Niente di nuovo sul fronte occidentale: il capolavoro che racconta la disillusione e l’orrore vissuti dai giovani soldati tedeschi durante la Prima Guerra Mondiale
Sinossi
Kantorek è il professore di Bäumer, Kropp, Müller e Leer, diciottenni tedeschi quando la voce dei cannoni della Grande Guerra tuona già da un capo all’altro dell’Europa. Ometto severo, vestito di grigio, con un muso da topo, dovrebbe essere una guida all’età virile, al mondo del lavoro, alla cultura e al progresso. Nelle ore di ginnastica, invece, fulmina i ragazzi con lo sguardo e tiene così tanti discorsi sulla patria in pericolo e sulla grandezza del servire lo Stato che l’intera classe, sotto la sua guida, si reca compatta al comando di presidio ad arruolarsi come volontari.
Una volta al fronte, gli allievi di Kantorek – da Albert Kropp, il più intelligente della scuola a Paul Bäumer, il poeta che vorrebbe scrivere drammi – non tardano a capire di non essere affatto «la gioventù di ferro» chiamata a difendere la Germania in pericolo.
La scoperta che il terrore della morte è più forte della grandezza del servire lo Stato li sorprende il giorno in cui, durante un assalto, Josef Behm – un ragazzotto grasso e tranquillo della scuola, arruolatosi per non rendersi ridicolo – viene colpito agli occhi e, impazzito dal dolore, vaga tra le trincee prima di essere abbattuto a fucilate.
Nel breve volgere di qualche mese, i ragazzi di Kantorek si sentiranno «gente vecchia», spettri, privati non soltanto della gioventù ma di ogni radice, sogno, speranza.
Pubblicato per la prima volta nel 1929, e da allora oggetto di innumerevoli edizioni, Niente di nuovo sul fronte occidentale viene considerato uno dei più grandi libri mai scritti sulla carneficina della Prima guerra mondiale, il tentativo, perfettamente riuscito, di «raccontare una generazione che – anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra» (E. M. Remarque).
Recensione
Il primo pensiero che ho avuto quando ho finito di leggere Niente di nuovo sul fronte occidentale è che ciò che avevo tra le mani fosse un libro perfetto.
Ecco, mi sono detta, che cosa lo ha inserito di diritto tra i classici della letteratura. Remarque è riuscito nell’impresa di spiegare la guerra e l’impatto che ha su chi la fa e su chi la subisce, usando l’esatta quantità e qualità di parole per descriverla. Questo sottile romanzo, in cui ogni frase è accurata e indispensabile, riesce a replicare un intero mondo con la precisione di un chirurgo e a farci entrare nella mente di un giovane soldato che si trova a viverne l’orrore.
Il libro descrive alcuni momenti della vita militare: l’addestramento, la trincea, la battaglia corpo a corpo, i momenti di pausa, la licenza, l’ospedale. Illuminando questi spezzoni di vita riesce ad evocare l’atmosfera che si respirava all’epoca meglio di qualunque saggio storico.
Paul Bäumer, il narratore di questa storia, è un giovanissimo soldato che è stato spinto, insieme ai suoi compagni, ad arruolarsi volontario per combattere la Prima Guerra Mondiale.
Gli adulti che lo circondano parlano di eroismo, valore, patriottismo come delle massime aspirazioni a cui un giovane dovrebbe tendere, dileggiando e disprezzando chiunque mostri di avere dei dubbi a riguardo. Tutte queste certezze e belle idee si infrangono di fronte al primo fuoco tambureggiante che si trovano a vivere i soldati mandati al fronte. La realtà si mostra in tutta la sua crudezza. L’impatto è tale che Paul e i suoi commilitoni devono trovare delle strategie per sopravvivere. Per mantenere in vita il corpo affinano i sensi, si affidano all’istinto e alla casualità, perché sanno benissimo che anche senza commettere alcun errore, possono morire da un momento all’altro per colpa di una qualsiasi variabile imprevedibile.
Ma Paul scopre che ciò che è veramente difficile è mantenere in vita la propria sanità mentale e la propria umanità in un contesto del genere.
