Auto da fé o il feticismo del sapere
«Auto da fé è un libro che non ammette giudizi intermedi: ci sono lettori che vi si riconoscono a fondo, come in un baraccone di specchi deformanti al Luna Park, e che lo sentono come una Bibbia quotidiana, e ci sono lettori che se ne ritraggono sconcertati e respinti. È un’opera eccentrica e bizzarra, che non si lascia inquadrare in uno schema letterario o ideologico preciso, e che perciò si è sottratta a lungo alla comprensione» scrive così Claudio Magris ed è impossibile non sottoscrivere questa considerazione.
Auto da fé, primo ed unico romanzo di Canetti, subito dopo l’uscita, nel 1935, ricevette gli apprezzamenti di Thomas Mann, Robert Musil e Hermann Broch, per poi sprofondare nell’oblio a causa della censura nazista.

Di cosa parla quest’opera eccentrica e bizzarra ?
Cominciamo dal titolo. Elias Canetti, in un saggio del 1973 scrive che il titolo del suo romanzo Die Blendung (in italiano Auto da fè) inizialmente era Kant prende fuoco.
Peter Kien, il protagonista del romanzo, per parecchio tempo, nella mente dello scrittore, si chiamava Kant e l’unica certezza che Canetti aveva lungo la gestazione del suo capolavoro, era proprio che alla fine Kant dava fuoco alla sua biblioteca e periva nell’incendio dei suoi libri. Il Kant di Canetti era ovviamente un omonimo di Immanuel, ma la scelta del nome era indicativa della temperie culturale che Canetti registrava.
Perché il protagonista, inizialmente, si chiamava Kant? Perché si cercava un rappresentante della Ragione, dell’intelletto regolatore degli istinti, che si barrica nella propria biblioteca per sfuggire agli impulsi e al mondo della vita.
I libri sono il nucleo centrale del romanzo di Canetti, tanto che, dopo aver abbandonato il nome di Kant, lo scrittore diede al suo protagonista una semplice iniziale: B., che stava per Büchermensch (uomo dei libri).
Di certo la caratteristica non solo fondamentale ma che forma la sostanza del personaggio Kien è proprio il suo rapporto con i libri. Anzi, non è la sua caratteristica fondamentale, ma è la sua unica caratteristica. Al pari del personaggio musiliano, anche lui è un uomo senza qualità, senza alcuna determinazione. Pian piano quella B. divenne iniziale del cognome Brand (incendio). Nell’intenzione dell’autore, infatti, il personaggio nasce già nell’atto del rogo.
Ma andiamo con ordine.
Auto da fé narra la storia di un eminente sinologo, Peter Kien, che vive recluso dal mondo, circondato e ossessionato unicamente dai suoi libri.
I libri costituiscono una muraglia fra Kien e il mondo, lo proteggono, gli impediscono la vista delle altre persone a tal punto che la casa di Kien è senza finestre. Le rare volte in cui Kien decide di uscire per strada usa comunque i libri come corazza, portandoli dentro una valigetta:
«Kien batteva col palmo della mano sulla sua borsa gonfia di volumi. Se la teneva stretta addosso, in una maniera speciale che aveva escogitato lui perché vi fosse sempre tra essa e il suo corpo il più ampio contatto possibile. Le costole la sentivano oltre l'abito sottile, di qualità scadente. La parte superiore del braccio veniva a disporsi lungo la piega laterale della borsa, dove entrava di giusta misura. Sotto, l'avambraccio fungeva da sostegno. Le dita divaricate si stendevano con voluttà su tutta la superficie. Scusava davanti a se stesso questa cura eccessiva accampando il valore del contenuto. Se la borsa per caso finiva a terra, se la serratura, che lui controllava ogni mattina prima di uscire, si apriva proprio in quell'istante pericoloso, per quelle opere preziose era la fine. Niente lo disgustava più di un libro insudiciato».
Questo personaggio nevrotico, accigliato, metodico, trova la sua antagonista nella governante Therese: una donna ignorante e rumorosa, che per motivi grotteschi Kien finirà per sposare. In realtà lui crede che Therese possa essere l’intermediario fra lui e il mondo, fungere da cerniera, e farsi carico delle beghe pratiche dell’esistenza. Ma l’esito sarà differente: Therese, insieme al malevolo portinaio, Benedikt Pfaff, lo spoglierà pian piano di ogni avere.
