Non scrivere di me di veronica ramo - ilRecensore.it
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Non scrivere di me di Veronica Raimo

Non scrivere di me: l’ironia tagliente di Veronica Raimo racconta identità, relazioni e fragilità contemporanee con una voce originale e disarmante

L’ultima volta che ha visto Dennis May dal vivo – Dennis May vivo – S. aveva addosso dei jeans scuri e una maglia color smeraldo. Ora quei vestiti sono sepolti in cantina, pezzo forte di una collezione degli orrori insieme a un Nokia con i messaggi di Dennis e una locandina autografata di Lark, il film che lo aveva trasformato in un attore e regista di culto.

Dentro quell’innamoramento collettivo S. ha camuffato la propria devozione, proteggendola con la tenacia di un cane da guardia perché nulla potesse scalfirla: né le stroncature ai film di Dennis, né i suoi silenzi e le sue fughe, né le dichiarazioni imbarazzanti alla stampa. L’ha protetta persino quando, nella stanza di un albergo a Roma, Dennis l’ha violentata per poi sparire dalla sua vita. E l’ha protetta quando ha temuto che ad altre donne, in altre stanze, potesse essere accaduta la stessa cosa.

Oggi S. ha trentacinque anni, fa la cameriera in un bar, e non ha mai smesso di aspettare che Dennis tornasse per offrirle un’altra possibile versione della loro storia.

Ha abbandonato il sogno di scrivere, ma legge il mondo con un’intelligenza corrosiva e un’ironia brutale che forse rivela l’esatta collocazione della ferita. Il suo è un curriculum fatto di inciampi, autosabotaggi, legami interrotti. Come l’amore incerto con Gionata, che ancora rimpiange, o la relazione burrascosa con Lorenzo, che si è innamorato di lei per quello che poteva diventare ma solo a patto che non lo realizzasse davvero, o l’amicizia con Agnese, che dice sí a tutto ma non fa mai domande, neppure quelle che a dirle ad alta voce cambierebbero molte cose.

Ma adesso che Dennis May è morto, adesso che non c’è più niente da aspettare, può darsi che sia il tempo di smettere di fare la guardia, e tornare con qualcuno in quella stanza, per trovare le parole. Si dirà, di questo libro, che è un romanzo sull’ossessione amorosa e sulle narrazioni tossiche che condizionano le nostre vite, un romanzo sul fallimento e sul suo potere di seduzione, sulla scrittura e sulla vergogna, sull’ambiguità con cui la vittima abita il suo ruolo, sulla nostra idea di giustizia, su un certo modo fragile e rabbioso di essere uomini, sulla sorellanza.

Si dirà tutto questo e sarà vero ma non ancora a fuoco: ci sono tanti modi di intercettare le grandi questioni del nostro presente, quello di Veronica Raimo è la letteratura.

    «Far cadere un vassoio non è quasi mai un atto involontario, un incidente. È un momento premeditato di decompressione»

In una realtà editoriale di meteore, libri con una vita a scaffale sempre più breve, produzioni in serie di “quello che va” al momento, Veronica Raimo si distingue come il prodotto artigianale di fronte alla grande distribuzione organizzata.

Pochi libri, brevi, uscite saltuarie, una eco che riverbera per mesi nel mondo della narrativa. Non scrivere di me non fa eccezione: in 149 pagine si fa introspettivo, ironico, drammatico e scanzonato, delicato, crudo, spietato. Crudeltà, tenerezza e nitore, come ricorda la protagonista ripensando alla storia, forse non d’amore, che è al centro della narrazione.

 Vi sono sì le pagine dell’innamoramento, in cui la lingua dell’autrice, normalmente netta, pulita, essenziale, si fa imprevedibilmente (e piacevolmente) svolazzante, capace di rendere l’intensità del sentimento senza per questo cadere nello stereotipo o nell’eccesso lirico. 

Ci sono anche le pagine della violenza, che non risparmiano niente al lettore, trascinato tra le mura dove essa viene consumata e, subito dopo, condannata a essere taciuta (“non scrivere di me” è la citazione eponima, nonché l’ultima frase rivolta dal vivo alla protagonista dal suo Dennis). 

Vi è tutto ciò che vi si trova prima, in mezzo e dopo, e le infinite sfumature di un romanzo introspettivo, una narrazione in prima persona del trauma vissuto da S., ma dal ritmo incalzante, scandito da una fitta serie di eventi.

Non si tratta di una protagonista facile da amare: a tratti, S. risulta quasi respingente, mente a un uomo che la ama, si chiude in un silenzio livoroso, respinge le offerte di aiuto, è rabbiosa, ossessionata, egoriferita; ama i cliché e se ne compiace, giudica, conosce il proprio talento e sa come sprecarlo al meglio.

