Dal BookTok alle grandi firme: il Salone del Libro parla una lingua nuova
Il Salone del Libro non è più soltanto una fiera editoriale: è diventato il termometro culturale di un Paese che, contro ogni narrazione pessimista, continua a cercare storie, incontri e comunità. I numeri dell’edizione 2026 raccontano infatti qualcosa di più di un semplice successo organizzativo: 254.000 visitatori, sale quasi sempre esaurite, code per gli incontri e un pubblico sempre più giovane disegnano l’immagine di un evento che ha ormai superato la dimensione “di settore” per trasformarsi in un fenomeno culturale e sociale.

A colpire non è solo l’affluenza record, con oltre 70.000 presenze nella sola giornata di sabato, ma soprattutto il modo in cui il pubblico vive il Salone: più tempo, più partecipazione, più ritorni nei diversi giorni della manifestazione. L’aumento del 66% degli abbonamenti racconta un cambio di abitudine preciso: il Salone non si attraversa più in fretta, si abita. E si abita da tutta Italia, visto che oltre la metà dei visitatori arriva da fuori Piemonte.
Ma il dato forse più significativo riguarda l’età dei partecipanti.
Quasi un visitatore su due ha meno di 35 anni, mentre scuole, studenti e giovani community editoriali hanno occupato il centro della scena. Nell’anno dedicato a Il mondo salvato dai ragazzini, il titolo scelto sembra essersi trasformato in una fotografia reale: i ragazzi non sono stati semplici spettatori, ma il motore dell’evento. Dal boom delle presenze scolastiche al successo travolgente del Romance Pop Up – 6.500 partecipanti e oltre 30.000 copie firmate – il Salone ha mostrato con chiarezza dove si sta spostando oggi il cuore dell’editoria.
E forse è proprio questo il dato più interessante: il Salone cresce perché riesce a intercettare lettori diversi, linguaggi nuovi e forme contemporanee di partecipazione culturale, senza perdere il suo nucleo originario fatto di libri, dialogo e presenza fisica.
In un tempo dominato dalla frammentazione digitale,Torino continua a dimostrare che il desiderio di incontrarsi attorno alle storie è tutt’altro che finito.
CRONACHE DAL SALONE 2026
Giovedì 14 Maggio
Stazione di Sanremo, aria da inverno indeciso e passeggeri combattuti tra la T-shirt da vacanza e la sciarpa da impiegato depresso.
Parto con un trolley piccolo e già rassegnato a una dieta ipercalorica fatta di libri, cataloghi, segnalibri, biglietti da visita e foglietti di appunti destinati a spargersi ovunque come coriandoli.
Nella scaletta che troneggia in borsa ci sono le solite illusioni meravigliose: incontri illuminanti, interviste folli, risposte sorprendenti e soprattutto quella fame lunga un anno di parole condivise, identità riconosciute, occhi finalmente staccati dallo schermo delle mail.
A Torino mi aspetta Tiziana, socia storica, roccia personale e compagna di questa liturgia chiamata Salone del Libro. Ogni anno diverso. Ogni anno nuovo in modo quasi spiazzante.
Perché il Salone, ormai, è un organismo vivo. E quest’anno più che mai mi è sembrato evidente che qualcosa stia cambiando davvero.
Gli eventi “alti”, quelli tradizionalmente imperdibili, sono sempre lì: Barbero, Alberto Angela, Carrère le grandi firme, le sale sold out. Ma il cuore pulsante della manifestazione non era più soltanto quello. Anzi. La vera sorpresa l’ho trovata in un angolo remoto dei padiglioni, quasi inghiottito dal caos generale del Salone, dove decine di ragazze si accalcavano attorno ai tavoli del self publishing, quello dedicato al genere Romance.
E lì ho capito che forse l’editoria italiana non ha ancora fatto davvero i conti con ciò che sta succedendo.
Ragazze giovanissime uscite da Wattpad, cresciute su BookTok, diventate scrittrici dentro l’ecosistema dei social, firmavano copie come rockstar. Selfie, lacrime, chiacchiere, file interminabili. E davanti a loro orde di adolescenti adoranti con negli occhi sogni, ormoni e un bisogno disperato di sentirsi raccontate.
Illuminante il confronto con Valentina Ghetti, incontrata per caso durante una pausa fatta di chiacchiere e bocconi frettolosi.
È una realtà che per anni il mondo editoriale ha guardato con sufficienza radical chic, quasi fosse un sottogenere folkloristico destinato a evaporare in fretta. E invece è ancora lì. Più forte, più organizzata, più economicamente viva di quanto molti vorrebbero ammettere.
Il punto è che oggi non basta più “saper scrivere” secondo i codici tradizionali della letteratura. O almeno: non è più quello che crea comunità. Conta riuscire a sfondare gli schermi dei telefoni, entrare nei linguaggi emotivi di una generazione cresciuta online, costruire un racconto che sia insieme storia, presenza, confessione, relazione continua.
Più storytelling, meno letteratura.
E forse è inutile scandalizzarsi: bisogna capire cosa ne stiamo facendo di questa trasformazione.
Perché dentro quel caos di romance, fanservice e file chilometriche, ho intravisto anche qualcosa di profondamente vitale: ragazze che leggono. Tantissimo. Che comprano libri. Aspettano ore per incontrare chi li scrive. Che trasformano la lettura in identità e appartenenza.
E allora la speranza è che proprio da lì possa nascere una nuova editoria capace di accompagnarli oltre. Di non fermarsi al romance, ma usarlo come porta d’ingresso. Come primo amore letterario. Per poi insegnare la curiosità, il dubbio, la scoperta dei cataloghi più complessi e delle scritture che chiedono tempo, concentrazione, profondità.
Forse il compito dell’editoria oggi non è combattere questi fenomeni, ma imparare a educarli senza spegnerli.

