Tutte le mattine di Sybil - ilRecensore.it
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TUTTE LE MATTINE DI SYBIL di Virginia Evans

Tutte le mattine di Sybil e quel bisogno così contemporaneo di tornare a un tempo più umano

Tutte le mattine di Sybil ha vinto il Women’s Prize for Fiction 2026.
Il romanzo fenomeno del passaparola e New York Times bestseller che ha conquistato oltre un milione di lettori.

Sybil Van Antwerp ha settantatré anni, cura il giardino della sua bella casa che le regala splendide fioriture primaverili e non ama vivere fuori, nel mondo. Nella vita di prima è stata un’avvocatessa stimata, una moglie e una madre, ma ora predilige un’attività su tutte: scrivere lettere.

Ha iniziato all’età di nove anni e non ha mai smesso, nemmeno nell’era digitale, nemmeno ora che la vista vacilla. Scrivere missive è una meravigliosa attività umana, su questo non ha dubbi. I suoi destinatari sono molteplici, dalle amiche al vicino signor Lübeck, al gentile assistente di un’agenzia che si occupa di test del dna.

E poi tiene la corrispondenza con scrittrici e scrittori, con cui condivide il proprio giudizio sui loro romanzi e certe visioni della vita. E con Harry, un giovane con difficoltà a integrarsi. Quando si scrive, sostiene, bisogna andare piano; perché “la fretta può farci mettere su carta cose che non intendevamo e ci si svuota”. Tra i chiaroscuri della vita di una donna che si avvicina alla vecchiaia, c’è anche un destinatario non identificabile a cui Sybil confessa il suo dolore più grande, senza però inviare alcuna lettera.

E solo quando questa sofferenza implacabile, un mistero che sembra inafferrabile, troverà la sua piena voce sul foglio, Sybil potrà finalmente cercare, di nuovo, il suo posto nel mondo. 


Tutte le mattine di Sybil è un romanzo irresistibile che trascina il lettore in un universo ricchissimo di sfumature, sentimenti mai rivelati, e testimonia un amore incrollabile per la vita.

Non ho mai avuto una particolare predilezione per il romanzo epistolare. È un genere che spesso mi lascia la sensazione che una parte del lavoro narrativo venga affidata proprio alla forma della lettera: i personaggi raccontano ciò che è accaduto, spiegano quello che provano, ricostruiscono relazioni e avvenimenti, mentre al lettore resta il compito di mettere insieme i frammenti.

Le lettere vere degli scrittori, invece, mi interessano molto. È una differenza che per me conta.

Quando leggo Lettere e saggi di James Joyce, pubblicato da Il Saggiatore, oppure La parte inventata della vita, la raccolta delle lettere tra Fitzgerald e Zelda pubblicata da Feltrinelli, o ancora Ernest e Patrick Hemingway. Lettere di Mondadori, entro in una dimensione diversa.

Anche la splendida raccolta di lettere di Charles Dickens restituiscono qualcosa che nei romanzi non necessariamente troviamo: la persona dietro lo scrittore, con le sue contraddizioni, le sue relazioni, le sue fragilità, i suoi pensieri non necessariamente destinati alla pubblicazione.

In una lettera vera non c’è la scelta di costruire un romanzo attraverso quella forma. C’è una persona che scrive a un’altra persona, in un momento preciso della propria vita. Ed è proprio questa spontaneità, o almeno questa illusione di spontaneità, che mi affascina.

Per questo ho iniziato Tutte le mattine di Sybil di Virginia Evans con una certa cautela.

Poi ho incontrato Sybil alla sua scrivania.

