Tre lettori e un solo libro: La mia vita come la vostra di Jan Grue
Oslo, 13 febbraio 2026. Piano terra del grande poliambulatorio pubblico.
Il tempo qui dentro non scorre: si deposita.
Il numero sul display segna 84, Patrizia ha il 95, ma ha i suoi amici a tenerle compagnia, Alice e Luca e un libro a distrarli.
La sala d’attesa è quasi piena, ma è uno di quei posti in cui nessuno si guarda davvero. Le sedie in plastica scricchiolano sotto pesi impazienti.
Fuori, il bianco accecante del Febbraio norvegese illumina appena il vetro delle porte automatiche, e ogni volta che si aprono un’ondata di vento gelido entra a ricordare quanto il mondo esterno possa essere tagliente.
Patrizia, Alice e Luca sono seduti uno accanto all’altro. Quella sala li trasforma in “corpi che aspettano” e in quel modo li rende improvvisamente simili a ciò che descrive Jan Grue: un’entità definita prima come corpo, poi come persona.
Il volume è aperto sul tavolino basso davanti a noi.
Luca lo spinge verso Alice.
«Vai.»
Alice sospira come se stesse per entrare in acqua fredda.
Cartella clinica – 1984
Paziente: maschio, tre anni.
Diagnosi: patologia neuromuscolare.
Prognosi: sviluppo motorio limitato.
Prospettive future: incerte.
Alice: l’estetica della forma
«Allora, lo dico subito.»
Si passa una mano tra i capelli.
«Con questo libro ho fatto davvero fatica.»
Il display fa bip.
85.
Patty solleva lo sguardo.
«Davvero?»
Alice annuisce.
«Sì.
Perché mi è sembrato… una lagna.»
Una pausa.
Una signora anziana gira lentamente una pagina del suo giornale.
Alice continua:
«Mi aspettavo un memoir più… narrativo. Una storia più lineare.
Invece è frammentato. Ricordi, riflessioni, pezzi filosofici. A volte sembra che ricominci sempre da capo.»
Sfoglia il libro.
«Mi sarebbe piaciuto di più se avesse optato per una forma più complessa, tipica dell’autofiction»
«Ci sono dei momenti bellissimi. Delle intuizioni forti.
Ma… sembra un muro pieno di post-it.»
Luca sorride.
Alice però non è del tutto negativa.
«Però l’idea iniziale è potentissima.»
Indica le prime pagine.
«Quando lui diventa padre e torna a casa dei genitori.»
Patty annuisce: lo ricorda.
«E trova uno scaffale pieno di cartelle cliniche.»
Alice sfoglia lentamente.
«Tutta la sua infanzia raccontata dai medici.»
Fa una pausa.
«Tipo: a tre anni gli diagnosticano una malattia neuromuscolare e da quel momento il suo futuro è scritto lì dentro.»
Cartella clinica – annotazione
Il paziente presenta difficoltà motorie persistenti.
Si consiglia monitoraggio costante.
Le prospettive di autonomia restano limitate.
Patty prende il libro.
«Ed è questo che mi ha colpito.»
Passa il dito sulle pagine.
«Quelle cartelle non raccontano un bambino. Raccontano un caso clinico.»
Guarda gli altri due.
«Un corpo difettoso.»
Il corridoio si riempie del rumore di un carrello medico.
Alice legge piano:
“La mia storia parla di una discesa o di una salita?
O parla di un’entrata in me stesso, per riconoscere che sono sempre stato umano?”
Patty annuisce lentamente.
Alice chiude il libro con le dita ancora dentro le pagine.
«Ecco. Questa cosa mi ha colpito.
Diventare umano attraverso il linguaggio.»
Cartella clinica – nota prognostica
Possibile riduzione significativa della mobilità negli anni successivi.
Si consiglia adattamento progressivo dello stile di vita.

