Disorder. La storia dei Joy Division - ilRecensore.it
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DISORDER. LA STORIA DEI JOY DIVISION, di Fernando Rennis

Disorder. La storia dei Joy Division è un saggio sulla band, ma anche e soprattutto un racconto sulla nascita di quei valori, simboli e di quelle usanze che danno vita alla cultura.

1444 giorni per entrare nell’eternità: Fernando Rennis racconta la storia dei Joy Division, che tra 1976 e 1980 segnano indelebilmente la musica rock con due soli album e una fine improvvisa. In questo libro camminiamo con quattro ventenni che hanno fondato una band per le strade della Manchester di fine anni Settanta, sospesa tra le macerie dei bombardamenti tedeschi, il ritmo ossessivo delle fabbriche e un’energia creativa irripetibile.

Li seguiremo in sale prove scrostate e studi invasi dal fumo. Guarderemo su vecchi televisori i Sex Pistols che eseguono una cattivissima Anarchy in the U.K. al grido di “alzate il culo!”, sfoglieremo i quotidiani, le riviste e le fanzine che hanno contraddistinto un’epoca. Entreremo al club Russell, ci faremo strada tra le borchie dei punk, le capigliature dei rasta e i trench degli studenti per arrivare sotto al palco e lasciarci ipnotizzare dallo sguardo di Ian Curtis e dal suono del suo gruppo. Incontreremo personaggi che hanno la scorza del Nord e sembrano usciti dalla penna di un grande sceneggiatore, in un paese “sempre più somigliante alle caldaie del Titanic”.

La musica dei Joy Division affonda in quest’alchimia di paesaggi urbani, controculture giovanili, suoni e atmosfere: è frenetica, claustrofobica, radicale, senza compromessi. Un buco nero in cui il “no future” del punk si sta trasformando nella tensione futuribile del post punk. E che a distanza di decenni suona ancora come se venisse da una galassia lontana, penetrando nel nostro cupo presente: “Andremo alla deriva, è l’età moderna”, cantava Curtis contorcendosi al microfono.

Chi ne parla lo fa come se avesse perso da poco il miglior amico, e certo, li ricorda i Joy Division, ma più di tutti ricorda Ian Curtis, la voce dei Joy Division. Poi ci sono le serie televisive e le pubblicità: Peaky Blinders (Disorder), Stranger Things (Atmosphere) e The Crowded Room (Disorder), giusto per citare tre serie televisive; Versace Crystal Emerald (Shadowplay), per citare uno spot pubblicitario corrente. Insomma, questi anni ’80 sono tornati da un po’ di tempo in auge, bussano alla porta, c’è chi li ricorda con un sorriso e chi preferirebbe non parlarne.

Disorder. La storia dei Joy Division di Fernando Rennis, edito da Nottetempo, ne parla prendendo in esame tutto, non lasciandosi sfuggire nulla. D’altronde, come avrebbe potuto? I Joy Division, così come tutto il punk, il post-punk e i generi che si sono affermati in quegli anni, sono nati come risposta a quella società, a quel periodo storico: un tempo in cui la sottocultura non conosceva hashtag e non conosceva like.

Il dramma di un ventenne che si toglie la vita e la popolarità postuma di un gruppo finito in contesti lontani anni luce da concerti in sudici bettole, davanti a poche decine di persone.

Fernando Rennis ricostruisce la storia dei Joy Division e nel farlo racconta un mondo, quello di Manchester, dove i protagonisti in un primo momento di esibivano davanti a cento persone (quando andava bene), a una quando quando ad assistere c’era soltanto il gestore del locale.

È una storia di desiderio e necessità, come tutta l’arte ci ricorda. C’è nascita, vita ed eternità. C’è una vita che, come riportato dall’autore del libro attraverso le parole di Alberto Campo: «non è stato un mito, bensì una vicenda straordinariamente comune». La domanda che allora sorge è: perché la nostra società, forse questa lunga epoca, necessita di mitizzare il più possibile? Che cosa non ci dicono più i miti che già esistono? 