“Alla fine, il lunedì intorno alle dieci e mezzo, Sybil Van Antwerp porta la tazza di Irish Breakfast e latte alla scrivania. Il letto è rifatto, i piatti sono lavati, sullo strofinaccio accanto al lavello, le piante annaffiate, i ripiani spolverati. Seduta, aggiusta la sedia con precisione, poi per qualche istante guarda fuori dalla finestra il giardino e verso il fiume e oltre... sistema la risma di carte da lettere... ordina le penne nel boccale. Sybil è una madre e una nonna, una donna divorziata in pensione dopo anni di onorevole professione legale, sono queste le cose che la circondano... scrivere lettere è la consuetudine della sua vita”

Quella prima pagina mi ha fatto pensare che forse il romanzo non andava letto soltanto per quello che raccontava, ma anche per il gesto che metteva al centro.

Sybil si alza, mette in ordine la casa, prepara il tè e a un certo punto si siede alla scrivania. Non c’è niente di particolarmente straordinario in questa sequenza e proprio per questo funziona. L’impressione è quella di entrare in una giornata già cominciata, in una vita che ha le sue abitudini e che trova nella scrittura delle lettere una specie di appuntamento quotidiano.

È quasi come se il libro dicesse al lettore: siediti, ti racconto una storia, va tutto bene, è tutto in ordine. Credo che sia anche questo ad aver conquistato tanti lettori.

Si è parlato molto della contemporaneità di Tutte le mattine di Sybil, ma io credo che sia necessario capire dove stia veramente questa contemporaneità.

Non nella forma narrativa.

La forma epistolare non è nuova e non racconta il nostro tempo. Anzi, in molti aspetti il mondo di Sybil sembra appartenere a un’altra epoca. La sua abitudine di scrivere ogni mattina, il tempo dedicato alle lettere, la cura con cui prepara la scrivania, persino il rapporto fisico con la carta hanno qualcosa che oggi non ci appartiene più, almeno non nella vita quotidiana della maggior parte di noi.

Eppure proprio questo sembra aver parlato ai lettori contemporanei.

Perché forse quello che ci manca non è la lettera in sé, ma il ritmo che la lettera comporta.

Un ritmo nel quale non tutto deve essere immediato, nel quale prima di parlare c’è un tempo per pensare e prima di ricevere una risposta possono trascorrere ore o giorni. Un ritmo nel quale un gesto può essere ripetuto ogni giorno senza avere necessariamente una funzione produttiva.

È un bisogno che vedo anche nelle generazioni molto più giovani della mia. Penso alla riscoperta della maglia, per esempio, ai ragazzi della Gen Z che recuperano i ferri delle nonne e delle bisnonne e imparano a lavorare una maglia dopo l’altra. Non credo sia soltanto una moda estetica o una forma di nostalgia. 

Dentro quel gesto c’è qualcosa di molto concreto: una sequenza ordinata che permette di concentrarsi su una cosa sola e, almeno per un po’, di allontanarsi dal rumore.

E allora capisco perché un romanzo come questo possa aver avuto un effetto così impattante.

Non perché racconti qualcosa di nuovo, ma perché restituisce la possibilità di immaginare una giornata diversa, nella quale esiste ancora un momento in cui ci si siede, si prende un foglio e si lascia ai propri pensieri il tempo di fluire.

È questo il vero elemento contemporaneo del romanzo Tutte le mattine di Sybil: non la scelta di raccontare attraverso le lettere, ma il bisogno di ritrovare un ritmo più vero con il mondo.

La materia del romanzo è molto ricca. C’è il lutto, c’è la colpa, c’è la maternità, ci sono l’amore, l’amicizia, l’adozione, i rapporti familiari e la malattia. Virginia Evans mette dentro la storia una quantità importante di vita e lo fa attraverso una protagonista che non è costruita per essere semplicemente simpatica al lettore.

Sybil è una donna di settantatré anni, madre e nonna, divorziata, ormai in pensione dopo una lunga e onorevole carriera legale. Ha una figlia con la quale il rapporto è difficile e ha alle spalle un’esperienza che ha condizionato profondamente tutto ciò che è venuto dopo.

Scrivere lettere è la consuetudine della sua vita, ma a un certo punto scopriamo che dietro questa consuetudine c’è una storia molto più personale.

