Un milione di stanze tutte per sé: un saggio brillante che interroga tradizione, futuro e nuove forme di vita
Sinossi
La tradizione è il luogo da riscrivere per abitare il futuro. A metà del 2022, Tamara Tenenbaum ha ricevuto l’incarico di tradurre “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf.
Partendo dalle questioni sollevate dalla rilettura del classico femminista, Tenenbaum riflette sulla situazione attuale delle donne (ma non solo) affrontando i temi che le stanno a cuore: la precarietà lavorativa, l’amore scomparso nell’era di Tinder, il cibo, il denaro, il risentimento come risposta politica o la nostalgia e il potere della tradizione.
Con una prosa lucida e fluida, in questo testo ricco di riferimenti letterari e filosofici, ma anche di cultura pop, Tenenbaum dialoga con Virginia Woolf e ci propone un saggio che non è solo un manifesto ma fonte di ispirazione e oracolo: “Sto andando in Una stanza tutta per sé per fare quel che Virginia diceva che facciamo con i classici greci: cercare, più che ciò che Virginia intendeva, ciò che a noi manca”.
Un libro che vuole mantenere lo spirito della “bozza”, maneggiabile tra le mani di chi legge che può servirsene come in un dialogo continuo. Un brillante saggio con un finale aperto – profetico – come il classico della Woolf, che riflette su altre possibili forme di vita nel XXI secolo e che afferma l’importanza della bellezza e del lavoro come produttori di uguaglianza e libertà.
Recensione
Cosa può dirci, a noi uomini e donne del XXI secolo, un saggio scritto nel 1929? Da questa domanda parte la riflessione di Tamara Tenembaum quando, lavorando sul saggio femminista di Virginia Woolf “Una stanza tutta per sé”, interroga il libro “per cercare, più che ciò che Virginia intendeva, quel che serve a noi”.
L’autrice mette subito le cose in chiaro, e lo ribadisce anche a fine libro: “scrivere vuol dire più confondere che condurre”, il suo compito sarà pertanto quello di sollevare domande più che quello di cercare risposte, in un mondo peraltro dai contorni sempre più confusi e incerti.
L’autrice interroga quindi Virginia Woolf ma non solo: la sua riflessione spazia dalla letteratura alla filosofia (Charlotte Bronte, Elena Ferrante, Zygmunt Bauman, Francis Fukuyama sono alcuni delle scrittrici e dei filosofi citati), dal cinema alla cultura pop, apre e chiude porte, seguendo un filo non sempre facile da seguire.
L’effetto è spesso vertiginoso, spiazzante, durante la lettura ci si perde più volte, abituati come siamo a pensare che un saggio debba fornirci dei punti di appiglio stabili. Ma ripeto: l’apertura del libro è una scelta programmatica dell’autrice e in quanto tale va accettata. Tocca semmai al lettore adeguarvisi.
I temi affrontati sono i più svariati e non tutti toccano questioni strettamente femministe. Spesso, la tesi centrale del saggio di Virginia Woolf (una donna, per scrivere, deve avere una rendita che le consenta di mantenersi e uno spazio proprio, sottratto al controllo altrui) è solo un punto di partenza.
Si parla di soldi, che oggi sono ancora un tabù (“perché il tabù dei soldi è il tabù della disuguaglianza e, in modo più specifico, di quale posizione occupi tu”), di lavoro e della sua precarizzazione, soprattutto in ambito culturale: possono esserci opere d’arte nate in condizioni di disagio materiale ma, come Virginia Woolf, l’autrice sostiene la necessità di avere un’occupazione dignitosa.
“Vale la pena recuperare il valore del lavoro, quella proprietà unica di un impiego di essere al tempo stesso una cosa che ti connette con il mondo e una cosa che senti molto tua”: insiste, in vari punti della sua trattazione, sulla necessità di un pensare comune, di tessere alleanze, di ascoltare i bisogni altrui, uscendo dal predominio della prima persona.
Uno dei temi maggiormente trattati è quello del risentimento e della nostalgia che, a suo parere, rappresentano due grandi “affetti” del nostro tempo.
Lo esamina alla luce della tesi di Mark Fisher, secondo il quale il risentimento può essere motore di riscatto sociale, e di Virginia Woolf che lo considerava una sorta di rabbia travestita e complessa. L’autrice ammette di non avere una sua opinione precisa al riguardo, ma sostiene che la nostra sia un’epoca profondamente nostalgica, parla di conservatorismo culturale, del risentimento scaricato su poveri e migranti e del rischio insito in qualsiasi politica che guarda al passato
“Il futuro è il luogo dell’ignoto e dell’indeterminato, lo dobbiamo abitare prima di poterlo comprendere ; è necessario, dunque familiarizzare con l’accettazione di una certa insicurezza, di una certa vicinanza al rischio. […] nella sfera pubblica la nostra tolleranza alla differenza dovrebbe essere molto maggiore, non solo perché di questo tratta la convivenza democratica, ma anche perché è una sorta di educazione all’inatteso, che forma soggettività molto più aperte”.
In quest’atteggiamento di apertura e tolleranza al diverso ho visto un ancoraggio alla filosofia della ragione poetica di Maria Zambrano e, del resto, è la stessa autrice a ribadire il fatto che il pensiero femminista sia stato storicamente un fattore di apertura al futuro.
Se quindi è necessario ancorarsi a una certa tradizione di pensiero, è altrettanto importante non romanticizzare la tradizione ma esporsi al rischio, tollerare l’incerto, aprirsi alle contraddizioni, in primo luogo dentro il proprio pensiero.
Mi sembra questo il messaggio più importante di questo saggio – Un milione di stanze tutte per sé – ben documentato e rigoroso nello stile, che, se letto con la giusta apertura mentale, solleva interrogativi cruciali per comprendere meglio il presente.
Titolo: Un milione di stanze tutte per sé
Autrice: Tamara Tenembaum
Traduttore: Alberto Bile Spadaccini
Editore: Fandango
Genere: saggio
Autrice
Tamara Tenenbaum nata a Buenos Aires nel 1989, è docente di Filosofia e scrive per quotidiani e riviste, tra cui La Nación, Revista Anfibia, Orsai, Vice, Tierra Adentro, Catapult e Words Without Borders.
Ha pubblicato nel 2017 il libro di poesie Reconocimiento de terreno (Panico el panico) e nel 2019 la raccolta di racconti Nadie vive tan cerca de nadie (Emecé). Ha un podcast, Deconstruides, in cui approfondisce questioni di genere, ed è tra le cofondatrici della casa editrice Rosa Iceberg.
Con Un milione di stanze tutte per sé ha vinto, nel 2023, il Premio Paidós. Per Fandango Libri sono usciti anche La fine dell’amore. Amare e scopare nel XXI secolo (2022) e Tutte le nostre maledizioni (2023).



