Amara Lakhous - ilRecensore.it
Amara Lakhous - ilRecensore.it

Amara Lakhous: «Ogni lingua aggiunge occhi nuovi sul mondo»

A tu per tu con Amara Lakhous, in occasione del Salone del libro di Torino

Amara Lakhous - ilRecensore.it

Amara Lakhous è uno di quegli autori che hanno trasformato la letteratura in un territorio di frontiera.

Nato ad Algeri, vissuto per anni in Italia e oggi docente universitario negli Stati Uniti, Lakhous attraversa da sempre lingue, culture e identità differenti, costruendo romanzi che mettono continuamente in discussione il concetto stesso di appartenenza.

Il pubblico italiano lo ha conosciuto soprattutto grazie a Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio, romanzo diventato un caso editoriale internazionale e capace di raccontare l’Italia multiculturale con ironia, intelligenza e una straordinaria capacità di osservazione sociale, tradotto in dieci lingue e adattato per il cinema nel 2010.

A quel libro sono seguiti Divorzio all’islamica a viale MarconiContesa per un maialino italianissimo a San Salvario e La zingarata della verginella di Via Ormea, opere in cui Lakhous ha utilizzato spesso il filtro della commedia per esplorare le tensioni dell’integrazione, del linguaggio e dell’identità contemporanea.

Con La fertilità del male, pubblicato da E/O e tradotto dall’arabo da Francesco Leggio, lo scrittore cambia completamente registro.

Il romanzo ci porta a Orano, il 5 luglio 2018, giorno dell’Indipendenza algerina. Miloud Sabri, ex eroe della guerra di liberazione nazionale, viene trovato morto nella sua villa con il naso mozzato, una mutilazione che durante la rivoluzione veniva riservata ai traditori. Da qui prende avvio un noir politico che usa l’indagine criminale per attraversare la storia dell’Algeria: il colonialismo francese, la rivoluzione, il terrorismo degli anni Novanta, le ferite mai chiuse di una memoria collettiva ancora irrisolta.

La fertilità del male - ilRecensore.it

Più che un semplice giallo, La fertilità del male è un romanzo sulla memoria, sul potere e sul tradimento degli ideali rivoluzionari. Un libro che utilizza il noir per raccontare ciò che spesso resta fuori dalle celebrazioni ufficiali: le contraddizioni, le rimozioni, la paura di fare davvero i conti con il passato.

Durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, grazie alla collaborazione dell’ufficio stampa E/O, abbiamo incontrato Amara Lakhous per parlare proprio di questo romanzo così diverso rispetto ai suoi precedenti lavori.

Non una semplice intervista, ma una conversazione viva, irregolare, aperta, dove il romanzo è diventato un punto di partenza per parlare di appartenenza, potere, memoria storica e trasformazioni dell’identità contemporanea.

La conversazione si è trasformata rapidamente in qualcosa di più ampio: un dialogo sulla complessità dell’identità, sul rapporto tra lingue e memoria, sulla letteratura come strumento per attraversare culture differenti.

Fin dall’inizio l’atmosfera è stata spontanea.

Gli ho raccontato subito il mio impatto con il romanzo:

“Non avevo ancora approcciato la sua narrativa. Sono rimasta affascinata. Si va oltre il genere noir, c’è tantissima storia dentro questo libro.”

Grazie, mi fa un grande piacere,” ha risposto sorridendo.

E infatti una delle cose che colpiscono maggiormente leggendo La fertilità del male è proprio il modo in cui il noir diventa uno strumento per raccontare una realtà storica e politica estremamente complessa.

“Raccontare una realtà algerina per un pubblico che non è algerino è complicato,” mi ha spiegato. “È una sfida.”

Una parola è tornata continuamente durante la conversazione: sfida.

La sfida di cambiare registro narrativo.
Sfida di tornare alla lingua araba dopo anni di scrittura in italiano.
La sfida di raccontare un’Algeria complessa senza semplificarla per renderla più “leggibile” allo sguardo occidentale.

Da lì è nata una delle domande centrali della nostra conversazione.

Amara Lakhous con Patrizia Picierro - intervista - ilRecensore.it

“Il fatto di aver scelto il noir le ha dato una libertà maggiore per approfondire tutte le sfumature della società algerina?”

“Assolutamente sì,” ha risposto. “Il noir è un terreno fertile. Dopo aver raccontato la realtà italiana usando il registro della commedia all’italiana, quando sono tornato a raccontare l’Algeria ho capito che quella chiave non poteva funzionare.”

Poi ha aggiunto una riflessione interessantissima sull’origine stessa del romanzo:

“Negli anni Novanta la storia algerina è stata fatta di massacri, omicidi, terrorismo. Mi sono chiesto: com’è possibile che noi algerini, con tutta questa storia, non abbiamo sviluppato un vero noir? I nordici, con pochissimi omicidi, hanno creato il noir scandinavo.”

