Effetto Proust: i sette volumi
Effetto Proust: i sette volumi

Effetto Proust: 15 – La parte dei Guermantes

Seconda parte: La parte dei Guermantes

Oltre ai Guermantes, in tutte le loro ramificazioni genalogiche, nel terzo volume si ritorna al tema dell’irrazionalità dell’amore, della gelosia come male incurabile, attraverso la storia di Robert de Saint-Loup e la sua amante Rachel; lui ha perso la testa vedendola recitare a teatro, iniziando ad andare ad ogni replica per assistere alla trasfigurazione artistica di una ragazza comune (e sembra di cogliere un’occulta citazione di Sylvie di Gerad de Nerval).

Ma le pagine che reputo più significative sono quelle legate agli episodi della telefonata alla nonna e al cambio delle scarpette di Oriane. 

Iniziamo dalla telefonata, che è uno dei momenti in cui il rapporto fra Marcel e sua nonna si sovrappone al vissuto biografico del rapporto tra Proust e la madre.

Non amiamo e non riteniamo utile, in linea geneale, usare la vita di Proust per capire la sua opera. È stato lui stesso, nel celebreContro Saint-Beauve, ad esigere dai lettori una distanza tra la biografia dello scrittore e la voce autoriale.

Eppure, spulciando nella biografia di Marcel Proust scopriamo che in una vacanza giovanile a Fontainebleau, Proust patì una notte una terribile solitudine e angoscia, che lo portò l’indomani a telefonare alla madre.

L’esperienza della lontananza e dell’assenza che tale telefonata gli lasciò, la trasformó in un racconto che fece recapitare alla madre e che poi riapparve nel Jean Santeuil.

Il modo in cui Proust descrive l’esperienza di una telefonata è una delle dimostrazioni di quanto anche il vissuto più banale riesce, attraverso la sua penna, ad essere una rivelazione esistenziale.

«È la sua voce che ci parla, che è lì. Ma com'e lontana! [...] Presenza reale, certo, questa voce così vicina - nella separazione effettiva! Ma anticipazione, anche, d'una separazione eterna! Molte volte, ascoltando in questo modo, senza vedere colei che mi parlava da lontano, mi è parso che quella voce risuonasse dalle profondità senza ritorno, e ho conosciuto l'ansia che m'avrebbe afferrato un giorno, quando una voce sarebbe tornata così (ma sola, e sciolta ormai da un corpo che non mi sarebbe più dato rivedere) a sussurrare al mio orecchio qualche parola che avrei voluto baciare al suo passaggio su labbra ridiventate polvere per sempre1».

La telefonata, infatti, è solo un presagio. Al ritorno a Parigi, rivedendola, Marcel avrà una prima terribile fenomenologia del Tempo, che si rivelerà interamente nell’ultimo volume. Il distacco gli fa vedere la nonna senza i filtri dell’abitudine trova una vecchia malata, di cui quasi stenta a riconoscere la voce e le fattezze.

È il primo importante addio che i lettori della Recherche devono fare: quello alla nonna del narratore, che si chiama Bathilde come una regina franca, moglie di Clodoveo II, poi venerata come santa. La leggenda degli snervati di Jumièges, cui fa riferimento anche Proust, crea un legame tra l’inerzia fisica e psichica fra i figli di Bathilde e il nipote (ossia il narratore) della Bathilde personaggio. Questa è una delle funzioni magiche dei Nomi nell’opera proustiana.

E poi, dicevamo, l’episodio delle scarpette di Oriane.

Qui Proust mostra che, quando vuole, la sua penna è anche capace di cattiveria. La cattiveria rivelatrice dell’animo umano, libera da qualsiasi pietà o giustificazione.

Siamo alla fine del terzo volume e, prima di congedare i suoi lettori, Proust dona questa manifestazione delle altezze cui può giungere la meschinità umana. I duchi stanno per uscire per andare ad un importante ricevimento. In quel momento arriva Charles Swann, l’amico di una vita, che dice loro di avere una malattia che gli lascia poco tempo da vivere. 

A questo punto Oriane si trova davanti ad un bivio:

«Trovandosi, per la prima volta in vita sua, al bivio fra due doveri così diversi come salire sulla sua carrozza per recarsi a un prsnzo, e testimoniare pietà a un uomo che sta per morire, non rintracciava nel codice delle convenienze alcuna indicazione circa la giurisprudenza da seguire e, non sapendo a quale dare la preferenza, pensò di fingersi convinta che la seconda alternativa non si ponesse nemmeno2».

Oriane risponde che non è possibile, che Swann scherza e, incalzata dal marito, che la informa che mancano dieci minuti e che Madame de Saint-Euverte non tollerava il ritardo, gli propone di venire a parlarne poi a quattr’occhi a colazione. («per Madame de Guermantes – chiosa Proust – tutto si risolveva sempre in una colazione»).

E, a questo momento, il coup de théâtre: salendo in carrozza, Oriane mette il piede sul predellino e il marito si accorge che, interamente vestita di rosso, ha le scarpe nere ai piedi.

Basil le dice di andare subito a mettersi le scarpe rosse e, quando Oriane gli ricorda che sono in ritardo (e del resto Swann stava ancora ascoltando) e che devono scappare, Basil candidamente afferma:

«Ma no, c’è tutto il tempo. [...] E poi che volete? fossero anche le otto e mezzo, ci aspetteranno, non potete certo uscire con il vestito rosso e le scarpe nere3».

Come se non bastasse, poi il duca di Guermantes si vanta con Swann che, se non ci fosse stato il marito, Oriane sarebbe andato al ricevimento con le scarpe nere. E Swann, rassicura che non stavano affatto male le scarpe. Il volume di conclude con il duca che parla dei suoi disturbi intestinali al Swann moribondo, per poi salutarlo con il beneaugurante: «Ci seppellirete tutti!».

È la perfetta conclusione di un romanzo che in quelle lunghe – e talora estenuanti – sequenze dialogiche ha fatto emergere l’insulsaggine delle relazioni umane, la vicinanza sociale che non sopprime ma anzi alimenta la distanza fra le persone. E Proust lo racconta senza quella malinconia che riserva agli affetti più veri (madre, nonna) ma addirittura con ferocia.

Per chi, come la sottoscritta, nella sua prima lettura della Recherche aveva subito il fascino di Oriane, se ne era – al pari di Marcel – invaghita, l’episodio delle scarpe è feroce perché strappa la maschera alla dea. E perfino l’amato Swann, fatto della stessa sostanza dei sogni, esce fuori come uno strumento e un complice della chiacchiera futile. 

Proust è quindi un narratore della mondanità? Sì, se si intende la mondanità un osservatorio speciale della cattiveria e della stupidità umana, anzi essa è il luogo in cui due dei peggiori mali dell’uomo contemporaneo vengono fuori con nitidezza: lo snobismo e lo spreco del tempo.

Da questi e da altri mali la Recherche vuole tracciare il cammino di redenzione.


1  Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, volume secondo, trad. di Giovanni Raboni, Mondadori, Meridiani, Milano 2006, pag. 157

2   Ivi, p. 715.

3  Ivi, p. 716.

Autore

  • Deborah Donato

    Laureata in filosofia, ha pubblicato testi su Wittgenstein, la cultura viennese di inizio Novecento, e ha tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Appassionata di letteratura russa e fanatica proustiana, è attualmente insegnante, critica e lettrice accanita.

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