Sinossi
Io siamo cani persi è una raccolta di centoquindici racconti che segue una galleria di personaggi marginali, gente comune che vive ai bordi della città: turnisti di fabbrica, baristi insonni, ragazzi che non hanno mai lasciato il quartiere, vecchi che parlano solo coi cani.
Ogni racconto è un frammento di voce in prima persona: “io” che parla ma non è mai solo, perché dietro a quell’io si intravede un “noi” di vite sghembe, simili, ripetute. I personaggi si incrociano in bar di provincia, cucine di ristorante, condomìni sbrecciati, parchi notturni; si parlano poco, ma condividono la stessa sensazione di camminare senza direzione precisa, come cani randagi che conoscono a memoria strade e odori ma non trovano davvero casa.
Il tono oscilla tra l’ironico e il malinconico: frasi brevi, immagini improvvise, dettagli minimi (un odore di fritto, una luce al neon, una radio accesa in cucina) diventano appigli per raccontare solitudini, piccole viltà, gesti di cura quasi invisibili. I racconti più brevi sono lampi: una pagina o poche righe che fissano un momento di spaesamento o di improvvisa tenerezza, come se la città, per un attimo, si fermasse a guardare chi resta sempre sul margine.
“Un libro può servire a molte cose: per esempio come zeppa al tavolino che traballa. Questo, in particolare, si adatta benissimo al piano della lavatrice, in bagno, accanto alla tazza del wc. I momenti lieti. Francesco Simoncini.
Recensione
Dopo aver avuto il piacere di ospitarlo nel nostro Boršč, sperando tra l’altro di poter tornare a farlo presto, abbiamo oggi l’occasione di recensire Io siamo cani persi, una silloge di racconti poetici, poesie in prosa, immagini fulminee e fulminanti di Francesco Simoncini.
Mi pare di poter dire, del tempo in cui viviamo, che sia un tempo di proiezioni, di estensioni, di Dentro che esondano nel Fuori, di sé che si esportano nel mondo tentando di replicarsi altrove, spesso in derive mutanti, escrescenze egoiche tumorali, maligne, apocalittiche.
Francesco, che conosco troppo poco per poter dire che non lo conosco affatto mi pare, dal lato della mia ignoranza, altro e altrove.
Non tracima, piuttosto introietta, si comprime invece di espandersi e se scrive un libro, come ha scritto, anche se ciò che ha scritto è bello, ma forse soprattutto se lo è, non lo grida né lo propone al mondo intero ma attende che il lettore, puntualmente, vi inciampi.
Questo libro, Io siamo cani persi, che è edito in proprio e che occorre richiedere direttamente all’autore su Facebook, su cui peraltro mantiene una presenza discontinua, è un opera editoriale totalmente coerente, schiva al limite dell’arroganza e dotata di una bellezza timida al punto di pretendere corteggiamenti e devozioni prima ancora di permettersi di esistere nel mondo.
Francesco Simoncini non si adegua al modo e alle mode degli ego ipertrofici, dell’autofiction, delle celebrazioni di sé ma si riduce a punto geometrico e nello spazio risultante ingloba e comprende nel proprio Dentro tutto il Fuori, facendo scorpacciate del quotidiano che la realtà, ossia lui stesso, gli cucina, per poi farne indigestione e, vomitandolo, restituircelo digerito e ammaccato quel tanto che basta a permetterci uno sguardo nuovo.
Meraviglia e orrore sono le reazioni comuni al mostruoso finché l’alieno non diventa usuale e quindi inevitabile, ma questo sarebbe in fondo il giornalismo filosofico di un Lovecraft sedicenne di fronte a un Cosmo ostile.
Lo sguardo del poeta è forse invece quello di chi, come Francesco Simoncini, continua a frequentare i Grandi Antichi senza avvertire la necessità di normalizzarli per poter provare anche per loro una compassione profonda.
Anche se sa che lo uccideranno, come fanno sempre con tutti. Perché quella, in fondo, è la loro natura.
Potrei dirvi di farvi un favore e comprare questo libro, ma la sua forma editoriale mi costringe ad esortarvi a farvene due e a chiedere l’amicizia all’autore, per potervene quindi procurare una copia.
Sono sicuro che mi ringrazierete. Due volte.
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