il silenzio di Atlanta - ilRecensore.it
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IL SILENZIO DI ATALANTA di Kirsten Sundberg Lunstrum

Seattle, 1951. Bernadette Baston lavora in università come specialista dell’apprendimento del linguaggio, unica donna in un ambiente di soli uomini. Un giorno viene convocata al penitenziario dell’isola di Elita per occuparsi di un caso singolare: nei boschi circostanti è stata ritrovata una ragazzina che non parla. È una creatura selvaggia, il suo passato è un mistero, e viene ribattezzata Atalanta, come l’eroina della mitologia greca. Bernadette ne è subito affascinata: quella ragazzina, capace di sopravvivere da sola in un territorio ostile, incarna la libertà che lei vorrebbe per sé e per la figlia Willie, che sta crescendo senza il marito Fred, uscito dalle loro vite senza spiegazioni. Ostacolata dal personale del carcere, Bernadette si dedica al caso con passione insieme al detective Norquist, ma ogni pista si infrange contro il muro di segreti della comunità dell’isola, finché l’improvviso ritorno del marito minaccia la sua ricerca e la sua indipendenza.

Il silenzio di Atalanta è una ferita mai davvero raccontata. Nel mito greco, Atalanta è un nome che porta con sé l’idea di un corpo sottratto alla civiltà e restituito a condizioni proprie e autonome. Un nome, insomma, che promette molto.

Quando in questo romanzo due guardie carcerarie si imbattono in una ragazzina muta, seminuda, nascosta nei boschi di un’isola-prigione, e qualcuno decide di chiamarla Atalanta, non si sta semplicemente colmando un’anagrafe vuota: le si sta cucendo addosso significato preciso. Darle quel nome significa già stabilire cosa lei rappresenti, prima ancora di sapere chi sia e trasformarla in un caso da studiare, da ricondurre entro i confini del linguaggio. Perché lei non parla, e non parlerà quasi mai nel corso del libro.

È da questa premessa che ci si aspetterebbe partisse tutta la costruzione narrativa. La ragazza sembra soffrire di un mutismo post-traumatico, e la trama dovrebbe muoversi, in teoria, per colmare quel vuoto, per restituire una voce a chi sembra averla perduta, o non averla mai posseduta davvero. Il risultato, però, è più modesto delle aspettative: una lettura scorrevole, anche piacevole, ma priva delle note a margine che avrebbero dato spessore a scelte lasciate a metà. Il titolo stesso ne è la spia più evidente: quel silenzio annunciato in copertina non trova mai una vera messa a fuoco, come se l’autrice avesse preferito la suggestione all’approfondimento.

Della ragazza, che non esito a definire una pseudo-protagonista, si parla, di fatto, pochissimo. L’impianto simbolico avrebbe potuto reggere benissimo se fosse stato messo davvero al servizio del personaggio; resta invece un’eco mitologica più che una presenza viva, evocata per sommi capi e recuperata solo nel finale. Viene da chiedersi, poi, perché tenerla reclusa proprio in un’isola-penitenziario modello Alcatraz; un’ambientazione così estrema (isolamento totale, sorveglianza, distanza dal mondo) avrebbe richiesto uno sguardo molto più ravvicinato sulla sua storia, che invece manca quasi del tutto. Leggendo, torna alla mente Don’t Say a Word (film del 2001, dal romanzo di A. Klavan), dove il mutismo della protagonista è la storia stessa, ascoltato nelle sue assenze e fatto parlare indirettamente attraverso simboli e comportamenti. Qui, quando la vicenda arriva finalmente a risolversi, lo fa con una fretta tale da rendere le rivelazioni quasi evanescenti.

Se la ragazza è assenza, Bernadette Baston occupa lo spazio lasciato vuoto, diventandone, rumorosamente, il vero centro. Insegna a Seattle, vive da sola perché il marito ha anteposto la carriera alla famiglia, cresce una figlia senza aiuti, si mantiene da sola. Siamo negli anni Cinquanta, dentro un’America maschilista che il romanzo fotografa con un realismo che, va detto, suona ancora fin troppo attuale. Sono queste le pagine in cui il libro sembra sapere con precisione cosa vuole raccontare, ed è un colpa che non siano anche il suo titolo dichiarato.

A coinvolgere Bernadette è Nora Reach, l’assistente sociale che segue il caso e che avrebbe potuto diventare il vero ponte fra il mistero della ragazza e la sua origine; resta invece una figura sospesa. Così come gli incontri fra Bernadette e la giovane sono discontinui e poco efficaci sul piano terapeutico: manca quel lento avvicinamento fatto di piccoli segnali che rende credibile un percorso di cura con un paziente traumatizzato. Più che una specialista che cura, Bernadette agisce come un’investigatrice che raccoglie indizi e insegue ipotesi.

