Il senso della fuga: un romanzo che esplora il confine fragile tra fuga e appartenenza
Sinossi
Alice si tuffa giovanissima nella carriera di giornalista.
Raccogliere testimonianze, scrivere e vendere storie le offre un brivido impagabile. Storie che arrivano dritte dalla prima linea della primavera araba. A Beirut Alice comprende quanto conoscere l’arabo – studiato con grande tenacia – la avvicini alle persone, ai fatti, alla vita. Al Cairo, mentre Mubarak vacilla e i ribelli incendiano piazza Tahrir, scopre l’amore.
Quando la sua redazione parigina le propone un incarico da inviata in Siria, non se lo fa dire due volte. Ma ad Aleppo una tragedia improvvisa, di cui si sente responsabile, la sprofonda in una depressione nera. Per risollevarsi dovrà confrontarsi con le proprie fughe, le proprie radici e con la storia del padre, un editore di poesia algerino morto quando lei aveva solo quindici anni.
Il senso della fuga torna con energia e passione su un periodo centrale della nostra storia recente e affronta il tema spinoso dell’equilibrio fra ambizione, sentimento e passione politica.
Recensione
«Sua madre elencava mestieri che le sembravano più nobili, più stabili, meno precari. Parlava della figlia della vicina che studiava medicina, e della cugina che aveva scelto economia, ma Alice era sicura di voler diventare giornalista perché, quando fingeva di esserlo, suo padre finalmente rideva – una risata soffocata e malinconica»
Cosa ci vuole per scegliere un lavoro? Un interesse, solitamente, a volte, persino una passione, oppure, in tanti casi, una necessità.
E cosa ci vuole per scegliere un lavoro che ti porta sotto le bombe o tra le rivolte di piazza, non con il solo intento di sopravvivere, ma con quello di raccontare al mondo la verità, trovare le parole giuste per portare agli altri le storie di chi quelle violenze le vive e, come unica alternativa, vede pararsi davanti la sopraffazione? Semicitando Palahniuk, “vocazione” non è la parola giusta, ma è la prima che viene in mente.
Così Alice studia l’arabo, la lingua che la unisce al padre, immigrato dall’Algeria morto quando lei aveva solo quindici anni.
Parte come reporter, vivendo le primavere arabe non da spettatrice, ma da protagonista, scendendo nelle piazze, parlando coi suoi coetanei, uscendo di notte per un servizio sugli artisti di strada del Cairo, che, a suon di bombolette, denunciano il regime.
La prima parte del romanzo – Il senso della fuga – si dipana tra Beirut e la capitale egiziana, nelle atmosfere offuscate per il fumo all’interno dei caffè o per i lacrimogeni lanciati nelle proteste, accompagnate dalla ricerca di forti emozioni che caratterizza la protagonista.
Poi, all’improvviso, un vuoto: la narrazione si ferma quando Alice parte per la Siria, lasciando intendere che gli eventi a cui ha dovuto assistere l’hanno segnata più del previsto, imprimendo profonde cicatrici nella sua psiche.
Divisa tra il senso di colpa del sopravvissuto e la sensazione di non essere più capace di raccontare, ripiega su Parigi, la sua città di origine, dove l’incontro fortuito con Ilyes, un giovane immigrato algerino appena arrivato, le darà la possibilità di ricominciare da capo, di riaccendere una luce dove era rimasta solo una fitta, sbigottita oscurità.
È proprio l’incontro con l’altro il punto cardine del romanzo: dai giovani incontrati nelle piazze e nei locali, ai colleghi conosciuti nel tentativo di rincorrere gli eventi, Alice riesce sempre ad entrare in contatto col prossimo, a lasciarsi coinvolgere nelle vite che sfiorano la propria, a cercare una finestra di dialogo che le permetta di capire, di sapere, ma soprattutto di sentire l’esperienza altrui come se fosse la propria, fin quasi all’eccesso.
Ben presto emerge il sospetto che la protagonista ricerchi una tale intensità nella vicinanza con gli altri per riempire il silenzio che circonda la propria storia. Della morte del padre, del passato della sua famiglia, della propria storia, Alice non parla, finché, spinta da una brusca sospensione nella propria vita, non è portata alla ricerca della verità, per il bisogno di superare lo spaesamento causato dal non conoscersi fino in fondo.
Scopre allora il dolore taciuto, l’avvenuta cauterizzazione delle ferite necessaria perché la vita possa andare avanti, e quel restare che non sembra eroico ma è, a tutti gli effetti, vera e propria resistenza.
«Anche quando Lydia aveva i suoi momenti di collera nera, anche quando il dolore le scavava il volto, rimaneva forte. Non doveva assolutamente vacillare davanti ad Alice. Doveva mostrarle che la vita va vissuta in ogni istante, doveva darle la migliore educazione possibile e un incrollabile senso del dovere»
Il rapporto con le madri è un altro tema centrale del romanzo: alla coppia Alice/Lydia, chiamate a mostrare il solco fatto di silenzio che a volte separa genitori e figli, si contrappongono Ilyes e Wassyla, uniti nel bisogno di fuggire. Dopo la partenza del figlio, la donna, rimasta sola, con un marito indifferente e una figlia tanto diversa da lei, non si rassegna alla propria solitudine e si attacca con una forza che assomiglia alla disperazione al pensiero di trovare un futuro migliore, un senso più grande.
«Un giorno, senza rifletterci troppo, ho fatto le valigie, mi sembrava che tutto intorno a me fluttuasse. Era come se qualcun altro stesse decidendo al posto mio. Mi sono rivolta a uno scafista per partire nel giro di pochi giorni. Gli ho detto che se non mi faceva partire mi sarei suicidata e che mi avrebbe avuto sulla coscienza.»
Che cosa lega a una terra chi sceglie di rimanere, e rifugge da sé stesso, dalla propria storia, talvolta dai propri figli, con il silenzio, annegando i ricordi nelle necessità quotidiane, e da dove viene invece la spinta a prendere il mare e partire verso l’ignoto?
E, soprattutto, dove sta davvero il coraggio: nell’affrontare ciò che rimane ad ogni costo, tirando su le barricate verso un tempo tiranno che sgretola tutto quello che ci circonda, o nel prendere solo l’indispensabile e cercare altrove una terra più fertile, una possibilità ancora da scrivere, un legame da stringere?
Il senso della fuga è una storia fatta di storie, continuamente tese tra questi due estremi, che si conclude con l’unica risposta possibile: non c’è davvero una risposta, ma un significato sì, ed è insito in quello stesso interrogarsi.
Titolo: Il senso della fuga
Autorə: Hajar Azell
Traduttorə: Sara Giuliani
Editore: Marcos y Marcos
Genere: Narrativa, attualità, Medioriente, giornalismo, fenomeni migratori
Autrice
Nata a Rabat nel 1992, Hajar Azell non aveva ancora vent’anni quando, tra il 2010 e il 2011, la ‘primavera araba’ infiammò le strade di Tunisi, Il Cairo, Damasco e Algeri, prima che le speranze che aveva suscitato fossero spazzate via o represse nel sangue
.
Oggi Hajar vive tra Parigi e Rabat e ha dato vita alla rivista www.onorient.com, che celebra lo slancio creativo del Nord Africa e del Medio Oriente



