Chianafera - ilRecensore.it
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Chianafera di Orazio Labbate

Chianafera: il fenomeno della Nachträglichkeit in questo gotico siciliano

In una Sicilia in bianco e nero, Orazio Labbate è rinchiuso nel manicomio della Madonna della Catena: è ferito, è quasi cieco, e non ricorda quale dramma lo abbia spinto laggiù. Lì, il falegname Stracquadanio gli rivela di aver fabbricato per i suoi genitori un diario – eredità familiare che diventa creatura viva, capace di divorare i ricordi e restituirli deformati. Grazie al diario, Orazio capisce di avere una missione: annientare Padre e Madre, entità unica e binaria, generatrice di cicli e rituali eterni fatti per inaridire l’infanzia e intrappolare l’anima.

Chiara Nightingale, un frammento di amore che gli appare in sogno, gli dà appuntamento a Chianafera, luogo mistico dove la missione avrà inizio. In un viaggio esperienziale all’interno del diario, Orazio raccoglie gli oggetti-simbolo della sua prigionia e incontra il proprio Doppio. Ma è solo quando fugge dal manicomio e arriva a Chianafera che il suo destino si compie: ritrova Chiara e incontra la Sfinge, che lo prepara allo scontro. Onirico e visionario, Chianafera è un viaggio negli inferi della memoria e dell’infanzia, un’autobiografia narrata per archetipi universali e riferimenti pop; dove l’amore prende la forma di una maschera di Halloween e l’età adulta è una meta da conquistare con il sacrificio. Orazio Labbate crea una Sicilia alchemica in un romanzo fatto di avventura, mito e psicanalisi, riportando la realtà dei sensi al suo significato più profondo.

Questo libro è per chi vorrebbe ascoltare le sentenze di un oracolo, per chi ha esplorato sconfinate terre selvagge giocando a Red Dead Redemption II, per chi legge e rilegge le memorie impertinenti custodite in un diario segreto, e per chi conosce il mistero prodigioso di un amore fantasmatico, che scompare in un soffio alla prima luce del mattino.

Il più intimo e il più estraneo: questo è il binomio del perturbante. Entriamo in Chianafera, nelle memorie del sottosuolo di Orazio Labbate. Solo che lui, da siciliano, il sottosuolo lo chiama dassùtta, mentre il mondo di fuori – quello della ratio – è supèrchiu

«Ho accettato lo strano sacramento della dimenticanza, catalogato il mio inconscio come fosse l’animale imbalsamato di un museo a cui è ancora, sempre, negato di accedere all’esistenza» (p. 12)

Il dentro e il fuori, il sopra e il sotto, l’inframondo, hanno molteplici chiavi di lettura, come tutto il romanzo. 

L’intimo e l’estraneo, dicevo, il fenomeno della Nachträglichkeit di freudiana memoria, ossia mediazione tra inconscio e coscienza, come narrazione dell’inconscio. Come narrare il proprio passato, se non ricostruendolo, riscrivendolo? Non si tratta di reminiscenza, la Nachträglichkeit è il legame diacronico  tra un evento e la sua immagine mentale. 

«Intraprendiamo un viaggio invernale a ritroso nell’infanzia, vero?» (p. 51) chiede il narratore al suo lettore.

È un viaggio invernale ma anche infernale. La missione del protagonista di Chianafera, Orazio Labbate è liberare OrazioLabbate (il suo doppio) da un vissuto clasustrofobico e obliato.

Non si sa se è obliato perché claustrofobico o claustrofobico in quanto obliato. Per compiere questa liberazione,  deve scegliere di propria spontanea volontà di rinchiudersi in un manicomio, intitolato alla “Madonna della Catena”. Giocando con le citazioni, il pensiero è corso a Michel Foucault e alla disamina magistrale che ne fa ne La storia della follia, come istituzione di potere e controllo sociale, non di cura. Non solo Foucault, però: il manicomio di Chianafera ha tutte le caratteristiche del Castello kafkiano e Orazio Labbate (personaggio) novello K., si ritrova in quella struttura labirintica e deserta senza che il lettore sappia il perché.

