Coaching, soft skills e talento: la visione di un’educazione che forma persone, non solo studenti

Palmina La Rosa è impegnata nella formazione di studenti e docenti da oltre 30 anni.
La sua missione è supportare i docenti attraverso tecniche di coaching efficaci, capaci di aiutare gli studenti a sviluppare competenze del XXI secolo, rafforzare la consapevolezza di sé e costruire abilità di leadership per il proprio futuro.
Nel 2018 ha conseguito la qualifica di Coach, completando un percorso di formazione approvato dall’International Coaching Federation. Successivamente ha frequentato l’High Impact Leadership Course presso il Cambridge Institute for Sustainability Leadership e nel 2022, si è specializzata come Team Coach presso ACT Leadership, affiliata alla Brown University. È inoltre Orientatrice accreditata ASNOR (Associazione Nazionale Orientatori).
Attualmente Palmina ricopre il ruolo di Director of Operations presso AISLi. È responsabile del progetto Future Skills Agency promosso da AISLi in collaborazione con Cambridge.
Nel dicembre del 2025 ha pubblicato il libro “Liberare il talento: strategie di coching e sviluppo dello soft skills nell’educazione”. I proventi vanno all’associazione LUMINA – La Lumière de l’Éducation ODV, associazione impegnata nella garanzia dell’istruzione nei Paesi in via di sviluppo
ilRecensore.it A tu per tu con Palmina La Rosa Direttore Operativo AISLi – Associazione Italiana Scuole di Lingue
- Come direttore e insegnante quando ha sentito l’esigenza di attuare nuove metodologie per l’insegnamento per permettere agli studenti di poter approcciarsi allo studio in un mondo sempre in evoluzione e pieno di cambiamenti.
Ricordo molto bene quel momento. Non è stato un singolo episodio, ma una presa di coscienza progressiva, quasi silenziosa, che però a un certo punto è diventata impossibile da ignorare.
Per anni ho osservato i miei studenti: attenti, rispettosi, anche diligenti… ma spesso smarriti. Studiavano per “superare”, non per “comprendere”. Rispondevano, ma raramente si interrogavano davvero. E dentro di me cresceva una domanda: stiamo davvero preparando questi ragazzi al mondo che li aspetta?

Il punto di svolta è arrivato quando ho iniziato a vedere un divario sempre più evidente tra ciò che la scuola offriva e ciò che la realtà richiedeva.
Il mondo fuori correva veloce, chiedeva pensiero critico, adattabilità, capacità relazionali, leadership… mentre in aula, troppo spesso, restavamo ancorati a modelli trasmissivi, statici.
Come direttrice e insegnante, ho sentito una responsabilità profonda: non potevo più limitarmi a “insegnare contenuti”. Dovevo contribuire a formare persone. E questo significava cambiare approccio.
È stato lì che ho iniziato a esplorare il coaching educativo. Non come una moda, ma come una risposta concreta a un bisogno reale: aiutare gli studenti a conoscersi, a sviluppare consapevolezza, a trovare la propria voce.
Ho capito che il vero apprendimento nasce quando uno studente si sente visto, ascoltato, coinvolto. Quando non è più solo destinatario di informazioni, ma protagonista del proprio percorso.
Da quel momento, non sono più tornata indietro. Perché quando inizi a vedere gli studenti accendersi, davvero accendersi, capisci che non si tratta solo di insegnare meglio. Si tratta di cambiare il futuro.
- Cosa pensa si debba cambiare nelle scuole italiane? Lo studio è un diritto ma ancora nel 2026 si parla di abbandono scolastico. Crede che il problema sia sociale o la scuola non riesce a spronare i giovani allo studio e ad aprirsi a nuove strade?
È una domanda che mi tocca profondamente, perché l’abbandono scolastico non è solo un dato: è una storia interrotta, un talento che non trova spazio.
Credo che non esista una sola risposta. Il problema è certamente sociale – le disuguaglianze, i contesti familiari fragili, la mancanza di opportunità incidono in modo determinante. Ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Anche la scuola deve avere il coraggio di interrogarsi.
