David Frati: fondatore di Mangialibri

David Frati: guru di Mangialibri, web magazine collettivo divenuto nel tempo la patria letteraria di migliaia di lettori italiani.

Buongiorno David e benvenuto tra le pagine de ilRecensore.it, la rivista letteraria pensata per tutti i protagonisti di questa meravigliosa passione che è la lettura.

David Frati, fondatore di Mangialibri

David Frati , classe 1968, romano, è giornalista medico, la sua specializzazione sulle tematiche inerenti a Oncologia e Cardiologia, lo rendono uno dei più apprezzati mediacal writer del nostro Paese.

Intervista medici su Oncoinfo.it, Cardioinfo.it e DrTaxi.it. Ha creato e dirige Mangialibri, in passato ha scritto sceneggiature e testi per la tv.

Numerose serie di pupazzi degli ovetti Kinder sono farina del suo sacco.

Mangialibri nasce nel dicembre 2005, il progetto sin da subito è quello di mettere su un grande magazine generalista dedicato al mondo dell’editoria. Con un approccio professionale ma puntando però su alcune sostanziali novità nel modo di occuparsi dei libri e di quello che ci gira intorno. Oggi Mangialibri è probabilmente il sito sui libri più seguito in Italia: in media 400.000 pagine viste ogni mese da 60.000 lettori, quasi 25.000 fan su Facebook, quasi 17.000 follower su Twitter, più di 40.000 libri recensiti, più di 2000 scrittori intervistati.
1. Cominciamo dall’inizio e dalla strada che ti ha portato a gestire il progetto Mangialibri. Com’è cominciato tutto?


«Diciotto anni fa, nel settembre 2005, ero indeciso se acquistare il dominio www.librosfera.com (a proposito, non l’ha ancora fatto nessuno, è libero se volete) o quello www.mangialibri.com e – tutto sommato senza esitare poi molto – alla fine ho optato per il secondo.

Sì, lo so ‒ e lo sapevo ‒ c’è un libro che si intitola così, il bel romanzo di Klaus Huizing, ma era un nome troppo perfetto per l’idea di rivista che avevo in mente. Volevo regalare una patria a tutti i lettori senza pregiudizi e senza snobismi, ai lettori golosi, generosi, mai schizzinosi o diffidenti.

A quelli che, appunto, i libri “se li mangiano”. Volevo fondare un magazine ‒ la definizione di blog ha resistito ben poco ed è scorretta, malgrado molti non si rassegnino ad abbandonarla ‒ strutturalmente popolare, che non si vergognasse di essere mainstream e (anche) commerciale.

Una rivista “patinata” (parlo di approccio, non di carta) che si occupasse di libri come tante riviste già si occupano di cinema, o di sport, o di moda, o persino di politica e società.»

2. Particolare è la dicotomia che governa la tua vita intellettuale. Ti definisci una specie di Jekill & Hyde; di giorno ti occupi di Oncologia, di notte dirigi Mangialibri. Chi è destinato a soccombere?


«Quello che rischia di soccombere sono io, che alla mia età ormai non ce la faccio più a tenere questo ritmo e dormire 4 ore!

Il mestiere di giornalista medico è bellissimo e da vent’anni mi dà il pane quotidiano, mai e poi mai sputerei nel piatto in cui mangio.

È impossibile però non sottolineare che un progetto come Mangialibri nei Paesi europei più ricchi e negli Stati Uniti sarebbe un’attività in grado di offrire un lavoro ben retribuito a un discreto numero di persone. In Italia, no. Perché?

Per riprendere il discorso di prima, c’è qualcosa che diciotto anni fa non immaginavo. Non avevo previsto il mancato sviluppo anche sul web di uno spazio professionale per il giornalismo letterario – che, attenzione, è cosa ben diversa dalla critica letteraria.

Non avevo previsto che l’internet letterario in Italia sarebbe rimasto ancora così legato ad approcci troppo naif o troppo snob, al “gratis a tutti i costi”, a logiche che lo condannano a una certa marginalità commerciale, almeno nel campo dell’editoria.

E non avevo previsto che i social network, dopo un breve periodo in cui sono stati utili aggregatori di contenuti, diventassero essi stessi creatori di contenuti (senza crearli) e poi boicottassero i contenuti promuovendo uno stile di comunicazione basato sulla sostanziale assenza degli stessi.

Non avevo previsto che il mercato pubblicitario sul web in campo editoriale sarebbe stato così asfittico rispetto ad altre realtà. Questo ha ritardato molto un processo che nel 2005 ritenevo vicino, e cioè l’ingresso a pieno diritto delle riviste online nella filiera editoriale. Non ci siamo ancora, no.