Proprio questo la rende tanto verosimile, e passibile di rispecchiamento: S. è le nostre amiche innamorate di uomini che non meriterebbero neanche il loro disprezzo, S. è le cameriere del bar del parco, perfettamente distratte mentre prendono la nostra ordinazione, in cerca soltanto di una scusa per controllare il cellulare, S. siamo noi quella volta che ci siamo perse, dimenticandoci il nostro valore, le cose che amiamo della vita e la strada per tornare a casa. 

«La cronologia degli eventi ha qualcosa di brutale, una disintegrazione della materia, piccole larve di tarlo che divorano la storia. È stato difficile ricomporla, anche quando ero andata a parlare con un avvocato, perché non esisteva più un’interezza. La materia colpita resta colpita.»

Con quali parole si racconta la violenza, e come si descrive quello che resta dopo che la si è conosciuta?

Si resta sulla porta, un passo indietro, magari tendendo l’orecchio, scrutando da dietro la tenda, o ci si immerge nella melma del dolore e dell’impotenza, rischiando di rimanervi impantanati? 

Raimo sceglie la via del coinvolgimento, e porta impietosamente il lettore ad osservare da vicino, a toccare con mano, e così facendo toglie ogni possibilità di tirarsene fuori, di scusarsi dicendo “non sapevo”, “non avevo capito”. E, nonostante tutto, è capace di riaffiorare dal buio di quella stanza e raccontare cosa viene dopo, che un dopo è possibile, per quanto possa non sembrarlo, per quanti anni possano essere necessari anche solo per immaginarlo.

Lo fa con l’unico, eppure smisurato, potere di chi racconta: scegliendo le parole per farlo. Si tratta di una narrazione limpida, chiarissima, neutra ma non per questo disarmata, fedele senza la freddezza del  linguaggio medico o la forzatura delle cronache giudiziarie, capace di raccontare l’amore e il suo contrario.

La parabola del male subito è una doppia spirale, come quella del DNA, un’ossessione che scende nelle profondità del baratro, capace di toccare il fondo e di scavare ancora un po’, costringendo la protagonista in una vita che non le appartiene, in ambienti sordidi, in un mutismo ostinato, e in un abbrutimento che male s’intonano con l’essenza di S., la fiducia che nutre nel linguaggio, nell’arte, nell’incontro sincero con l’altro. Una spirale che, raggiunto il nadir assoluto, finalmente risale, sospinta dalla definitività della morte, e rende nuovamente possibile la parola, per quanto inizialmente stentata, faticosa, stiracchiata da un decennio di silenzio. 

Apre infine una finestra su un’avverabile sorellanza, un incontro di anime possibile solo grazie a una generosa porzione di coraggio e alla presa di coscienza dell’inevitabilità della guarigione: a volte è sorprendente scoprire chi è disposto ad ascoltare, se solo si ha il coraggio di raccontare. 

Veronica Raimo - Non scrivere di me - ilRecensore.it

Veronica Raimo è nata a Roma nel 1978. Scrittrice e traduttrice, collabora con diverse testate. Ha tradotto, tra gli altri, F. Scott Fitzgerald, Octavia E. Butler, Ray Bradbury e Ursula K. Le Guin. Per Einaudi ha pubblicato il romanzo Niente di vero (2022 e 2024, Premio Strega Giovani, Premio Viareggio Rèpaci, longlisted all’International Booker Prize), tradotto in diversi paesi, la raccolta di racconti La vita è breve, eccetera (2023 e 2025, Premio Chiara, Premio Scuola Karenin, Premio Fucini), e Non scrivere di me (2026).

Ha scritto i romanzi: Il dolore secondo Matteo (minimum fax 2007), Tutte le feste di domani (Rizzoli 2013) e Miden (Mondadori 2018), uscito in UK, Usa e Francia. Nel 2019 ha scritto il libro di poesie Le bambinacce con Marco Rossari (Feltrinelli)

I suoi racconti sono apparsi su diverse antologie e riviste, sia in Italia che all’estero.

Ha cosceneggiato il film Bella addormentata (2012) di Marco Bellocchio. Si occupa di giornalismo culturale per diverse testate. Ha tradotto dall’inglese, tra gli altri: Francis Scott Fitzgerald, Octavia E. Butler, Ray Bradbury. Per Einaudi ha pubblicato Niente di vero (2022, Premio Strega Giovani e Premio Viareggio-Rèpaci sezione Narrativa, e 2024), tradotto in diversi Paesi, e La vita è breve eccetera (2023 e 2025, Premio Chiara e Premio Scuola Karenin).

Autore

  • Samira

    Samira nasce e cresce nella provincia fiorentina, fin da giovanissima vorace ma esigente lettrice, si interessa di numerosi generi e argomenti. In ambito lavorativo, si occupa di riabilitazione del linguaggio nell'età evolutiva e condivide con i bambini che frequentano il suo ambulatorio letture per i più piccoli. Ha conseguito un master in Linguistica Clinica, come coronamento di una formazione sia scientifica che umanistica. È impegnata nell'ambito sociale, in particolare nell'organizzazione di eventi culturali e nella gestione di spazi per la collettività.

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