La Marchesa - ilRecensore.it
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La Marchesa di Sarah Dunant

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Archivio di Stato di Mantova, oggi. Tra scaffali polverosi, fasci di documenti friabili, il tenue scricchiolio dei tarli, una studiosa solleva controluce un foglio sottile, macchiato di ceralacca, l’inchiostro invisibile in alcuni punti. Una lettera, in apparenza uguale a tutte le altre, ma tenerla in mano, rileggerla, significa riportare in vita il destino di una donna che è stata protagonista del Rinascimento nella sua forma più vivida.

Figlia prodigio di un duca, sposa di un marchese, icona di stile, collezionista visionaria e abile stratega, in tempo di guerra e di pace: è Isabella d’Este, marchesa di Mantova fin dai quindici anni, «la prima donna al mondo», che sussurra da quella pagina. Da quando le sue lettere sono state spostate qui, in una chiesa sconsacrata, il suo spirito segue archivisti e studiosi che sfogliano le sue carte, sorride dei loro errori, confonde le loro certezze.

Perché nessun documento, per quanto prezioso, può restituire il profumo della sua epoca, l’ambizione, il desiderio, l’intelligenza e le sue contraddizioni di donna che trovò nella curiosità e nell’astuzia le armi più efficaci.

Nessuna voce, se non quella di Isabella, può raccontarsi, a chiunque voglia ascoltare. Con la sua prosa calda e raffinata, Sarah Dunant ci regala qui un’avventura coinvolgente e ricca di pathos, un romanzo magistrale che lega biografia e racconto intimo di una donna che ha fatto la storia del Rinascimento, senza dimenticare di scrivere la sua.

Presuntuosa. Arrogante. Invidiosa. Peccaminosamente golosa: quattro aggettivi che individuano alla perfezione Isabella d’Este, figlia del prestigioso ducato estense promessa sposa al marchese di Mantova, Francesco Gonzaga, e dunque una delle tante pedine dello scacchiere rinascimentale italiano, dove ogni erede di una famiglia illustre era destinato a compiere il disegno politico della rispettiva casata.

Eppure, La Marchesa di Sarah Dunant non è un saggio che apporta nuovi contenuti scientifici volti a delineare la figura di Isabella D’Este, la cui biografia e attività di collezionista sono da secoli oggetto di interesse da parte di storici e storici dell’arte; è piuttosto un vivace ritratto della sua personalità brillante.

Sin dalla prima pagina, infatti, possiamo avvertire sul collo la brezza frizzante del soffio di Isabella, che, come un fantasma, segue, influenza e commenta le ricerche dell’autrice, immersa nell’Archivio di Stato di Mantova.

E’ quindi Isabella stessa in prima persona a raccontare la sua vita, partendo dalla sua formazione da ragazzina erudita e dalla sua passione per i dolci, in particolare quelli di marzapane.

Educata per diventare consorte di prestigio, viene promessa sposa sin da giovanissima all’erede del marchesato di Mantova, Francesco Gonzaga, descritto icasticamente come orrendamente affascinante, sgradevole alla vista ma dotato di un forte carisma che lo rende attraente.

Le premesse sembrano buone tra i due giovani promessi sposi, ma Isabella si scontrerà ben presto con quello che sarà il suo più grande limite, così duro da accettare per una giovane ragazza che ha un’elevata considerazione di se stessa, vale a dire l’assenza totale di interesse per la sfera sessuale, probabilmente scoraggiata in questo dalle poche attenzioni del marito.

Divenuta marchesa del piccolo ma prestigioso territorio mantovano, svolgerà con riluttanza i suoi doveri coniugali finalizzati a garantire ai Gonzaga una solida discendenza, ma compenserà tale frustrazione con la sua appagante attività di collezionista, elemento che giocoforza la allontana progressivamente dal focoso marito.