Ma noi di Mangialibri sì che ci siamo. E quando – non “se” – le cose cambieranno, sarà anche per merito nostro.»

Mangialibri, blog collettivo di David Frati
3. Mangialibri è nato nel 2005, quando la cultura era ancora relegata a pochi e polverosi salotti letterari. Quale filosofia ha mosso gli esordi di questo progetto?


«Secondo me esisteva allora ed esiste ancora un grave, gravissimo problema di accesso all’informazione: la parte di pubblico che sostanzialmente determina il mercato editoriale italiano è lasciata senza bussola, come se non contasse.

Sulle riviste, sui quotidiani, si parla di ALTRI libri, non di quelli da classifica, bleah! E invece quel pubblico conta eccome.

Noi di Mangialibri siamo nati proprio per scardinare questo problema.

Quant’è cambiato il modo in cui si parla di libri in Italia? È cambiato, ma non abbastanza, bisogna spalancare le finestre e far cambiare aria.»

4. Dai topi di biblioteca ai BookToker e Bookstagrammer: le regole della diffusione culturale sono drasticamente cambiate. Come si è evoluto Mangialibri in questo processo comunicativo?


«Chiunque curi un prodotto editoriale rivolto al pubblico si pone sempre e costantemente l’obiettivo di stare al passo con i tempi, di utilizzare i nuovi strumenti, certo. Tra i tempi (nefasti) dei topi di biblioteca e quelli (nefasti per altri motivi) dei social network, c’è stato però il tempo dell’avvento di Internet ed è proprio in quella stagione che Mangialibri è nato, rappresentando ai tempi una enorme novità. E attenzione, il web continua a essere da alcuni, soprattutto dalle istituzioni culturali italiane, considerato come una cosa nuova, sebbene siano più di vent’anni che è nelle case degli italiani.

Ci si interroga costantemente, dicevo, su come restare attuali, ma a volte secondo me si compie un gravissimo errore. Cioè ci si dimentica che il pubblico non è omogeneo, ci sono target diversi per prodotti diversi.

Le fiction di Rai Uno hanno un pubblico, le serie su Netflix un altro; la musica lirica ha un pubblico, la trap un altro; Gianrico Carofiglio ha un pubblico, Erin Doom un altro.

Noi abbiamo un pubblico largamente composto di over 40 che desiderano un prodotto editoriale “classico”. Inoltre Mangialibri è una testata, un progetto collettivo, non è una singola persona che promuove se stessa e – come ogni addetto ai lavori sa perfettamente – questo comporta una comunicazione social del tutto diversa.

Non ha senso snaturarsi per inseguire un pubblico che non è il tuo, bisogna realizzare un prodotto sempre migliore per il pubblico che ti segue perché sei tu.»

5. Quali sono le rubriche peculiari di Mangialibri, quelle che vi differenziano dai tanti web magazine attualmente online, contenuti che ami particolarmente e quali quelli che non tramonteranno mai?


«In questi 18 anni Mangialibri, nel suo piccolo, ha contribuito a cambiare il modo in cui si parla di libri sul web.

Ed è stato premiato dal pubblico, per questo: un numero enorme di lettori segue il sito ogni giorno, nonostante ci si occupi SOLO di recensioni librarie e interviste agli autori, con passione e competenza ma anche con leggerezza, senza pubblicare post sulla politica, sulla cronaca o sulla società come invece fanno quasi tutti i blog letterari italiani.

Un approccio che io amo definire “mainstream”, da rivista patinata che vuole intrattenere ma non rinuncia alla qualità.

Il modello di sito sui libri imperante – e uso il termine imperante non a caso – nel nostro Paese è molto diverso. Devo amaramente constatare che lo spirito ‘popolare’ e la nostra proverbiale disponibilità a recensire narrativa di genere, che ci permette di attrarre una fetta così importante di pubblico – quella, guarda caso, trascurata da tutti i “lit blog” italiani – diventa a volte una sorta di tallone d’Achille in questa nostra realtà culturale snobistica, elitaria e autoreferenziale: se sei popolare, agli occhi di ‘quelli che contano’, diventi subito nazionalpopolare e quindi volgare, anche (anzi, soprattutto) se fai tante, tante impression al mese più di loro.»

6. Nella redazione di un sito culturale approdano inevitabilmente titoli di ogni sorta: copie staffetta delle Case Editrici, autori che propongono le loro opere, libri di self publishing…ed è necessario operare delle scelte. Ci sono generi che non trattate, opere che non entrano nelle liste in lettura, quali sono le linee guida per orientarsi nel tentacolare mondo libroso senza lasciarsi sopraffare?


«No, non è affatto necessario invece operare delle scelte.

