Postmodernismo: il classico del pensiero teorico del ventesimo secolo
Sinossi
Il postmodernismo è finito, è l’etichetta appiccicata a una stagione ormai conclusa e riposta su uno scaffale accanto a tanti altri «ismi» del Novecento?
Oppure ci muoviamo ancora nella sua ombra e piú pensiamo di averlo superato piú sprofondiamo in esso? Dominante culturale di un’epoca che possiamo guardare da fuori e storicizzare, o labirinto di specchi da cui non siamo piú in grado di uscire?
Forse il postmodernismo è entrambe le cose e una terza ancora (e una quarta, una quinta…): scherzi della dialettica. Quel che è certo è che per capirci qualcosa dobbiamo tornare al testo fondamentale sul tema, quel “Postmodernismo ovvero La logica culturale del tardo capitalismo” di Fredric Jameson che fin dalla sua comparsa nel 1991 si è imposto in maniera quasi autoevidente come ultimo grande classico del pensiero teorico del XX secolo. Trionfo e campana a morto dell’idea di «un sistema» che riesce a farsi immagine del mondo, Jameson piú di trent’anni fa ha scritto un libro che parla al presente: che parla di totalità, prima che il digitale la ricreasse attraverso la rete; di sublime tecnologico, prima di Big Data e Ai; di capitalismo e produzione culturale, prima che… be’, guardatevi attorno.
Recensione
Come recensire un libro che parla della nostra attualità alla nostra attualità? Quanti hanno sentito parlare di postmodernismo come di un’etichetta posta in ambito letterario, artistico, ma anche cinematografico? E già ci troviamo di fronte a qualcosa che pare contraddirsi: presente e passato; da una parte qualcosa che ancora c’è e dall’altra qualcosa che sembra ormai una storia che possiamo raccontare e raccontarci.
La verità, forse, è che del postmodernismo possiamo tracciare un inizio e non considerarlo un periodo finito.
In Postmodernismo ovvero La logica culturale del tardo capitalismo, edito da Einaudi, con nuova prefazione di Daniele Giglioli, di Fredric Jameson, ci sono veramente dei punti fermi che possono aiutarci a comprendere meglio il nostro presente e quello a venire.
Arrivato in Italia tra fine anni Ottanta e inizi anni Novanta, il titolo richiama subito alla memoria un altro lavoro molto interessante sul tema: parliamo ovviamente del lavoro del filosofo francese Jean-François Lyotard, La condizione postmoderna, edito Feltrinelli e uscito (più o meno) un decennio prima. Lo stesso Jameson però ha tenuto precisare (come ritroviamo nella prefazione all’edizione italiana) la differenza tra postmodernismo (da intendere più un certo stile, quale per esempio quello in architettura, in filosofia, nella pittura etc) e postmodernità (proprio come specifico periodo storico).
Questa piccola parentesi letteraria serve solo a sottolineare “quanti” (libri) e da quanto tempo ci si interroga sui nostri tempi. Senza influenzarvi troppo e cercando invece di invogliarvi alla lettura, leggere un libro come questo porta inevitabilmente a interrogarsi e a porsi determinate questioni. La prima che ci è venuta in mente, non finito il libro ma subito dopo qualche pagina, è la seguente: non stiamo forse vivendo un prolungamento degli anni Novanta?
Per tutta la lettura ci si sente inevitabilmente come “chiusi” in un tempo che pensavamo di esserci lasciati alle spalle proprio per l’idea stessa che abbiamo del tempo: qualcosa che inevitabilmente scorre (dopo uno viene due, tre, quattro e così via). Che poi, “chiusi” non è il termine giusti. Intendiamo una sorta di presa di coscienza. Per poter però intenderla così, forse è necessario rivedere anche la questione del tempo in relazione all’evoluzione della tecnologia stessa che, nel suo migliorare, ha ampliato molte sue funzioni e rimodellato così la coscienza stessa che ne abbiamo.
Restando in tema libro, il lavoro è così strutturato: Introduzione; I. La logica culturale del tardo capitalismo; II. Teorie del Postmoderno; III. Surrealismo senza l’inconscio; IV Equivalenti spaziali nel sistema-mondo; V La letteratura e la divisione del lavoro; VI L’utopismo dopo la fine dell’utopia; VII Immanenza e nominalismo nel discorso teorico postmoderno (Parte I. Immanenza e neostoricismo – Parte II. La decontrazione come nominalismo); VIII Il postmodernismo e il mercato; IX Nostalgia per il presente; X Elaborazioni secondarie.
Per Jameson il postmodernismo non è soltanto una corrente estetica, ma il volto culturale del capitalismo avanzato nato nel secondo dopoguerra.
La sua lettura storica divide le epoche del capitalismo in fasi successive, dal realismo dell’età mercantile alla modernità industriale fino alla società dominata dai media e dalle immagini, anche se oggi questa scansione mostra il limite di aver intuito solo marginalmente la rivoluzione digitale.
L’autore rifiuta sia l’entusiasmo ingenuo verso il Postmoderno sia le nostalgie moderniste, cercando invece di interpretarlo come una condizione storica concreta.