Adesso, in un periodo in cui l'autenticità è minacciata per un verso dall'intelligenza artificiale, per l'altro dalla dinamica ormai collaudata della post-verità, in cui la risonanza emotiva dei fatti assume più importanza della loro oggettività, abbiamo ormai introiettato l'idea che qualsiasi tour o album pubblicato sia un successo: viviamo in un alternarsi di quotidiani capolavori discografici, carriere artistiche lineari, debitamente testimoniate in maniera controllata.

Perché è questo che fa questo libro: racconta la storia di una band, di un tipo di musica nato e affermatosi in un dato periodo storico in risposta alla società e al tempo. E poi c’è un’altra cosa che fa questo libro (forse in modo involontario?): fa nascere delle domande sul nostro presente (ma qui starà a voi lettori/lettrici). 

Non troverete soltanto musicisti, case discografiche e manager: tra le pagine di questo libro troverete un’epoca che oggi è tornata con i suoi testi e con i suoi sound in risposta a un disincanto dal quale si fatica uscire. Non è odierna questa assenza di un futuro? E come si vive questo presente? “Per fortuna” ci sono le distrazioni contro il logorio della vita moderna. 

La tendenza evidenziava un vuoto, quello della società capitalista alienata dal lavoro. Come diceva Mark E. Smith dei Fall, in città a quel tempo c'erano due tipi di fabbriche: quelle che producevano cadaveri e quelle che si nutrivano di cadaveri. Era stato proprio lì che Engels aveva studiato da vicino il fenomeno, poco più di un secolo prima: aveva potuto osservare quella classe operaia sfruttata dal capitale in ascesa che adesso veniva romanticizzata dai libri e dalla televisione, rendendo credibili e autentiche le storie della gente comune e contribuendo alla costruzione di una vera e propria mitologia celebrativa di quella terra. Nell'immaginario britannico, il Nord era sinonimo di industria e working class e Manchester - un posto marginale e lontano dai grandi centri scintillanti come Londra - conservava quasi un non so che di esotico.

La società capitalista e i suoi nemici (per lo meno all’epoca). Oggi, gli stessi nemici sono diventati un po’ i miti di quell’epoca che non è morta, anzi, in un certo senso vive anche grazie a loro e alla loro immagine. 

Fernando Rennis, dopo Charming men. La storia degli Smiths (2024) e Pop is dead. La storia dei Radiohead (2025), torna in libreria con Disorder. La storia dei Joy Division e lo fa in maniera coinvolgente, super appassionante.

È una storia di musica, in questo caso anche e soprattutto di cultura: Ian Curtis è stato un avido lettore e all’interno del libro si citano anche molti nomi che possono averlo più o meno influenzato; lo stesso nome della band ha un rimando storico e preciso; per non parlare delle copertine dei due album fatti in studio, principalmente di Unknown Pleasures.

Fernando Rennis, autore di Disorder. La storia dei Joy Division ilRecensore.it

Fernando Rennis scrive e parla di musica. 

Per nottetempo sono usciti Charming men. La storia degli Smiths (2024) e Pop is dead. La storia dei Radiohead (2025). 

Ha già scritto della scena di Manchester in Un glorioso fallimento. L’eterno presente della Factory (Arcana, 2022).

Autore

  • Luca de Vincentiis

    Sono Luca de Vincentiis, con la “d” minuscola (perché secondo il nonno paterno s’ha da scrivere così) e due sono le benedette “ii” alla fine del cognome. Nato a Sanremo, città dei fiori, della musica, di mare e dal meraviglioso clima. Sono felicemente libraio e genitore di quattro libri di poesia: “Alla ricerca degli istanti perduti”, Gruppo Albatros Il Filo, 2021; “Amore e discordia”, L’Erudita, 2022; “Fiori da ponente”, Ed. Ensemble, 2024, “Ciò che tu già non sai, ciò che tu non mi comandi di dirti” Ed. Ensemble 2025.  Faccio parte di un collettivo di poesia che si chiama Il Vivaio del Verso e mi piacciono la fotografia, la pizza, la pasta col tonno, il vino rosso (non meno di 14 gradi) e la birra rossa. Mi piacciono anche altre cose. Sono Sagittario: ometto ma non mento.

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