Mangialibri recensisce il 99% dei titoli che riceve: scartiamo solo l’indicibile, pubblichiamo 12 recensioni ogni singolo giorno (negative e positive, contrariamente a quanto fanno quasi tutti per evitare rogne), abbiamo costantemente circa 2400 titoli in lettura e siamo a quota 40.000 recensioni pubblicate.»

7. Tra gli impegni principali di un Caporedattore c’è la scelta dei titoli da recensire, dei collaboratori da gestire, della programmazione da stilare… per ognuno di questi bisogna operare delle scelte. Quale ti aggrada di più e quale proprio non sopporti?


«La cosa che più mi secca del lavoro in una redazione, ma soprattutto mi addolora, è un fenomeno degli ultimi anni: il ghosting.

Ecco, quando un collaboratore “sparisce” senza nemmeno accampare delle scuse – sarebbero sufficienti e basta scrivere una mail – mi prende una profonda malinconia. È una “usanza” che trovo assolutamente inaccettabile.

Ma sempre più diffusa, soprattutto tra i collaboratori più giovani.»

8. “Ogni Paese ha un modo tutto suo di trattare gli scrittori. Nel nostro per fortuna non godono di grande prestigio: già così risultano spocchiosi oltre il livello di guardia” queste le parole provocatorie di Alessandro Piperno. Questo tipo di superiorità intellettuale la riscontri anche tu oppure è solo provocazione e ci dobbiamo soffermare sul fatto che un artista nel nostro Paese non gode del giusto riconoscimento?


«Non c’è peggior spocchioso di chi in realtà non potrebbe permettersi alcuna spocchia.

È purtroppo proprio quest’ultima una specie molto diffusa nell’ambiente letterario italiano, nel quale imperano logiche da “cricca” tipo: io recensisco il tuo libro così quando esce il mio libro tu lo recensisci, o peggio ancora io recensisco positivamente il tuo libro così quando esce il mio libro tu lo recensisci positivamente.

Un pollaio autoreferenziale, insomma.»

9. Isak Dinesen sosteneva che «Ogni pena può essere sopportata se la si narra, o se ne fa una storia», sei d’accordo anche tu che la fantasia narrativa può essere curativa?


«Raccontare ha permesso all’umanità di intraprendere relazioni, di trasmettere saperi e conoscenze, e quindi di svilupparsi.

Lo storytelling, l’arte di raccontare, è antica quanto l’uomo stesso. È naturale quindi che nelle storie noi umani troviamo consolazione, pace, l’occasione di riflettere su noi stessi e sul mondo, oppure la forza di cambiare.

Ma non solo: esiste una narrazione anche nel rapporto tra medico e paziente, anche in Oncologia, per venire al mio “mestiere vero”. La cosiddetta medicina narrativa si concentra sull’ascolto empatico e sulla comprensione della storia del paziente al di là della sua mera storia clinica.

Attraverso l’arte della narrazione, i medici possono individuare e gestire la sofferenza del paziente in modo più completo, più umano nel senso letterale del termine.»

9. Un sogno a occhi aperti: David Frati tra dieci anni … 


«Mah, rimaniamo low-profile. Sarebbe bello essere ancora direttore di un Mangialibri sempre più seguito e sempre più importante, ancora alle prese con questo assurdo mondo dei libri in Italia.

Con gli scrittori semisconosciuti che si atteggiano a star, gli addetti stampa delle case editrici che sono più precari degli operatori dei call-center e cambiano ogni 2-3 mesi, i party ‘che devi esserci per forza’ dove la cricca letteraria italiana perpetua i suoi rituali modaioli, gli aspiranti scrittori che ti bombardano di mail per un prezioso giudizio sul loro manoscritto perché sei secondo loro “il più grande critico del pianeta” (CIT.) e poi quando fai loro delle critiche dicono che “non capisci un cazzo” (CIT.), gli editori improvvisati che lucrano alle spalle di poveri illusi.

Ma anche un ambiente pieno di passione, di idee, di colori, di persone. Con tanti libri tutti da mangiare… »

10. Nello stesso momento in cui stiamo pubblicando questa intervista, MilanoNera sta uscendo con nuove recensioni, ContornidiNoir sta condividendo un nuovo articolo, Giulia Ciarapica parla di novità editoriali, SoloLibri ci regala le anticipazioni per il prossimo mese… tutti tesi allo stesso risultato: informare il lettore. In un paese in cui il lettore è una sorta di miraggio. Qual è la ricetta per veicolare contenuti che possano incuriosire e far avvicinare alla lettura più persone possibili? O meglio, quali sono gli ingredienti basilari di Mangialibri? 


«In Italia legge una piccola minoranza di persone; di questa minoranza viene spesso considerata “degna di attenzione” da parte della comunicazione libraria solo un’ulteriore minoranza.

