La Piccinina di Silvia Montemurro

La Piccinina

All’età di cinque anni, nel 1890, Nora viene ritratta da Emilio Longoni. Il quadro che ne esce diverrà poi famoso tanto quanto L’oratore dello sciopero. Si tratta de La piscinina, termine dialettale in voga nella Milano dell’epoca.

Le piscinine, bambine dai cinque ai diciassette anni, compivano i lavori più svariati, come quello di modiste, apprendiste sarte, corriere dei vestiti agli opifici tessili. Erano sfruttate, sottopagate, come quasi tutti gli appartenenti alle categorie dei ceti bassi dell’epoca.

Nora cresce senza amore, in una famiglia operaia. Il padre morrà durante la protesta del pane, davanti ai cannoni di Bava Beccaris. Pochi anni dopo la stessa Nora, ancora adolescente, guiderà il primo sciopero femminile di minorenni, le piscinine, appunto. Vi prendono parte bambine e giovanissime adolescenti. Per dieci lunghi giorni, periodo in cui si distenderà la fabula del romanzo, percorrono le strade di Milano, urlando l’Inno dei lavoratori e vessando le crumire.

Ma la storia di Nora ha un lato decisamente più personale e sentimentale. Le amicizie, le rivalità, i tradimenti, il primo amore, le violenze sulle donne e sulle minori s’innervano dentro una storia di formazione femminile. 

Lo scenario è una Milano sorprendente: povera, popolare, vitale, arrabbiata, in fermento.

“Lottare e combattere non sarà mai inutile” dice la Gianna, “soprattutto per noi donne. Per i nostri diritti”.

Sono piccole, alcune hanno ancora i denti da latte.
Altre, invece, hanno le orme sul petto.
Sono bambine fra i 6 e 17 anni, che si accalcano davanti alla Camera del lavoro, a Milano.
Urlano, sono senza i loro genitori; consegnano volantini con su scritto: «Mi son la piscinina, mica la schiava».
Alzano la voce, per la prima volta in vita loro: «Sciopero! Sciopero!».

Quelle bambine stanno segnando la storia dei diritti nel lavoro minorile e femminile in Italia.

È il 1902 e le «piscinine» — questo il loro nome in dialetto — sono apprendiste sarte, modiste, corriere, che consegnano a piedi, in tutta la città, grossi pacchi (i cd. telegrammi) con vestiti realizzati su misura dagli opifici tessili e dalle botteghe sartoriali: sono al servizio delle «maestre», che non le retribuiscono e non insegnano loro il mestiere.


E oltre ai soprusi salariali, sono costrette a subirne di peggiori, in silenzio, perché nessuno crede loro: le molestie e le violenze sessuali praticate dai mariti, e dagli uomini di casa, delle loro «maestre».

Questo romanzo, La piccinina, che ci trasporta in un’epoca lontana, non parla ‘solo’ di lavoro minorile e di scioperi, parla anche di amicizie, amori, violenze, di solidarietà femminile.

Ispirata al quadro ‘La piscinina’ di Emilio Longoni del 1891, Nora – 15 anni, balbuziente, povera, quasi analfabeta e insicura – è la protagonista del nuovo romanzo di Silvia Montemurro uscito per Edizioni e/o.

Da sempre affascinata dal processo creativo di un libro, quando alla presentazione de La piccinina, l’autrice Silvia Montemurro, ha raccontato com’è nato questo suo ultimo romanzo, me ne sono innamorata ancor prima di averlo letto!

E lo dice lei stessa al lettore nei Ringraziamenti finali del libro.

Il personaggio di Nora nasce dalla fascinazione scaturita dal ritratto ‘La piscinina’ di Emilio Longoni, pittore divisionista che poi verrà bollato come difensore degli anarchici e che Montemurro trasforma in personaggio chiave del romanzo. 

Suo padre portò a casa questo ritratto, un giorno di quando lei era piccola.

L’ennesima cosa che finirà in soffitta”, disse la mamma. Ma lui si giustificò: “Ho fatto un affare. Guarda com’è bella. E ti somiglia”. Dovevo essere proprio tanto piccola, perché in pochi giorni il ricordo si mescolò all’immaginazione e alle fotografie di mia madre e quel quadro divenne una delle tante immagini della mamma “quando aveva la mia età”. Invece lei è La piscinina, di Emilio Longoni. Si chiama Nora.” 

Questo romanzo è la sua incredibile storia, vera. La storia della piccinina Nora.

Silvia Montemurro dona al lettore una storia sì inventata, ma basata su un fatto realmente accaduto nella Milano dei primi del Novecento che pochi conoscono, anche tra gli stessi milanesi.