La madre biologica di Sybil le ha scritto una lettera. È l’unica cosa che le è rimasta di quella donna, l’unico legame con la sua vera mamma.

Questo dettaglio è importante perché cambia il significato della scrittura. Sybil non scrive soltanto perché le piace farlo e neppure soltanto perché ha bisogno di parlare con qualcuno.

La scrittura è legata alla sua storia, alla madre che non ha avuto, alla traccia che quella donna ha lasciato nella sua vita.

In qualche modo Sybil ha ricevuto una lettera e ha passato il resto della propria vita a scriverne.

C’è poi una frase che racconta molto bene la sua condizione:

“Stamattina sono alla scrivania, fuori fa meno dieci e ogni tanto nevica, io me ne sto qui rintanata con il mio tè a pensare a come è strano a chiedermi: sono sola? Non l'avrei mai detto ma ora che ci penso, mi chiedo: sono sempre stata sola? Non credo di essermi mai sentita a casa nel mondo, ma non credo che sia un caso eccezionale”

Qui la voce di Sybil diventa particolarmente limpida. È una voce spesso nuda, fallibile, a volte persino scomoda. Non è una donna che chieda al lettore di essere assolta. Piuttosto, racconta ciò che riesce a vedere di se stessa, anche quando quello che vede non è particolarmente consolatorio.

Non credo che Evans abbia voluto costruire una protagonista che dovesse necessariamente risultare simpatica o facilmente comprensibile. Sybil tende a stare ai margini, anche quando avrebbe bisogno di affrontare ciò che le accade. Con i figli, soprattutto, sembra spesso scegliere la distanza invece del confronto. La scrittura diventa così anche il luogo nel quale può dire cose che nella vita reale non riesce a dire.

La molteplicità dei destinatari delle sue lettere rende credibile questo modo di essere, ma allo stesso tempo contribuisce alla maggiore debolezza del romanzo.

Le lettere sono tante, i personaggi entrano ed escono, le storie si incrociano e il lettore deve continuamente ricostruire rapporti e informazioni.

A volte questa frammentazione arricchisce il personaggio. Altre volte lo disperde.

E questo diventa particolarmente evidente quando arriviamo a quello che considero il vero nucleo emotivo del romanzo.

La colpa che avrebbe meritato più spazio

Qui è necessario entrare in un piccolo spoiler.

Sybil ha perso un figlio. Il bambino si tuffa proprio nel punto in cui c’è una lastra di roccia e lei, distratta, non lo sta guardando. Il bambino muore.

Questa è la trave portante della storia.

Tutto ciò che riguarda Sybil, il suo rapporto con la maternità, la difficoltà con la figlia, il suo bisogno di mantenersi ai margini e forse anche una parte del suo modo di guardare il mondo, acquista un significato diverso quando si comprende il peso di quella morte.

Ed è proprio per questo che avrei voluto che Evans si fermasse molto di più su questa colpa.

Arriva tardi, viene distribuita all’interno delle molte lettere e, quando finalmente emerge con tutta la sua importanza, viene affrontata troppo velocemente. È una materia narrativa potentissima, ma il romanzo non le concede, a mio avviso, lo spazio necessario.

È difficile non pensare a Joan Didion e a L’anno del pensiero magico, soprattutto perché Sybil scrive alcune lettere proprio a Didion.

La differenza è significativa. Didion mette il lutto al centro della propria esperienza e lascia che sia il dolore a organizzare il racconto. In Tutte le mattine di Sybil, invece, quella colpa è una delle molte cose che la protagonista porta con sé.

Per me è una scelta che indebolisce proprio l’aspetto che avrebbe potuto rendere il romanzo più incisivo. Non avevo bisogno che Evans spiegasse quella colpa. Avrei avuto bisogno di sentirne maggiormente il peso.