Quindi pagine culturali e riviste letterarie si rivolgono a una nicchia di una nicchia. Finisce che ci si parla tra noi, in cento persone. Auguri, eh.

Mangialibri, per statuto direi, si occupa del pubblico che frequenta le librerie e manda avanti il settore.

Di tutto il pubblico che frequenta le librerie, nessuna categoria esclusa.

Vogliamo prendere per mano la signora di mezza età che legge sull’autobus il bestseller primo in classifica che le hanno regalato a Natale e guidarla in un Paese delle Meraviglie in cui ci sono migliaia di altri libri che potrebbero piacerle da morire ma che lei non conosce, un po’ per i problemi dell’editoria italiana (monopoli, distribuzione, organizzazione degli spazi vendita, etc) un po’ perché il linguaggio esoterico degli addetti ai lavori e lo snobismo dei cosiddetti intellettuali (oppure semplicemente il digital divide) la respinge, la tiene lontana, la spaventa.»

11. L’ultimo libro del filosofo pop Byung-Chul Han, La crisi della narrazione, sostiene che la nostra epoca sta vivendo la mercificazione delle storie; siamo passati dalla prassi narrativa, quella lenta e riflessiva dei grandi classici, al moderno e consumistico storytelling. La narrativa si deve adeguare all’efficientismo odierno o deve rimanere il regno incantato in cui perdersi per poi ritrovarsi?  


«Da sempre – come per accade in ogni forma d’arte – c’è una narrativa che insegue il mercato e una narrativa che se ne frega dell’appeal commerciale (anche se magari può accadere che un libro del primo genere non venda nulla e uno del secondo sia un bestseller). E le caratteristiche che rendono un prodotto editoriale “commerciale” ovviamente mutano man mano che le epoche passano.

Non vedo grandissime differenze – da questo punto di vista – tra l’epoca di Dickens e oggi, se non che la lettura aveva un peso nel mondo dell’entertainment che oggi giocoforza non ha più, vista la fortissima concorrenza. Da parte sua il mondo della comunicazione sui libri (quotidiani, riviste, televisione, web, premi letterari, convegni, festival) non è troppo influenzato dal mercato, come sento dire da tanti. Lo è troppo poco, è esattamente il contrario.

Uno dei principali motivi per cui la comunicazione libraria in Italia non funziona a dovere è proprio perché – per vocazione “ideale” o per convenienza becera – si mantiene volutamente e pervicacemente slegata dal mercato editoriale.

Esempio: ci si occupa all’80% di narrativa italiana mainstream quando la narrativa italiana mainstream rappresenta una fetta di mercato sensibilmente più piccola. Altro esempio: si trattano con disprezzo i libri che vendono di più, a volte proprio a prescindere.»

12. Infine chiudiamo con due inviti che rivolgiamo a tutti: tra tutti i titoli che avrai modo di valutare ci puoi citare tre libri che secondo te dovrebbero leggere tutti e un autore da scoprire o riscoprire?


«Ecco tre titoli imperdibili per me: “I miei luoghi oscuri” di James Ellroy; “Vite immaginarie” di Marcel Schwob e “Dialoghi con Leucò” di Cesare Pavese.


Un autore di cui consiglio sempre la lettura è Percival Everett.

Ma anche Richard Matheson, John Steinbeck, Jack Vance, Elfriede Jelinek, Colson Whitehead… sarebbero centinaia.»

13. “Non abbiate timore dellassurdo; non indietreggiate dinanzi al fantastico” diceva Karen Blixen. Prima di salutarci ci regaleresti un pensiero che ci aiuti a mettere in fila i nostri passi anche domani?


«Forse aveva ragione Paris Hilton (già, proprio lei) quando diceva: “In realtà non penso. Cammino e basta”.

Ah, e se ora vorreste picchiarmi in testa con una clava per la citazione, rileggete la frase di Karen Blixen poco sopra.

E godetevi con bonaria ironia l’assurdo circo del mondo, finché dura.»

Grazie mille per la disponibilità David!

Autore

  • Patty

    Socia fondatrice della Rivista ilRecensore.it SEO Content Creator, traduttrice, Blogger e firma di interviste e recensioni su vari siti letterari. Cresciuta a Goethe e cioccolata, ho trascorso gran parte della vita tra l’Italia, la Germania e la Francia, apolide nel Dna tanto quanto nel Pensiero. Gli studi classici prima e Scienze Politiche poi, hanno sviluppato il mio senso critico, sfociato poi nella mia vita da BookBlogger. Sono sempre in cerca della storia perfetta. In borsa porto Joyce e Jackson, le penne che compro in giro per il mondo e tanta passione.

    Visualizza tutti gli articoli