Cosa leggono gli scrittori: Piperno e Mari - reportage - ilRecensore.it
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Cosa leggono gli scrittori: A. Piperno e M. Mari leggono Auto da fé di Elias Canetti.

Cosa leggono gli scrittori: il reportage di un confronto coltissimo tra Alessandro Piperno e Michele Mari

Cosa leggono gli scrittori: Alessandro Piperno e Michele Mari - ilRecensore.it
Alessandro Piperno e Michele Mari al Salone del libro di Torino 2026

C’è qualcosa di profondamente ironico, e forse perfino inevitabile, nel vedere Alessandro Piperno e Michele Maridiscutere di Auto da fé: due intelligenze letterarie che si aggirano attorno a un libro che parla, in fondo, della rovina dell’intelligenza stessa quando smette di tollerare il mondo.

Non una semplice conversazione critica, dunque, ma un incontro fra ossessioni. Fra biblioteche mentali. Fra uomini che conoscono troppo bene il peso specifico dei libri.

ilRecensore.it ha partecipato a questo dialogo magnetico, coltissimo e a tratti vertiginoso, in cui la letteratura non è stata evocata come repertorio di citazioni, ma come organismo nervoso, febbrile, ancora capace di parlare al presente.

Piperno introduce Canetti quasi come si introduce un animale raro: “Canetti è un tipico paradosso del Novecento. Uno scrittore che ha scritto moltissimo ma ha pubblicato pochissimo”; uno scrittore immenso e insieme marginale, celebrato e poco letto, autore di un solo romanzo pubblicato, ma sufficiente per entrare nella geografia dei grandi cataclismi del Novecento.

E non è casuale che abbia scelto proprio Mari per affrontarlo. Perché se esiste oggi, nella letteratura italiana, uno scrittore che abbia costruito la propria opera come una cattedrale di feticismi culturali, ossessioni linguistiche, simulacri libreschi e combustioni intellettuali, quello è Michele Mari.

Basta attraversare libri come Tutto il ferro della Torre EiffelVerderame o il recentissimo I convitati di pietra per capire quanto la letteratura di Mari sia abitata da reliquie, manie, mitologie private, fantasmi culturali che divorano la realtà. Non stupisce, allora, che Piperno definisca Auto da fé “il libro più adatto allo scrittore che è”.

Mari racconta il suo incontro con Canetti attraverso un episodio quasi perfettamente mariano: pubblica il suo primo libro, riceve recensioni che lo accusano di somigliare a Canetti… senza averlo mai letto.

Una situazione degna di Borges dopo una notte insonne passata in una biblioteca infestata.

Michele Mari - ilRecensore.it

Rimasi deluso”, dice sorridendo. “Non sapevo nemmeno se mi piacesse o no, se avessi scritto un imitatore o una variante inconsapevole di un monumento”. Così corre a comprare il libro e scopre qualcosa di diverso da una semplice influenza: “Lo lessi e lo trovai subito meraviglioso, impressionante. Ho vissuto quel processo di lettura come un’immersione in un altro universo”.

Ed è qui che il dialogo smette di essere una presentazione e diventa qualcosa di più raro: una riflessione sulla malattia dei libri.

Il protagonista del romanzo, Peter Kien, sinologo misantropo e sovrano assoluto della propria biblioteca, non ama i libri come li amiamo noi comuni lettori. Li respira. Li sostituisce al mondo.

La sua biblioteca non è un luogo: è una patria metafisica. Canetti scrive che “la migliore definizione di patria è la biblioteca”, e Mari insiste su questo punto con lucidità quasi crudele: “Per Peter Kien i libri sono usati al posto delle persone”.

Kien non cerca nei libri conoscenza o consolazione. Cerca immunità. Le persone sono rumore, sudore, caos, contaminazione. I libri invece obbediscono.

Piperno allora interviene osservando come tutto il romanzo viva di una dialettica continua fra ordine interiore e caos esterno: “Più il mondo è folle, più la biblioteca deve seguire il proprio ideale platonico”. È una frase che sembra descrivere non solo Kien, ma una certa idea estrema di letteratura: la cultura come difesa ossessiva contro la contaminazione della realtà.

Eppure Auto da fé è precisamente il romanzo della contaminazione.

Alessandro Piperno - ilRecensore.it

La tragedia comincia quando il mondo entra nel tempio. Therese, la governante che Kien sposa credendo di poterla trasformare in una silenziosa custode dei suoi volumi, rappresenta l’irruzione della materia dentro l’astrazione.

Ed è magnifico il modo in cui Mari legge questa catastrofe: “L’errore della sua vita è sentirsi così protetto dai libri da concedersi il lusso di uscire dal suo tempio”.