Nel frattempo il Salone continua a fare ciò che gli riesce meglio: creare connessioni imprevedibili.
Il primo abbraccio è per Giulia Maselli, presidio luminoso di Neri Pozza e dispensatrice seriale di libri che finiscono puntualmente nella mia pila del “leggerò prestissimo”, cioè mai in tempi umani.
Poi arrivano gli incontri veri, quelli che restano addosso.

C’è Luca De Vincentiis con il suo amico Felix, conversazioni pericolosamente intelligenti e materiale perfetto per ilRecensore.it.
L’abbraccio di Anna Vera Viva, un tornado di energia cosmica.
C’è Alessandro Piperno che dialoga con Michele Mari sulle assonanze con Autodafé di Canetti.

L’incontro con Sabrina de Bastiani, anima bella e le chiacchiere sciolte e allegre con Cecilia Lavopa, Gabriel Uccheddu, Luca, Rosalba, Edy…
C’è la presentazione di Oltre lo sguardo Under 25 della Scuola Holden coordinata da Matteo B. Bianchi, dove incontroAlice Dalle Grave: giovane, lucidissima, fragile e coraggiosa insieme. Una di quelle persone che ti fanno pensare che il futuro forse non sia del tutto perduto.
E poi ci sono gli incontri fuori Salone. Quelli meno previsti e per questo più memorabili.
Tra tutti porto via quello con Maria Ausilia Di Falco: performer, pianista, docente, scrittrice con un libro in uscita in autunno e varie collaborazioni tra cui la scuola Holden. Una donna magnetica, inquieta nel senso più bello del termine, piena di viaggi, profondità e un’energia quasi febbrile. Una di quelle persone che sembrano avere sempre una vita segreta in corso.

Sabato arriva con le gambe stanche e la testa piena.
Incontro Amara Lakhous, professore a Yale, che mi racconta la storia di un migrante in cerca di una lingua capace di allargare il mondo. Il suo libro edito E/O – La fertilità del male – è una porta aperta sulla Storia dell’Algeria. Una conversazione piena di crepe intelligenti.
Subito dopo mi ritrovo accanto a Mariangela Cofone, anima di @theweesmallblog: dolcissima, appassionata, una di quelle persone che parlano di libri con un entusiasmo ancora contagioso e mai performativo. Insieme assistiamo a uno degli incontri più intensi del Salone, l’omaggio a Flannery O’Connor nato attorno al volume Il cielo e la polvere di Benedetta Centovalli.

E per un attimo il rumore del Salone cambia frequenza.
Tra profeti mancati, fanatici religiosi, corpi deformati e anime alla deriva, l’universo feroce e mistico della O’Connor riporta tutto alla sostanza più antica della letteratura: guardare l’oscurità umana senza addomesticarla. È stato uno di quei rari momenti in cui il Salone smette di essere solo evento, intrattenimento o fenomeno social e torna ad assomigliare a un luogo di pensiero profondo.
Forse è anche questa la sua forza: riuscire a contenere nello stesso spazio le file oceaniche del romance di BookTok e la grazia inquieta di Flannery O’Connor. Due mondi lontanissimi che, nel bene o nel male, oggi convivono sotto lo stesso tetto editoriale.
E poi Sebastian Fitzek, dietro la fila infinita dei firmacopie. L’internato esce opportunamente in questi giorni con Fazi editore. Con lui riaffiora il tedesco delle origini, il dialetto bavarese che ogni tanto tradisce tutte le mie sofisticazioni italiane. Lui vende milioni di copie nel mondo; io continuo a cercare le pieghe nascoste dentro le frasi. Funziona sorprendentemente bene.
E alla fine il Salone vince ancora.
Nei numeri, certo. Ma soprattutto nella sua capacità di fotografare un cambiamento culturale mentre accade. Tra editoria tradizionale e social, tra letteratura e storytelling, tra intellettuali e fandom digitali.
Forse il Salone del Libro oggi è questo: un enorme territorio di confine dove mondi diversissimi si sfiorano, si scontrano e imparano lentamente a convivere.
E noi, nel mezzo, proviamo ancora a capire dove stia andando la lettura.
O forse dove stiano andando le persone.
Ci vediamo il prossimo anno. Con meno voce, più libri e lo stesso identico entusiasmo irresponsabile.
PHOTO DUMP






