Troppo spesso i nostri studenti non si sentono visti, né compresi. Faticano a trovare un senso in ciò che studiano, perché non riescono a collegarlo alla loro vita, ai loro sogni, al loro futuro. E quando manca il senso, arriva il distacco… poi l’abbandono.

Quello che va cambiato, a mio avviso, è il paradigma: dobbiamo passare da una scuola che trasmette contenuti a una scuola che sviluppa persone. Integrare le soft skills, lavorare sull’autoconsapevolezza, sull’orientamento, sulla motivazione. Dare spazio all’ascolto, alla relazione, alla personalizzazione dei percorsi.
Non si tratta di scegliere tra responsabilità sociale o scolastica: è una responsabilità condivisa. Ma la scuola può – e deve – diventare un luogo in cui ogni studente sente di avere valore, una direzione, una possibilità.
Perché quando un ragazzo scopre il proprio talento, non abbandona. Si trasforma.
- Può spiegare cosa sono le soft skills e come proporle agli insegnanti?
Le soft skills sono, prima di tutto, ciò che rende una persona capace di stare al mondo in modo consapevole e autentico. Non sono “competenze accessorie”, come per anni sono state considerate, ma competenze fondamentali: pensiero critico, comunicazione efficace, gestione delle emozioni, capacità di collaborare, resilienza, leadership.
Sono quelle abilità che permettono a uno studente non solo di sapere, ma di saper essere e saper fare.
Il punto è che le soft skills non si insegnano con una lezione frontale. Si allenano. Si costruiscono nella relazione, nelle esperienze, negli spazi di ascolto e di riflessione.
Agli insegnanti propongo sempre di partire da un cambio di sguardo, non da un elenco di tecniche. Integrare le soft skills non significa aggiungere qualcosa al programma, ma insegnare in modo diverso ciò che già si fa.
Ad esempio, trasformare una lezione in un momento di confronto, stimolare domande invece di dare solo risposte, lavorare in gruppo in modo strutturato, aiutare gli studenti a riflettere su come apprendono, non solo su cosa apprendono.
E soprattutto, invito i docenti a fare un passo fondamentale: lavorare prima su se stessi. Perché non possiamo sviluppare negli studenti competenze che non coltiviamo in prima persona.
Quando un insegnante comunica in modo autentico, ascolta davvero, valorizza, guida senza imporre… sta già insegnando soft skills, anche senza nominarle.
È un cambiamento potente, ma possibile. E quando avviene, l’aula smette di essere solo un luogo di istruzione e diventa uno spazio di crescita.
- Il suo libro ha un titolo molto bello: Liberare il Talento. Questo sposta l’attenzione sul compito dell’insegnante nel far emergere il talento di ogni ragazzo
Esattamente, “Liberare il talento” non è solo un titolo: è una visione, quasi una responsabilità educativa.
Io credo profondamente che il talento non sia qualcosa che pochi possiedono, ma qualcosa che tutti hanno. Il punto è che spesso resta nascosto, soffocato da modelli rigidi, da aspettative esterne, o semplicemente dalla mancanza di qualcuno che sappia vederlo.

Ed è qui che entra in gioco il ruolo dell’insegnante.
Non siamo chiamati a “riempire” gli studenti di contenuti, ma ad aiutarli a scoprirsi. A fare le domande giuste, a creare spazi in cui possano sperimentare, sbagliare, esprimersi. A riconoscere le loro unicità, anche quando non rientrano nei parametri tradizionali del successo scolastico.
Liberare il talento significa proprio questo: togliere ciò che blocca, più che aggiungere. Significa credere in uno studente, a volte prima ancora che lui riesca a farlo.
Quando un ragazzo si sente visto davvero, qualcosa cambia. Si apre, si mette in gioco, inizia a intravedere una direzione. E in quel momento l’insegnante diventa molto più di un trasmettitore di conoscenze: diventa un facilitatore di possibilità.
È una sfida grande, ma anche la parte più bella del nostro lavoro. Perché ogni talento che si libera è una vita che prende forma.
- Nel libro parla di un nuovo modo di essere educatore. Essere insegnante è un lavoro o una missione?
È una domanda potente, perché tocca l’essenza più profonda del nostro ruolo.
Essere insegnante è certamente un lavoro — richiede competenze, preparazione, professionalità. Ma se ci fermiamo lì, rischiamo di perdere la parte più autentica.