Simbolo dell’inconscio o luogo di potere?

Di certo il manicomio è l’inizio di una discesa agli inferi, il cui stramplato Virgilio sarà Angilino (è un Angelo) Stracquadanio, donatore di un oggetto magico: un diario.

Allo stesso tempo un altro oggetto magico sarà una benda – quella data da Zino  Whitaker – con cui Orazio vedrà le forme, vagando senza nome. 

Se ho parlato di oggetti magici e di aiutanti (benché molto inquietanti) è perché Chianafera è anche una favola gotica, in cui i simboli si intrecciano e si mescolano. Chianafera è un luogo u-topico, cioè un non-luogo.

È in realtà una parte meno nota di Butera, la parte periferica, ma a me piace pensarla come una nostrana Derry, luogo in cui le paure archetipiche acquistano visibilità. Tornando al concetto freudiano di apres coup, Chianafera è un’immagine prodotta dal volere narrare l’indicibile. È atemporale come ogni inconscio ed è riscrittura ed ermeneutica.

Narrare l’indicibile – il trauma dell’infanzia, il rapporto doloroso con i genitori – significa essenzialmente tradurre in una lingua dicibile ciò che è senza parole.

Ed è proprio nel piano linguistico che Chianafera si gioca la sua partita con il lettore, vincendola. «Ci sono i margini intoccabili del cimitero linguistico quando si torna ai luoghi dell’infanzia, vero?» (p. 46). Ho trovato molto bello che le notazioni più importanti per l’interpretazione del testo siano fatte sotto forma di domanda. Labbate invita il lettore a giocare con lui, a divenire ermeneuta del mondo ambiguo e misterico di Chianafera. La lingua è preziosa, alcune parole siciliane come gemme brillano in una prosa se non aulica, di certo colta, che ha in Bufalino e in Consolo, talora anche nell’oscurità di D’Arrigo i propri antecedenti letterari.

È una narrativa che sembra concentrarsi sulla parola – aggiungo finalmente qualcuno lo fa – e sul valore ancestrale dei simboli, forme simboliche che travalicano l’individualità per diventare inconscio collettivo.

Archetipi che possono anche fungere da zavorra da cui è necessario liberarsi per andare avanti: «L’angoscia dell’educazione passata, tramandata, deve essere bandita, grazie all’incendio degli archetipi, alla distruzione dell’origine» (pp. 64/65). E come un novello Zarathustra, Orazio Labbate deve mordere la serpe che lo attanagliava; solo allora potrà ridere (cfr. p. 39).

Riconoscersi, superare la fase dello specchio, accedere a «quella beatitudine della ripetizione, del recupero, del vissuto. Perciò egli non ha speranza di novità per altra via che non sia quella del ritorno» come scrisse Walter Benjamin in Agesilaus Santander.

Orazio Labbate autore di Chianafera - ilRecensore.it

Orazio Labbate (1985) è nato e cresciuto a Butera, in Sicilia. Autore di romanzi e saggi, nel 2018 ha vinto il Premio Rocco Federico per la narrativa.

Dal suo romanzo Lo Scuru è stato tratto il film omonimo – vincitore del PremioTertio Millennio Opera Prima –, oltre a un videogioco prodotto daTiny Bull Studios.

Dirige la collana “Interzona” di Polidoro e scrive come critico letterario per La Lettura. 

Autore

  • Deborah Donato

    Laureata in filosofia, ha pubblicato testi su Wittgenstein, la cultura viennese di inizio Novecento, e ha tradotto testi di Hegel e Schrödinger. Appassionata di letteratura russa e fanatica proustiana, è attualmente insegnante, critica e lettrice accanita.

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