La storia di come un gruppo di bambine, le piccinine, si sono alleate e hanno scioperato contro gli adulti/padroni per denunciare le condizioni in cui erano costrette a lavorare – sottopagate, molestate, maltrattate e in alcuni casi violentate – e per rivendicare i loro diritti di apprendiste, non schiave. Perché in realtà non imparavano il mestiere di sarta, ma erano impiegate in servizi domestici, commissioni e consegne alle clienti, anche di pacchi che superavano i 10 kg, lavorando dalle 11 alle 14 ore al giorno, per una paga quotidiana tra i 20 e i 35 centesimi.

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Per dieci lunghi giorni circa 400 piccinine hanno attraversato le strade di Milano cantando l’Inno dei lavoratori, andando a cercare le crumire per costringerle a prendere parte anch’esse allo sciopero.

Di questo sciopero non c’è traccia nell’Archivio di Stato, né a livello centrale né milanese; mentre, invece, sembra ne abbiano parlato molto i giornali: per esempio se il Corriere della sera ha minimizzato i fatti, l’Avanti! ne ha parlato molto.

Ma, più di tutti, è stata l’Unione femminile quella che si è sforzata di più ad aiutare queste piccinine e, in particolare, all’interno del sindacato Carolina Annoni è stata una sindacalista ante litteram che ha fatto tantissimo per le ragazze, e nel romanzo viene citata.

Ma al di là della tematica storica, il romanzo racconta anche di sorellanza, amicizia e solidarietà femminile; racconta dei sentimenti che le ragazze, ieri come oggi, provano e delle proprie insicurezze.

Nora è cresciuta senza amore, senza l’affetto della famiglia – che avrebbe desiderato un altro maschio per poter vivere meglio; i fratelli la ignorano; la madre non le ha mai dato una carezza; il padre smette di prestarle attenzione quando capisce che la sua balbuzie non sparirà.

“Vorrei dirle che è anche colpa sua se non sono felice. Che tutte quelle volte in cui il papà mi incoraggiava a imparare a leggere e lei voleva che facessi altro non mi hanno aiutata. Che quella volta, la maledetta poesia, io la sapevo. Non ero una somara. L’avevo studiata. Potevo imparare a leggere anche con la balbuzie. Che non è il fatto di non avere un corteggiatore la fonte della mia infelicità, ma che lei ami molto di più i miei due fratelli maschi, non mi abbia mai accarezzato come fa la Carolina. Che per colpa sua non sono capace di dare un abbraccio. Un semplice abbraccio”.  

Nora non si sente bella, è insicura a causa del suo difetto di pronuncia. Invece le sue due amiche, Lisa e Angelica, hanno già forme da donna, e boccoli ben definiti, e stanno per sposarsi. Sono amiche, ma tra di loro serpeggiano sentimenti di invidia e gelosia che le portano anche a tradirsi a vicenda.

Unico punto fermo nella vita di Nora è l’amicizia con il pittore Emilio Longoni, per il quale prova quell’affetto paterno che le è negato in famiglia.

Con la sua scrittura pulita ed essenziale, Silvia Montemurro regala al lettore un gioiellino. È un romanzo toccante, La piccinina, che emoziona e fa riflettere.

Silvia Montemurro è nata la notte di San Lorenzo del 1987. 

Scrittrice e writer coach, laureata in Filologia, con grandi esperienze nell’insegnamento, nell’editing e nel guidare le donne alla riscoperta di sé stesse attraverso l’arte, in modo particolare la scrittura.

Insegnante di letteratura, tiene corsi di scrittura emotiva, edita romanzi. 

Collabora con diverse riviste, ad esempio Confidenze tra amiche.
Ha pubblicato 9 libri, per diverse case editrici, alcuni tradotti anche all’estero.

Ha esordito nel 2013 con L’inferno avrà i tuoi occhi, segnalato dal comitato di lettura del Premio Calvino, cui sono seguiti tra gli altri Cercami nel vento, La casa delle farfalle, I fiori nascosti nei libri e L’orchestra rubata di Hitler.

Il filo conduttore delle sue opere? La storia delle donne.

La piccinina è il suo romanzo più recente.

Autore

  • Titty

    Socia fondatrice della Rivista IlRecensore.it e social media manager, Blogger, bookstagrammer e speaker radiofonica. Gli studi classici mi hanno aperto la via ai libri e da allora non ho più smesso. Accumulatrice seriale di libri, non mi bastano 24 ore al giorno per leggere tutti i libri che vorrei leggere e, soprattutto, non mi bastano le librerie che ho in casa!

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