Per me, insegnare è una missione. Non nel senso romantico o sacrificante del termine, ma come scelta consapevole di avere un impatto reale sulla vita degli altri.
Ogni giorno entriamo in aula e, spesso senza rendercene conto, tocchiamo storie, influenziamo percezioni, costruiamo – o a volte limitiamo – possibilità. Le parole che usiamo, lo sguardo che diamo, l’attenzione che offriamo… possono lasciare segni profondi.
Il “nuovo educatore” di cui parlo nel libro è proprio questo: un professionista competente, ma anche una guida, un facilitatore, un punto di riferimento umano. Qualcuno che non si limita a trasmettere sapere, ma che accompagna, ispira, accende.
Non è sempre facile, perché richiede presenza, autenticità, e anche il coraggio di mettersi in discussione. Ma è ciò che dà senso a tutto.
Perché alla fine, ciò che resta davvero, non sono solo le nozioni insegnate… ma le persone che abbiamo contribuito a formare.
- La sua disciplina principale sono le lingue straniere. In Italia esiste ancora, tra i giovani, la difficoltà di comunicare efficacemente in una seconda lingua?
Sì, questa difficoltà esiste ancora, anche se oggi assume forme diverse rispetto al passato.
Inostri ragazzi sono molto più esposti alle lingue straniere: ascoltano musica, guardano serie, utilizzano i social… quindi hanno una familiarità maggiore, soprattutto a livello passivo. Comprendono più di quanto facessero le generazioni precedenti.

Ma il vero nodo resta la comunicazione attiva.
Molti studenti hanno ancora paura di esporsi, di sbagliare, di non essere all’altezza. E questa non è solo una questione linguistica, ma profondamente emotiva: riguarda l’autostima, la sicurezza, la libertà di esprimersi.
Spesso il problema non è “non sapere”, ma non osare.
E qui la scuola ha un ruolo cruciale. Dobbiamo creare ambienti in cui l’errore non sia giudicato, ma accolto come parte del processo. In cui parlare una lingua non significhi essere perfetti, ma essere autentici.
Quando lavoriamo anche sulle soft skills – sulla fiducia, sulla comunicazione, sulla gestione delle emozioni – accade qualcosa di straordinario: gli studenti iniziano a parlare. Non perché improvvisamente sanno tutto, ma perché non hanno più paura di provarci.
E in quel momento la lingua smette di essere una materia e diventa ciò che è davvero: uno strumento per connettersi con il mondo.
- Parliamo di LUMINA: l’associazione nasce da un viaggio in Madagascar compiuto da una sua amica. Un progetto nato da un gesto d’amore verso bambini svantaggiati. Quanto conta l’educazione come strumento di riscatto e in che modo lei sostiene concretamente questa iniziativa?
L’educazione è, senza dubbio, lo strumento di riscatto più potente che esista. È ciò che può cambiare il destino di una persona, ma anche quello di intere comunità.
Quando penso a LUMINA, penso proprio a questo: a un gesto d’amore che diventa possibilità concreta. Perché dietro ogni bambino a cui viene data un’opportunità di studiare, c’è una storia che può riscriversi. C’è dignità, c’è futuro, c’è libertà.
In contesti come quelli del Madagascar, l’istruzione non è scontata. E allora ogni quaderno, ogni aula, ogni insegnante diventa un ponte tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.
Il mio sostegno a LUMINA nasce da una convinzione profonda: non possiamo parlare di educazione senza sentirci responsabili anche oltre i confini delle nostre scuole.
Concretamente, ho scelto di destinare i proventi del mio libro all’associazione, perché credo che la conoscenza debba generare altra conoscenza, opportunità che si moltiplicano. Ma il mio impegno non è solo questo: cerco di dare voce al progetto, di sensibilizzare, di creare connessioni.
Per me LUMINA è un promemoria costante: ogni volta che educhiamo, stiamo dando a qualcuno la possibilità di scegliere il proprio futuro. E quando questo accade, anche a migliaia di chilometri di distanza, siamo parte di qualcosa di profondamente umano e necessario.