La figura di Therese Krummholtz è, da un punto di visto narrativo, monumentale.
Therese, con la sua lunga sottana blu inamidata, parla solo di soldi, di mobili, di patate. Chiuso dalla sua stanza, Kien le risponde citando Confucio. La prima parte del romanzo, intitolata Una testa senza mondo, è una rutilante sequenza di scene tragi-comiche e di dialoghi pirotecnici:
«Non mangerò certo sola in cucina come una serva. La padrona di casa mangia a tavola».
«Ma se la tavola non c’è».
«È quello che dico sempre io, ci vuole una tavola. Si è mai visto che in una casa per bene uno mangi allo scrittoio? È una cosa che penso da otto anni, e adesso devo dirla!».
La tavola venne acquistata insieme a una sala da pranzo in noce. Gli uomini l’installarono nella quarta stanza, quella più lontana dallo scrittoio».
Therese pian piano colonizza la casa: prima una stanza, poi due, poi finirà che sarà Kien a perdere l’utilizzo delle proprie cose. Quella che era stata la disciplina della cecità di Kien, ossia non vedere le cose, si disintegra davanti alla possanza della contingenza, del caos vitalistico della materia. Alla fine Therese lo sfratta, dopo un esilarante corpo a corpo che, da solo, meriterebbe la lettura del romanzo. Così finisce la prima parte del romanzo.
La seconda, intitolata Un mondo senza testa, vediamo il vagabondaggio di Kien, ormai privo di casa, insieme ad un Doppelgänger altrettanto improbabile: Fischerle, un malvivente.

I cognomi di Auto da fé sono intraducibili, perché in lingua tedesca già rimandano ad una famiglia di significati (in questo caso “pescatoruccio” o qualcosa del genere). Stesso discorso vale per il suo assassino, che di nome fa Johann Schwer (in tedesco “pesante”) un finto cieco. Ritorna quindi la metafora della cecità, della logica (in Fischerle essa è incarnata nell’ossessiva passione per gli scacchi).
Il romanzo è una foresta di simboli, aggrovigliati, esilaranti, lucidamente fecondi.
Kien vaga esule dalla propria biblioteca, lontano dai suoi venticinquemila volumi. Proprio la moglie analfabeta ha effettuato questa separazione fra l’uomo-dei-libri e i libri. Quella vita che lui aveva creduto di avere messo al bando, gli chiede il conto, anche attraverso la truffa che il nano Fischerle fa ai suoi danni, millantando un piano per recuperare i suo libri.
Questo viaggio al termine della notte, in una Vienna che non ha nulla a che vedere con l’eleganza dei valzer di Strauss, ci condurrà alla terza parte del romanzo: Il mondo nella testa.
Abbiamo quasi uno schema triadico che ricalca la dialettica hegeliana, in cui i momenti dell’ in-sè, del per-sé e dell’in-sé e per-sé non conducono però ad una manifestazione totale della Ragione della Storia, ma ad un occultamento di essa. Non a caso, arriva uno psichiatra a salvare Kien, suo fratello Georg. Il suo intervento porterà alla sconfitta di Therese e del portinaio e al ritorno di Peter Kien nella sua amata biblioteca.
Georg non si limita ad occuparsi dell’aspetto materiale del disagio del fratello, ma rimane con lui del tempo per aiutarlo, per psicoanalizzarlo. Come tutti i romanzi della Mittleuropa, anche quello di Canetti non lesina sarcasmo contro la scienza del dottor Freud. Infatti, quando Georg ritorna a Parigi, convinto di avere guarito Peter Kien, accade l’episodio che dà il nome al romanzo: il rogo dei libri. Kien si rinchiude in biblioteca e appicca un fuoto, accatastando nella pira libri su libri.
«Quando le fiamme lo raggiungono ride forte, come non ha mai riso in tutta la sua vita». Come non sentire in questo finale un’eco nietszcheana?
Nietscheano o più precisamente nichilista è l’approccio alla cultura che Canetti vuole rappresentare. La cultura del ventesimo secolo non è – come Kien ben presenta – umanista, ma è solo feticismo del sapere. Al pari di Kien, gli intellettuali si rinchiudono in luoghi solitari in cui esercitare culturale, senza svolgere alcun ruolo salvifico per gli altri.