Attraverso esempi che spaziano dall’architettura al cinema, da Warhol alla fantascienza, Jameson descrive una società che ha smarrito il rapporto organico con il passato e vive immersa in un presente frammentato, fatto di simulacri, marchi e immagini consumabili.
In questo scenario, cultura e mercato finiscono per sovrapporsi quasi del tutto: i media non riflettono più la realtà, ma la sostituiscono.
Da qui nasce il compito politico affidato alla teoria: ricostruire una “mappa cognitiva” capace di orientare il soggetto dentro la complessità del capitalismo globale e restituire un senso di totalità perduto.
Ma quali sono gli aspetti principali di questo postmoderno? Quali i campanelli che ci fanno intuire un tempo che forse non è finito (e anche per questo come sottotitolo ritroviamo il termine tardo, dunque una nuova e per ora ultima fase)? Il modo migliore, forse, è quello di porvi alcuni pezzi estrapolati dalla lettura.
Postmodernismo ovvero La logica culturale del tardo capitalismo è un’opera che richiede molta attenzione, molte energie, ma il risultato è subito evidente. Chiede molto, ma restituisce sempre qualcosa di più.
È una lettura che spiazza nel momento in cui (e questo è sempre bene averlo a mente) ci ricordiamo che è sì un libro attuale, ma risale ormai a una trentina di anni fa. Ci troviamo davanti a un libro e a un autore visionario e che ha anticipato un mondo che all’epoca si stava solamente affacciando. Riassumiamo molto brevemente quel che troverete all’interno:
«Cosí nel postmoderno la “cultura” è diventata un prodotto a sé e il mercato si è completamente trasformato nel surrogato di sé stesso, in una delle tante merci che contiene, mentre la modernità rappresentava ancora tendenzialmente la critica della merce, oltre che il tentativo di far sì che essa si trascendesse. Il postmodernismo è il consumo della pura mercificazione come processo».
«L'esposizione prenderà in esame, nell'ordine, i seguenti aspetti costitutivi del postmoderno: una nuova mancanza di profondità, che si estende sia alla "teoria" contemporanea sia a tutta una nuova cultura dell'immagine o del simulacro; un conseguente indebolimento della storicità, tanto nel nostro rapporto con la Storia pubblica, quanto nelle nuove forme della nostra temporalità privata, la cui struttura “schizofrenica“ (seguendo Lacan) determina nuovi tipi di sintassi o di relazioni sintagmatiche nelle arti a dominante temporale; tutto un nuovo tipo di tonalità emotiva - che chiamerò «intensità» - che si può intendere meglio con un ritorno alle vecchie teorie del sublime; i rapporti profondi e costitutivi di tutto questo con una nuova tecnologia, essa stessa immagine di un intero nuovo sistema economico mondiale; infine, dopo una breve descrizione delle mutazioni postmoderniste nell'esperienza vissuta dello spazio edificato, proporrò alcune riflessioni sulla missione dell'arte politica nel disorientamento provocato dal nuovo spazio mondiale del tardo capitalismo multinazionale».
«Sembrerebbe essenziale distinguere le forme emergenti di una nuova cultura commerciale – che comincia con la pubblicità e si estende fino al packaging formale di ogni genere, dalle merci agli edifici, senza escludere i prodotti artistici come gli spettacoli televisivi (il “logo”), i best seller e i film – dalla cultura folk e genuinamente “popolare” di vecchio stampo, fiorita quando esistevano ancora le vecchie classi sociali dei contadini e dell’artigianato urbano, cultura che dalla metà dell’Ottocento in poi è stata gradualmente colonizzata e cancellata dalla mercificazione e dal sistema di mercato».
«Il problema posto da tale interpretazione in termini di autoreferenzialità non è la sua plausibilità: vorrei sostenere la tesi secondo la quale il "soggetto" più profondo di tutta la videoarte, e persino dell'intero postmodernismo, è precisamente la stessa tecnologia della riproduzione».
Titolo: Postmodernismo ovvero La logica culturale del tardo capitalismo
Autore: Fredric Jameson
Editore: Einaudi
Genere: Saggistica (Critica letteraria/Filosofia)
Traduttore: Massimiliano Manganelli
Autore
Fredric Jameson (Cleveland, 1934) è generalmente considerato uno dei massimi critici letterari di lingua inglese e tra i maggiori teorici politici marxisti. Allievo di Erich Auerbach, è noto per le sue analisi sulle tendenze culturali contemporanee.
È professore di Letteratura comparata e Teoria del romanzo alla Duke University.
I suoi libri più importanti sono tutti tradotti in italiano: Marxismo e forma. Teorie dialettiche della letteratura nel ventesimo secolo (Liguori, 1975), Il postmoderno, o la logica culturale del tardo capitalismo (Garzanti, 1989), L’inconscio politico. Il testo narrativo come atto socialmente simbolico (Garzanti, 1990). Con Feltrinelli è uscito Il desiderio chiamato Utopia (2007).