- Durante le vacanze estive molti insegnanti di italiano propongono una lunga lista di titoli, ma tante volte il ragazzo non apprezza la lettura. Forse la fatidica lista va modificata in base anche alle esigenze letterarie del singolo alunno. Lei cosa proporrebbe di fare?
È un tema che conosco bene, e credo che il problema non sia la lettura in sé… ma come la proponiamo.
Le liste estive nascono con buone intenzioni, ma spesso diventano un obbligo percepito come distante, poco personale, a volte persino punitivo. E quando la lettura perde il piacere, perde anche il suo potere trasformativo.
Io partirei da un presupposto diverso: leggere è un’esperienza intima, non standardizzabile.
Per questo proporrei di affiancare – o in alcuni casi sostituire – la lista rigida con percorsi più flessibili e personalizzati. Dare agli studenti possibilità di scelta, guidata ma reale. Offrire generi diversi, ascoltare i loro interessi, lasciare spazio anche a linguaggi più vicini a loro, senza pregiudizi.
E poi cambiare anche la “restituzione”: non necessariamente una scheda o un riassunto, ma magari una riflessione personale, una presentazione creativa, un collegamento con la propria esperienza.
L’obiettivo non dovrebbe essere “far leggere dei libri”, ma far nascere lettori.
Perché quando un ragazzo trova un libro che lo tocca davvero, non ha più bisogno di essere obbligato. Continua da solo. E in quel momento la lettura smette di essere un compito… e diventa una scoperta.
- A proposito di lettura, è ormai una cosa risaputa: in Italia si legge sempre di meno, gli insegnanti come possono aiutare le nuove generazione ad affezionarsi alla lettura?
È vero, si legge meno… ma io non credo che i ragazzi abbiano perso il desiderio di storie. Credo piuttosto che non sempre riusciamo a incontrarli nel modo giusto.
Gli insegnanti possono fare moltissimo, ma il primo passo è cambiare approccio: non imporre la lettura, ma farla vivere.
Un ragazzo si affeziona ai libri quando vede un adulto che legge con passione, quando ascolta una storia raccontata con emozione, quando può scegliere qualcosa che lo rappresenti davvero. La relazione viene prima del titolo.
Dobbiamo portare la lettura fuori dalla dimensione del compito e riportarla in quella dell’esperienza. Leggere insieme in classe, creare momenti di condivisione, lasciare spazio al confronto autentico, senza la paura di “dire la cosa giusta”.
E poi, soprattutto, dobbiamo legittimare i loro gusti. Non esistono letture “minori” se accendono curiosità. Da lì si può partire per costruire un percorso più ampio.
Quando un ragazzo scopre che un libro può parlare di lui, delle sue emozioni, delle sue domande… allora qualcosa cambia. Non legge più perché deve, ma perché vuole.
E in quel momento, abbiamo fatto molto più che insegnare a leggere: abbiamo acceso un legame che può durare tutta la vita.
- Concludiamo con una domanda un po’ provocatoria: da insegnante di una scuola di lingue, nella lista dei romanzi da leggere durante l’estate, quale consiglierebbe ai ragazzi? E un romanzo da consigliare agli insegnanti?
È una domanda provocatoria… ma anche bellissima, perché nei libri scegliamo, in fondo, ciò che vogliamo lasciare agli altri.

Ai ragazzi consiglierei un romanzo come The Alchemist di Paulo Coelho. È una storia semplice solo in apparenza, ma profondamente potente: parla di sogni, di ricerca, di coraggio. È un libro che arriva, che fa domande, che può accendere qualcosa dentro ed è questo che cerchiamo.
Agli insegnanti, invece, proporrei The Courage to Teach di Parker J. Palmer. È un testo che invita a guardarsi dentro, a riflettere sul senso profondo dell’essere educatori. Perché prima di insegnare agli altri, dobbiamo continuare ad educare noi stessi.
Se posso aggiungere una cosa, però: più che il “titolo giusto”, credo nel momento giusto. Il libro giusto è quello che incontra una persona nel punto esatto in cui si trova.
E quando questo accade, la lettura diventa molto più di un consiglio: diventa un’esperienza che resta.
La Redazione ringrazia Palmina La Rosa per la disponibilità e l’interessante condivisione.