È nella cornice geografica, a mio avviso, che il romanzo trova il suo momento migliore. Elita e Adela non sono semplici isole gemelle, ma due facce della stessa medaglia, due modi diversi di reagire a un trauma collettivo. Elita è la reclusione fisica, il modello carcerario portato alle sue estreme conseguenze. Adela è invece il luogo in cui sono stati trasferiti gli abitanti di Elita, ed è lì che si consuma l’isolamento più inquietante: quello psicologico di un’intera comunità che ha scelto il silenzio come forma di complicità.

È questo, credo, il vero colpo di scena del libro, forse anche all’insaputa della sua autrice: l’incognita non è mai stato Elita, che ne è solo il sintomo visibile. Il nodo oscuro è Adela, popolata da persone reticenti e curiose, un’isola di piccoli demoni travestiti da vicini di casa. Un’intuizione notevole, che avrebbe meritato ben più spazio e uno sguardo assai più tenebroso: il romanzo non la inquadra mai fino in fondo, lasciandola, come già accaduto con la ragazza e con Nora, incompiuta.

In questo scenario Bernadette completa, invece, la propria trasformazione personale e professionale: al fianco del detective Norquist diventa a tutti gli effetti il suo braccio destro, non più la specialista del linguaggio, ma un’investigatrice a tutto tondo. È un’evoluzione che funziona sul piano del personaggio, ma conferma, come già detto, anche la scelta di fondo del libro: un giallo investigativo travestito da romanzo psicologico.

Una considerazione personale.

Chiuso il libro, resta la sensazione di aver sfiorato il titolo. È questa la mia riserva principale: la scelta di privilegiare l’impianto investigativo, a tratti persino sbrigativo, a scapito di ciò che era davvero inquietante: il rapporto fra Adela e la ragazza.

Adela è l’isola che ha visto tutto: il bene, quando ancora esisteva e il male vero, quello che si insinua nelle case e nelle abitudini di una comunità fino a diventarne parte costitutiva. È una storia mostruosa, percepibile più nei non detti dei suoi abitanti che in qualsiasi dialogo esplicito del romanzo: è lì, in quell’isola di gente reticente e complice, che si nasconde il vero orrore, nella normalità apparente di una società che ha scelto di lasciare che le cose accadessero.

Per questo, arrivata all’ultima pagina, ripenso al titolo con occhi diversi da quelli con cui avevo iniziato la lettura. La ragazza non è libertà, e non lo è mai stata: è cresciuta, oserei dire, in cattività, dentro una gabbia fatta non solo di sbarre ma di omissioni. La sua non è la storia di un’eroina mitologica che rifiuta il mondo per scegliere la propria strada, ma quella di una vittima prodotta da mostri che il romanzo, purtroppo, non ha il coraggio di guardare fino in fondo. Mostri dal volto ordinario, in un’America anni Cinquanta patriarcale, sospettosa, chiusa nei propri pregiudizi, ma tutt’altro che confinata a quel decennio; sono gli stessi mostri che riconosciamo ancora oggi, in quella sottocultura dell’ignoranza e del silenzio collettivo che continua a proteggere chi fa del male più di chi lo subisce.

Un’ultima menzione, non scontata, va alla nota della traduttrice, tra gli elementi più illuminanti del volume, forse più del romanzo stesso. La traduttrice evoca la libertà, ma per Atalanta quella libertà non è mai davvero esistita. Il romanzo sfiora questa contraddizione senza mai attraversarla fino in fondo, lasciandola, come già per la ragazza e per Nora, un’eco incompiuta.

Resta, in definitiva, un libro che poteva essere inquadrato meglio: più coraggioso nel dare voce al silenzio della sua co-protagonista, più determinato a scavare nell’oscurità di Adela. Ma resta anche un’opera che, nonostante i suoi limiti, lascia la sensazione di aver guardato per qualche ora dentro l’orrore ordinario e la malvagità silenziosa che certe comunità sanno costruire e proteggere senza mai pronunciare una parola. Anche oggi, l’America ne è piena.

TITOLO: IL SILENZIO DI ATALANTA

AUTORE: Kirsten Sundberg Lunstrum

TRADUTTRICE: Clara Nubile

EDITORE: NNE

GENERE: thriller psicologico – mistery

Autore

  • Nico

    Socia fondatrice della rivista Il Recensore.it, LA NEMESI nella redazione di IlRecensore.it è un po' il cane sciolto. La parte cattiva e sarcastica, se vogliamo dirla tutta. Non tollera gli scopiazzatori letterari!

    Oltre ai libri, tra le sue passioni, ci sono i ferri circolari.

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