La sua vera paura non è ciò che sta vivendo, ma il momento in cui sarà costretto a fermarsi a pensarci: perché sa, con una lucidità quasi crudele, che se lasciasse davvero spazio ai suoi pensieri, questi finirebbero per annientarlo
La soluzione per lui e per tutti gli altri sta nell’istinto, nell’indifferenza, nella superficialità, nella rozzezza; solo così si può sopravvivere al trauma. Ma certi pensieri si insinuano quando meno te lo aspetti, magari in un momento di stanchezza, e se ti fai sopraffare la morte comincia a camminare con il tuo passo. Paul cerca di non cadere in questo pozzo di dolore, si aggrappa al cameratismo, alla fratellanza che si forma con i suoi compagni di viaggio, ma ogni volta che uno di loro muore un pezzo di lui scompare con loro.
Tutte le certezze che uno ha avuto fino a quel momento vengono messe in discussione. Nell’incontro con alcuni prigionieri di guerra, che in teoria dovrebbe considerare suoi nemici, Paul scopre ciò che li unisce invece di ciò che li divide. Loro sono uguali a lui, indossano solo una divisa diversa. E nella pietà che sente verso di loro si domanda se il vero scopo della sua esistenza possa essere quello di testimoniare l’orrore che tutti insieme si trovano a vivere. Orrore dovuto a un qualche documento firmato da alcuni potenti di turno che hanno deciso qual è il nemico da combattere in quel momento. Nemico che potrebbe trasformarsi in amico attraverso qualche altra firma.
Quando si trova a dover uccidere l’avversario in uno scontro corpo a corpo i pensieri prendono il sopravvento e il senso di colpa dilaga:
"Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi, Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani proprio come noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi, come le nostre per noi, e che abbiamo lo stesso terrore e la stessa morte e la stessa sofferenza... Perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico? Se gettiamo via queste armi e queste uniformi, potresti essere mio fratello, come Kat, come Albert. Prendi vent'anni della mia vita, compagno, e alzati; prendine di più, perché io non so che cosa ne potrò mai fare".
Paul sa che, anche se sopravvivesse alla fine della guerra, resterebbe menomato nell’anima, incapace di tornare a vivere un’esistenza da civile che ormai non ha più senso per lui. E ciò vale anche per tutti gli altri. ” Albert sintetizza il tutto: “La guerra ci ha guastati per sempre”. Ha ragione: non siamo più giovani, non ci interessa più dare l’assalto al mondo. Siamo dei profughi, fuggiamo da noi stessi. Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo e l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro. La prima granata ci ha colpito al cuore. Siamo esclusi ormai dall’attività, dal lavoro, dal progresso, non ci crediamo più. Crediamo nella guerra.”
La lucidità del pensiero di Remarque, giovane soldato sul fronte occidentale, è accecante. Le sue parole hanno il peso della verità perché portatrici del vissuto intimo dello scrittore.
La sua prosa sintetica e priva di sentimentalismi è straziante perché dice la verità. Quando descrive l’arrivo in trincea degli ultimi giovanissimi, inesperti e impreparati soldati, non si può che piangere di tanta insensata sofferenza:
" Questi ragazzi naturalmente non sanno quasi nulla di tutto ciò, e vengono annientati, perché neppure distinguono uno shrapnel da una granata; ascoltano impauriti l'ululato dei grossi calibri innocui, che scoppiano lontano dietro di noi, e non sentono il sibilo leggero di quelle bestioline che schizzano in mezzo a noi.
Come pecore stanno tutti vicini invece di spargersi intorno, e perfino i feriti vengono sterminati dagli aviatori come lepri. Quelle pallide facce color rapa, le povere mani aggrappate, il misero coraggio di questi poveri cani, che nonostante tutto vanno avanti e attaccano; di questi bravi, poveri cani, così intimiditi che neppure osano urlare e con il petto e la pancia squarciate, con le braccia e le gambe fracassate chiamano gemendo piano la mamma, e tacciono subito se qualcuno li guarda!"
Anche se Remarque ribadisce che questo libro non vuole essere un atto d’accusa nei confronti di chi ha permesso che si scatenasse la Prima Guerra Mondiale, nei fatti lo diventa semplicemente descrivendo l’esperienza vissuta.
L’oscenità della guerra è chiara, incontrovertibile, e non ha bisogno di enfasi e frasi ad effetto. Basta mostrare l’annientamento di tutte quelle giovani vite che dovrebbero rappresentare il futuro e la prosperità della nazione e che vengono invece immolate per semplici interessi di potere.