Luca: il corpo come origine dei limiti
Luca si sporge in avanti.
Una raffica di vento entra quando la porta si apre.
Il display segna 86.
«A me invece il libro ha fatto pensare a una domanda.»
Alice lo guarda.
«Da dove nascono i nostri limiti?»
Silenzio.
Una carrozzina passa dietro di noi con un suono elettrico.
Luca continua:
«Noi pensiamo sempre che i limiti siano mentali.
Ma se fosse il contrario?»
Si tocca il petto.
«Se nascessero dal corpo.»
Patty lo guarda con curiosità.
«La mente potrebbe andare ovunque.
È il corpo che la ferma.»
Poi apre il libro e legge:
“La parola deve farsi corpo.
Dobbiamo capire chi siamo nel mondo e cos’è il mondo per noi.”
Luca alza lo sguardo.
«Per questo il libro mi interessa.
Perché parla del corpo come origine dell’esperienza.»
«Secondo me il punto del libro è proprio questo.»
Legge piano:
vivere in un corpo vulnerabile cercando di imporre la propria volontà al mondo
Poi alza lo sguardo.
«Cioè: il corpo ha dei limiti, ma la volontà continua a spingere.»
Si ferma un attimo.
«E questo secondo me è il motivo per cui cita filosofi, artisti, registi.»
Alice annuisce.
«Sì, quella parte mi ha sorpresa.»
Sfoglia.
«A un certo punto parla di Michel Foucault.»
Luca sorride.
«E di Jorge Luis Borges.»
Patty aggiunge:
«E anche di Joan Didion.»
Alice chiude il libro.
«È come se cercasse una lingua nuova per raccontarsi.»
Cartella clinica – osservazione
Il paziente dimostra buone capacità cognitive.
Si raccomanda supporto educativo adeguato.
Una bambina ride nel corridoio.
Sta imparando a camminare con un piccolo deambulatore viola.
Luca la osserva.
«C’è un punto nel libro che secondo me cambia tutto.»
Sfoglia le pagine.
«Quando lui entra in una scuola con altri ragazzi disabili.»
Alice annuisce.
«E lì succede una cosa strana.»
Luca sorride appena.
«Non si sente più diverso.»
Patty completa la frase.
«Perché tutti hanno un handicap.»
Luca chiude il libro.
«Esatto.»
Il display lampeggia 87.
«Ed è lì che capisce una cosa:
la fragilità non è solo sua.»
Patty: lo sguardo degli altri
Patty ha ascoltato in silenzio.
Poi prende il libro.
Le sue dita restano sulla pagina delle cartelle cliniche.
«Io invece ho letto il libro in un altro modo e ne ho apprezzato la forma così imperfetta, esattamente come il suo corpo.»
Il rumore del neon vibra leggermente sopra di noi.
«Per me il punto è lo sguardo degli altri.»
Legge lentamente:
“Scrivendo, tento di liberarmi dal linguaggio degli altri, dallo sguardo degli altri.”
Chiude il libro.
«Per anni la sua storia è stata raccontata dai medici.»
La porta automatica si apre.
Il vento entra.
«E a un certo punto lui dice:
adesso parlo io.»
La frase che ferma la stanza
Patty sfoglia ancora.
Trova la pagina.
Legge:
“Ogni tanto mi capita di incontrare persone che mi hanno conosciuto da bambino
e non si aspettavano di rivedermi da adulto.
‘Sei ancora vivo?’”
Per un momento la sala d’attesa sembra trattenere il respiro.
Anche il display tace.
Cartella clinica – commento
Il paziente appare adattato alla condizione.
Si raccomanda continuità nei trattamenti.
Luca rompe il silenzio.
«Forse è per questo che il libro funziona.»
Guarda prima Alice, poi Patty.
«Perché ognuno di noi ci vede qualcosa di diverso.»
Alice la forma.
Lui il corpo.
Patty lo sguardo sociale.
Il display segna 94.
La porta automatica si apre ancora.
Il freddo di Oslo entra nella stanza.
Quando il numero 95 finalmente appare, ci alziamo quasi nello stesso momento.
E per un istante è chiaro che quella sala d’attesa — con le sue sedie rigide, le carrozzine che passano, i numeri che lampeggiano — era il luogo perfetto per parlare di quel libro.
Perché qui dentro siamo tutti, in un modo o nell’altro,
corpi che aspettano di essere raccontati.

Jan Grue è un rinomato scrittore norvegese. Dopo gli studi in Norvegia, nei Paesi Bassi, in Russia e negli Stati Uniti, è attualmente professore presso il Dipartimento di Sociologia e Geografia Umana all’Università di Oslo.

Accanto alla carriera accademica nei campi della linguistica, degli studi culturali e della sociologia, ha pubblicato anche diversi libri di fiction per adulti e bambini.
Il suo primo libro a essere tradotto in Italia è il brillante memoir (e bestseller internazionale) La mia vita come la vostra, in cui Grue – a partire dalla sua esperienza personale – riflette sul corpo disabile etichettato dall’esterno come “difettoso” ma vissuto molto diversamente da chi lo abita.
L’opera, inserita dal New York Times nella lista dei migliori libri di nonfiction del 2021, gli è valsa il Premio della Critica norvegese, il Premio P. O. Enquist e la candidatura al Premio del Consiglio Nordico. Grue è anche apparso nella serie tv “Occupied“, basata su un’idea di Jo Nesbø.