A quel punto gli ho chiesto se avesse sentito il bisogno di “filtrare” alcuni aspetti culturali per renderli più comprensibili al lettore occidentale.

Questa è una bellissima domanda,” mi ha detto. “Il romanzo nasce da una sfida personale. Io sono ossessionato dalla creatività. Non voglio ripetermi. E poi volevo tornare alla lingua araba portando con me tutto quello che avevo imparato vivendo e scrivendo in italiano.

La sfida, dopo aver vissuto dentro la lingua italiana, la letteratura italiana, era tornare a scrivere in arabo, perché sono scrittore bilingue.

Quindi ho detto, sarebbe bello portare tutto questo savoir faire, tutto quello che ho imparato, portarlo lì. E portare anche Leonardo Sciascia, che è uno degli scrittori di riferimento.”

Nel corso della conversazione è emerso continuamente il legame tra Algeria e Italia. Non soltanto sul piano culturale, ma anche storico e politico.

L’Italia mi ha aiutato a capire molte cose dell’Algeria,” ha raccontato. “I depistaggi, il potere nascosto, certe dinamiche… il romanzo nasce anche da questo bagaglio.”

Parlando del libro, siamo arrivati inevitabilmente al tema del tradimento.

“Nel romanzo ritorna continuamente il tradimento: politico, personale, generazionale. Secondo lei le rivoluzioni tradiscono inevitabilmente se stesse?”

La rivoluzione è fatta da esseri umani,” ha risposto. “Guardiamo due persone che si amano: possono finire per combattersi senza pietà. Anche le rivoluzioni funzionano così.”

Da lì il discorso si è allargato alla memoria storica e alle ferite che le società spesso preferiscono non affrontare.

Molte società hanno paura di toccare le proprie ferite,” ha detto. “Perché toccarle significa pagare un prezzo. Ma quando una ferita viene lasciata lì troppo a lungo, diventa qualcosa di ancora più grave.

Amara Lakhous con Patrizia Picierro in occasione del Salone del libro di Torino - ilRecensore.it

Uno dei momenti più interessanti dell’intervista è arrivato parlando di identità. Forse perché entrambi conoscevamo quella sensazione di trasformazione continua che nasce vivendo tra paesi diversi, lingue differenti e culture che inevitabilmente finiscono per cambiarti.

Viviamo in un’epoca che pretende identità nette,” gli ho detto.

Ma l’identità non è una pizza margherita,” ha risposto ridendo. “Non bastano pochi ingredienti fissi. L’identità cambia continuamente.

La vera identità, secondo me, è quello che noi costruiamo”

Qual è la parte di sé che è venuta fuori ritornando alla sua lingua madre?

“Per essere sincero, non so rispondere.

Perché non posso guardarmi, forse ho bisogno di uno specchio, qualcuno che arriva ad aiutarmi a guardare me stesso. Però vedo un cambiamento, vedo un cambiamento nella mia visione

Poi ha usato una metafora bellissima:

“Ogni lingua aggiunge occhi nuovi. Quando impari una nuova lingua è come se aggiungessi altri occhi sul mondo.”

Ed è forse proprio questa l’impressione più forte che lascia l’incontro con Amara Lakhous: la sensazione di trovarsi davanti a uno scrittore che utilizza la letteratura per allargare lo sguardo, complicare le definizioni semplici e attraversare i confini senza paura della complessità.

Forse è stato davvero questo il cuore della nostra conversazione: la complessità.

La complessità delle persone. Delle nazioni. Delle memorie. Dei traumi storici. E della letteratura stessa, quando decide di non semplificare il mondo ma di attraversarlo fino in fondo.

Quella con Amara Lakhous è stata molto più di un’intervista letteraria. È stata un’apertura di orizzonti, uno scambio profondamente umano e culturale, dove Algeria, Italia, Francia e Stati Uniti finivano per dialogare dentro la stessa riflessione sul presente.

Perché alcuni libri non ci consegnano soltanto una storia.

Ci insegnano a guardare con più occhi.

La Redazione de ilRecensore.it ringrazia la casa editrice E/O per la collaborazione e Amara Lakhous per la gentilezza.

Autore

  • Patrizia Picierro

    Socia fondatrice della Rivista ilRecensore.it
    SEO Content Creator, traduttrice, Blogger e firma di interviste e recensioni su vari siti letterari.

    Cresciuta a Goethe e cioccolata, ho trascorso gran parte della vita tra l’Italia, la Germania e la Francia, apolide nel Dna tanto quanto nel Pensiero.
    Gli studi classici prima e Scienze Politiche poi, hanno sviluppato il mio senso critico, sfociato poi nella mia vita da BookBlogger.
    Sono sempre in cerca della storia perfetta.
    In borsa porto Joyce e Jackson, le penne che compro in giro per il mondo e tanta passione.

    Visualizza tutti gli articoli

ilRecensore.it non usa IA nelle recensioni

X