Poi arriva uno dei passaggi più affascinanti dell’incontro, quando Mari descrive la contaminazione della biblioteca come un evento quasi sacrilego: “La prima dolorosa contaminazione consiste nell’introduzione dei servizi igienici. Nel momento in cui un lavabo e un bidet vengono collocati tra una fila di libri e l’altra, il danno è fatto”.

Non come semplice satira dell’intellettuale alienato, ma come crollo fisico di un sistema simbolico. Il momento decisivo non è un tradimento, né una lite, né una rivelazione morale. È l’arrivo del bagno nella biblioteca. Il lavabo fra gli scaffali. Il bidet accanto ai libri. La civiltà che si infiltra nel sacrario.

Canetti, spiegano entrambi, costruisce un romanzo che progressivamente smette di assomigliare al realismo e slitta verso qualcosa di deformato, allucinato, quasi carnevalesco. Vienna diventa un teatro grottesco abitato da pazzi, truffatori, megalomani, nani scacchisti convinti di poter battere Capablanca, masse che premono come un organismo cieco e minerale. E mentre il mondo si deforma, Peter Kien si pietrifica.

Piperno nota che il libro “inizia come un romanzo realistico e lentamente smette di esserlo”, fino a scivolare in qualcosa che sfiora il delirio metafisico.

Auto da fé di Elias Canetti - ilRecensore.it

Mari allora pronuncia una delle frasi più belle dell’incontro: “Peter Kien, all’inizio del libro, vuole elevarsi sopra il mondo. Ma più il mondo entra in lui, più smette di essere umano”.

E aggiunge, ricordando una pagina centrale del romanzo: “Canetti non dice che diventa come una statua. Dice che diventa acciaio”. È la grande intuizione di Canetti: chi tenta di salvarsi dalla follia del mondo attraverso la purezza assoluta finisce per disumanizzarsi più del mondo stesso.

Ed è impossibile non sentire, sotto tutta la conversazione, il fantasma di Massa e potere. “Le parole che ancora non sono uscite nel romanzo”, osserva, “ma che incombono continuamente, sono le parole massa e follia”. Piperno lo sottolinea chiaramente: Auto da fé nasce negli anni in cui le masse europee stanno per consegnarsi ai totalitarismi.

La paura di Canetti non è soltanto culturale. È antropologica. La massa appare come energia irrazionale, forza minerale, pressione che annulla l’individuo. Ma il romanzo evita ogni tesi ideologica diretta. Preferisce la deformazione, il paradosso, il ridicolo. Per questo è modernissimo.

È qui che il dialogo fra Piperno e Mari diventa davvero elettrico: entrambi sembrano riconoscere che solo deformando la realtà si può raccontarne l’orrore.

Il finale, inevitabilmente, approda al fuoco. Mari lo racconta quasi con tenerezza: “Il libro si conclude con il fuoco, ma l’ultima cosa che ci viene detta è che lui ride”. Una risata terminale, apocalittica, quasi carnevalesca.

Non resta tristezza”, conclude. “Resta un momento di grande esaltazione”. Il fuoco che distrugge tutto non è solo distruzione: è liberazione grottesca, carnevale apocalittico, ultimo spasmo di una mente che non ha mai saputo abitare il mondo senza volerlo dominare.

Il risultato è stato uno di quegli incontri rari in cui gli scrittori non parlano “di libri”, ma parlano da dentro i libri. Piperno conduce con la precisione brillante del grande lettore-saggista; Mari risponde come chi attraversa la letteratura non per interpretarla, ma per scoprirne le nervature.

E forse la vera domanda lasciata aperta da questo confronto è inquietante proprio perché riguarda tutti quelli che leggono ossessivamente: quanto può diventare pericoloso amare i libri più degli esseri umani?

Canetti, del resto, una risposta l’aveva già data. E brucia ancora.

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Autore

  • Patrizia Picierro

    Socia fondatrice della Rivista ilRecensore.it
    SEO Content Creator, traduttrice, Blogger e firma di interviste e recensioni su vari siti letterari.

    Cresciuta a Goethe e cioccolata, ho trascorso gran parte della vita tra l’Italia, la Germania e la Francia, apolide nel Dna tanto quanto nel Pensiero.
    Gli studi classici prima e Scienze Politiche poi, hanno sviluppato il mio senso critico, sfociato poi nella mia vita da BookBlogger.
    Sono sempre in cerca della storia perfetta.
    In borsa porto Joyce e Jackson, le penne che compro in giro per il mondo e tanta passione.

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