Anche la malattia e la progressiva perdita della vista mi sono sembrate, alla fine, meno importanti di quanto ci si potrebbe aspettare.

È un elemento che possiede certamente una sua forza simbolica. Sybil scrive e, contemporaneamente, rischia di perdere proprio la possibilità di vedere e di continuare a scrivere. Ma nel corso della storia questo tema mi è sembrato rimanere abbastanza marginale.

Il significato che può assumere è soprattutto quello che gli attribuisce il lettore.

Ho percepito nettamente il potenziale di questa storia, ma avrei voluto che Evans scegliesse con maggiore decisione quale fosse il suo cuore.

Perché allora questo libro è arrivato così tanto ai lettori?

È la domanda che mi interessa di più, anche perché la risposta non coincide completamente con il mio giudizio sul romanzo.

Tutte le mattine di Sybil ha trovato un pubblico che ha riconosciuto nella sua protagonista qualcosa di profondamente attuale. E io credo che sia vero, ma non nel modo più immediato.

Non è contemporanea la donna che scrive lettere, così come non è contemporanea la casa ordinata, il tè bevuto alla scrivania, la carta, la penna, il tempo necessario per aspettare una risposta.

Contemporaneo è il desiderio di tutto questo.

In un mondo nel quale siamo costantemente raggiungibili, nel quale comunichiamo continuamente ma spesso senza avere il tempo di elaborare quello che stiamo dicendo, il gesto di Sybil assume un significato profondo, perché ci mostra qualcosa che abbiamo perso senza necessariamente sapere di averlo perso.

Non la lettera, ma la possibilità di avere un tempo non immediatamente occupato.

È questo che, secondo me, ha fatto breccia.

Io non sono uscita dal romanzo innamorata di Sybil e non sono convinta che tutte le sue lettere siano necessarie alla storia. In alcuni momenti ho avvertito proprio nella struttura epistolare quella frammentazione che generalmente mi allontana dal genere.

Ma ho capito il bisogno che sta dietro a quelle lettere.

E forse è anche questo il motivo per cui il libro ha trovato tanti lettori pronti a riconoscersi in una donna che vive apparentemente fuori dal proprio tempo.

Non perché desideriamo tornare indietro, ma perché sentiamo la necessità di recuperare qualcosa che apparteneva a quel modo di vivere: la possibilità di dare un ritmo alle giornate, di ripetere un gesto senza fretta, di sederci davanti a un foglio e lasciare che quello che abbiamo dentro trovi finalmente una forma.

In questo senso Tutte le mattine di Sybil è molto più contemporaneo di quanto sembri.

Non per la sua forma narrativa.

Per il bisogno che quella forma, oggi, riesce ancora a farci sentire.

Virginia Evans autrice di Tutte le mattine di Sybil - ilRecensore.it

Virginia Evans è un’autrice statunitense, vincitrice nel 2026 del Women’s Prize for Fiction.

Ha conseguito la laurea triennale in letteratura inglese presso la James Madison University.

Nel 2019, insieme alla sua famiglia, si è trasferita dagli Stati Uniti a Dublino per frequentare un master in scrittura creativa presso il Trinity College di Dublino.

Nel 2026 Rizzoli pubblica in Italia Tutte le mattine di Sybil, vincitore del Women’s Prize for Fiction.

Autore

  • Patrizia Picierro

    Socia fondatrice della Rivista ilRecensore.it
    SEO Content Creator, traduttrice, Blogger e firma di interviste e recensioni su vari siti letterari.

    Cresciuta a Goethe e cioccolata, ho trascorso gran parte della vita tra l’Italia, la Germania e la Francia, apolide nel Dna tanto quanto nel Pensiero.
    Gli studi classici prima e Scienze Politiche poi, hanno sviluppato il mio senso critico, sfociato poi nella mia vita da BookBlogger.
    Sono sempre in cerca della storia perfetta.
    In borsa porto Joyce e Jackson, le penne che compro in giro per il mondo e tanta passione.

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