ci ho visto un uomo che torna a casa portandosi addosso il peso delle proprie scelte, dei propri morti, dei propri sensi di colpa. E mi è sembrato terribilmente contemporaneo.
Il resto, per me, sono pignolerie.
Le armature, i costumi, le libertà narrative, perfino le inevitabili infedeltà al poema. Sono discussioni legittime, ma non sono il cuore del film E sulle pagine dell’Odissea ho patito tutti i miei terribili e magnifici anni del Classico.
Il cuore è quella domanda silenziosa che Nolan lascia a ciascuno di noi quando si riaccendono le luci in sala: dopo tutto quello che hai attraversato, sei ancora la stessa persona che era partita?
Se un film riesce a lasciarmi questa domanda, ha già fatto molto più di quanto gli chiedessi.
Patrizia Picierro