Questo non le impedisce tuttavia di diventare un’ottima marchesa, fine diplomatica, abile governatrice in assenza del coniuge e caparbia donna di polso sia quando occorre prendere decisioni che soprattutto quando occorre tenacemente temporeggiare, in un’epoca che vede i numerosi stati italiani ambite prede dei nuovi sovrani europei (il re francese prima, l’imperatore spagnolo dopo).

Seppur dunque perfetta incarnazione della matrona rinascimentale, Isabella, attraverso le sue stesse parole, accuratamente scelte dall’autrice, si mostra una donna estremamente moderna, sia nelle leggere frivolezze tipicamente femminili (la moda ad esempio, dato che essa stessa inventa nuove capigliature e abiti che celino la sua non proprio filiforme figura) che nelle sue irruenti gelosie (sa bene che il marito frequenta numerose amanti, sa che all’epoca era la normalità, ma non riesce ad occultare una feroce umiliazione) o nel capriccioso sdegno nel vedersi ritratta in modo poco lusinghiero in uno dei suoi primi ritratti di corte.

Isabella sa tenere egregiamente le redini dello Stato, che sotto la sua egida passa addirittura da marchesato a ducato, sa regidere prolisse lettere che diventano potenti strumenti diplomatici (coadiuvata dalla persona a lei più vicina, il suo ossuto, quasi invisibile ma sempre presente segretario), detta legge in materia di costume e folklore e tiene testa alle pretese del putrescente marito che sta marcendo perché contagiato dalla sifilide.

“Pretendeva il mio ritorno immediato. Pretendeva! Capitolare avrebbe significato la fine della mia indipendenza e mi sarei ritrovata per sempre a sua disposizione”

Riesce persino, se non a domare, quanto meno a tenere a bada il selvatico artista di corte, quell’Andrea Mantegna che tanto lustro e splendore ha conferito alla corte gonzaghesca, soprattutto nella celebre Camera Picta ammirata ancora oggi da visitatori di tutto il mondo.

Nota per il suo amore per il collezionismo, per l’arte, la musica (era essa stessa abile suonatrice di liuto), pagina dopo pagina Isabella prova anche a confessarsi, mostrandosi in sporadici momenti persino vulnerabile, per ritrarsi subito dopo dietro il suo smisurato ego alla guisa di uno struzzo che si nasconde sotto terra, fornendo solo a tratti un ritratto di sé poco edificante, in uno sforzo di autoconsapevolezza che sa tanto di giustificazione. Come quando prova invidia per la giovane ed avvenente sorella destinata a diventare la duchessa di Milano o quando pensa soltanto ad accaparrarsi il Cupido dormiente di Michelangelo nel marasma del tragico esilio dei parenti urbinati.

“Ecco la vera storia del Cupido Dormiente. Un'altra prova di come la passione per l’arte di Isabella d’Este l’abbia spinta a comportarsi in modo riprovevole. Ma vorrei dirlo chiaramente: ogni uomo, re o principe, duca, banchiere, papa e cardinale si è comportato peggio nel cercare di ottenere ciò che voleva. Però loro non vengono messi alla gogna per questo. Il collezionismo non è mai stato un’attività per gente schizzinosa o timida. E Io ero una collezionista. Chiunque decida di resuscitarmi se lo deve ricordare”

Ma la vera peculiarità del romanzo risiede nella costruzione narrativa, in cui la storia di Isabella si sviluppa grazie alle fonti che la sua studiosa giorno dopo giorno recupera tra i polverosi scaffali dell’archivio di Mantova.

Studiosa di cui veniamo a conoscere abbigliamento, malanni stagionali, attitudini quotidiane, proprio grazie alle parole di Isabella stessa, come se le due donne fossero connesse da un afflato, da un soffio comunicativo che le lega indissolubilmente. E tale studiosa altro non è che l’autrice medesima del romanzo, il cui percorso di ricercatrice e scrittrice corre parallelo alla vicenda biografica di Isabella.