Nessuna gloria, tanta umanità dolente. Le pagine dedicate alla permanenza in ospedale sono illuminanti sotto questo punto di vista.
" Non si può comprendere come sopra corpi così orribilmente lacerati ci siano ancora volti umani sui quali la vita continua nel suo ritmo giornaliero. E pensare che questo è un ospedale solo: e ve ne sono centinaia, migliaia uguali, in Germania, in Francia, in Russia!
Quanto appare assurdo tutto ciò che è stato scritto, fatto, pensato in ogni tempo, se una cosa del genere è ancora possibile! Dev'essere tutto falso e inconsistente, se migliaia d'anni di civiltà non sono nemmeno riusciti a impedire che scorressero questi fiumi di sangue, che esistessero migliaia di queste prigioni di tortura. Soltanto l'ospedale mostra che cos'è la guerra.
Io sono giovane, ho vent'anni, ma della vita non conosco altro che la disperazione, la morte, il terrore e l'insensata superficialità unita a un abisso di sofferenze. Io vedo dei popoli spinti l'uno contro l'altro, e che senza una parola, inconsciamente, stupidamente, in una incolpevole obbedienza si uccidono a vicenda. Io vedo i più acuti intelletti del mondo inventare armi e parole perché tutto questo si perfezioni e duri più a lungo. E con me lo vedono tutti gli altri uomini della mia età, da questa parte e da quell'altra del fronte, in tutto il mondo.
Lo vede e lo vive la mia generazione. Che faranno i nostri padri, quando un giorno sorgeremo e andremo davanti a loro a chiedere conto? Che cosa si aspettano da noi, quando verrà il tempo in cui non vi sarà guerra? Per anni la nostra occupazione è stata quella di uccidere; è stata la nostra prima professione nella vita. Il nostro sapere della vita si limita alla morte. Che accadrà dopo? Che ne sarà di noi?"
In un momento storico come il nostro, in cui i venti di guerra tornano a soffiare più forti che mai e in cui la propaganda si fa sempre più pervasiva e opprimente, auspico che in tanti riscoprano questo libro.
Spero che le scuole, arginando la barbarie, lo adottino come testo e ne discutano con i loro allievi. Perché il pensiero di Remarque è tanto più importante perché è la voce cristallina di ciò che succede veramente durante una guerra.
Niente di nuovo sul fronte occidentale parla della Prima Guerra Mondiale ma, se si escludono le armi usate, potrebbe parlare di una qualunque delle guerre che sono state combattute o che si combatteranno.
Perché quelli che descrive sono sentimenti universali, che trascendono il tempo e lo spazio. Talmente veri che, quando il libro uscì nel 1929, venne ristampato innumerevoli volte, a dimostrazione di quanto il suo contenuto avesse un significato profondo per i lettori dell’epoca e vi riconoscessero l’onestà di quanto vi era scritto.
Oggi molti governanti mostrano il loro disappunto nei confronti dei tanti giovani che rifiutano la gloria delle armi. Bene, io al contrario lo trovo un segno di civiltà, di persone cresciute con i valori della pace che rifiutano di applicare la violenza su altri esseri umani. La guerra non è ineluttabile. Sta a chi ci governa il dovere di rispondere alla prepotenza con le armi del diritto e della civiltà. Abbiate coraggio.
Titolo: “Niente di nuovo sul fronte occidentale”
Autore: Erich Maria Remarque
Editore: Neri Pozza
Traduttore: Stefano Jacini (con aggiornamento e revisione della traduzione di Wolfango della Croce)
Genere: letteratura classica – Novecento – prima guerra mondiale
Autore
Erich Maria Remarque nacque a Osnabrück nel 1898. Nel 1916, in piena Grande Guerra, fu spinto ad arruolarsi volontariamente e nel 1917 fu spedito sul fronte occidentale, dove rimase gravemente ferito.
Il suo primo romanzo pacifista, Niente di nuovo sul fronte occidentale, fu pubblicato nel 1929. Nel 1933 i nazisti bruciarono e misero al bando le sue opere. Riparato in Svizzera, vi risiedette fino al 1939, anno in cui si trasferì negli Stati Uniti.
Nel 1948 tornò in Svizzera, dove visse e continuò a scrivere fino alla morte, nel 1970. Neri Pozza ne sta ripubblicando l’opera omnia.