Questo espediente narrativo, sebbene originale, accattivante e in genere funzionale a creare una trama serrata alternata tra passato e presente, a tratti si rivela un po’ macchinoso, in una volontà costante di mostrarci un’Isabella il più possibile al passo coi tempi, forse a tratti eccessivamente modernizzata ma sicuramente vivacemente pulsante e volitiva.

“Isabella… si poteva comportare malissimo quando voleva qualcosa, e poi mentire spudoratamente al riguardo. Ma era anche splendida. Una forza della natura… le capitò di tutto ma lei non vacillò. O se lo faceva, si rialzava subito. Rifiutava di essere una vittima..”

Nonostante tutti i numerosi eventi storici che tengono viva l’attenzione del lettore e i tentativi riusciti di fornire l’immagine della scaltra Isabella attraverso una prosa densa ma scorrevole, intrisa del sangue delle guerre di quegli anni e dello sviluppo dell’arte italiana del periodo, la vera essenza della possente e potente marchesa emerge vividamente verso la fine del romanzo, catturata dal bellissimo ritratto che ne fa il celebre artista Tiziano nel 1530.

Osservando questo capolavoro, riprodotto in parte sulla copertina, l’opulenza dell’abito che nasconde la figura corpulenta e l’elaborata acconciatura che allude all’invenzione della marchesa di aggiungere sofisticate ciocche posticce all’acconciatura, non riescono a distogliere l’attenzione dall’ipnotico volto, connubio perfetto tra una dolcezza (che traspare dal morbido trattamento pittorico dell’incarnato) troppo spesso nascosta e uno sguardo acuto, sagace, smaliziato, che sonda e trafigge, magistralmente circondato dalle labbra volitivamente serrate e le sopracciglia lievemente inarcate all’erta.

Perché Isabella era un segugio, una donna impegnativa e forse troppo ingombrante, che poteva sicuramente infastidire in un panorama politico e culturale marcatamente maschilista, ma mai lasciare indifferenti. Questa, al di là del suo ruolo politico e dei celebri dipinti del suo mirabile Studiolo, è stata la sua profonda ed imperitura eredità.

"Anche se faccio incubi sull’inferno, e aspiro a vedere il paradiso, non ho mai saputo che farmene della lunga monotonia del purgatorio"
Sarah Dunant autrice de La Marchesa - ilRecensore.it


Sarah Dunant, dopo una laurea a Cambridge, ha lavorato a lungo per la BBC e scritto tredici romanzi, tradotti in tutto il mondo. È stata docente di storia del Rinascimento in varie università.

Tra le sue opere ricordiamo: Le notti al Santa Caterina (Neri Pozza 2013, BEAT 2012), La cortigiana (BEAT 2013), Sangue e onore. I Borgia (Neri Pozza 2013, BEAT 2018), La nascita di Venere (BEAT 2014) e Danzando con la fortuna. I Borgia (Neri Pozza 2017, BEAT 2018).

Autore

  • Francesca Vaselli

    Sono Francesca e sono nata e cresciuta nei campi di Campo, un paesino pisano nei cui ampi spazi aperti, per l’appunto, ho iniziato sin da bambina a correre, a rubare i grappoli d’uva, a graffiarmi nei rovi di more e ad immaginare e fantasticare tante vite possibili, tante quante i libri che da sempre viaggiano con me. Libri di tutti i tipi, formati, generi e gusti, con una predilezione per i grandi classici russi e francesi, da leggere anche in lingua originale. 

    Volevo diventare pittrice ma non so disegnare una riga diritta, quindi mi sono data alla teoria, e dell’Arte ho fatto l’altra mia passione. Mi diletto a raccontare quello che un’opera figurativa mi trasmette, con parole il più possibile semplici ed evocative. Perché non tutti siamo critici d’arte ma ognuno di noi può essere trasportato da un’immagine, da un colore, da un gesto o da uno sguardo verso qualcosa di più profondo ed autentico. 

    Mi piace cucinare, mangiare e bere bene, ma sono allergica alle melanzane, all’anice e alla Tachipirina.

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