Wittgenstein urlava a scuola: le sfide di un’insegnante precaria nel romanzo di Lucrezia Lerro
Sinossi
In una scuola elementare di Milano, Matilde affronta la sua prima supplenza con più paure che certezze. Tra corridoi rumorosi e colleghe diffidenti, scopre subito che la vera sfida non sono le lezioni, ma le ingiustizie che si consumano tra i banchi. Key, un bambino nigeriano appena arrivato in classe, diventa il bersaglio di pregiudizi, discriminazioni e cattiverie gratuite.
Matilde riconosce in lui le ferite della propria infanzia e decide di proteggerlo, anche a costo di scontrarsi con maestre, genitori e direttore scolastico. Il ricordo di Wittgenstein – il filosofo che non seppe trattenere la propria voce e la propria rabbia in classe – diventa per lei un simbolo, un nome segreto che affida al bambino, come segno di resistenza e dignità.
Con una scrittura intensa e diretta, Lucrezia Lerro racconta una scuola dove bullismo e razzismo si intrecciano con le fragilità degli adulti, e dove il coraggio di una maestra può trasformarsi in un atto di ribellione e di cura. Un romanzo sulla responsabilità, sul legame inatteso tra un’insegnante e un bambino, e sulla possibilità di resistere al silenzio quando l’ingiustizia si fa più rumorosa delle parole.
Recensione
Questo libro fa saltare ogni argine, incrinando l’immagine più rassicurante della scuola come luogo di educazione e cura, per affiancarle un volto più cupo e perturbante: quello di un’istituzione in cui si annidano ingiustizie e abusi. Leggendolo, si ha l’impressione che a scuola tutti gridino: insegnanti, studenti, operatori, genitori. È proprio l’urlo a farsi innesco della narrazione, detonatore di un disagio diffuso. Se perfino Wittgenstein urlava tra i banchi, si domanda la protagonista, cosa impedisce agli insegnanti di oggi di fare lo stesso? E soprattutto: esiste ancora un modo per essere ascoltati senza alzare la voce?
Matilde, questo il nome dell’insegnante precaria trentaquattrenne che racconta le vicende in prima persona, si ritrova catapultata in una scuola elementare milanese che non sembra rispecchiare il suo ideale educativo.
In particolare, la sua attenzione viene subito catturata da Key, un bambino nigeriano, che diventa oggetto di pregiudizi e di ingiustizie da parte di alcuni insegnanti. In realtà, tutta la prima parte del libro è un susseguirsi di aneddoti sugli atteggiamenti criticabili e meschini consumati sulla pelle degli alunni e delle alunne, che diventano il bersaglio privilegiato di frustrazioni personali.
Dall’insegnante che parla della “zingarella” e la mette dietro la lavagna a quella che minaccia i bambini dicendogli che, se non scendono in fila senza parlare, gli farà mangiare le gomme da cancellare, a quella che urla contro alunni e colleghi. “E l’ingratitudine che provavano verso gli altri era inspiegabile, accessi d’ira, di sentimenti ambigui e d’impotenza misti ad altrettanti d’onnipotenza”.
Un clima di violenza normalizzata, in cui si moltiplicano le maldicenze e i pettegolezzi, una cacofonia di voci in cui non si capisce più chi ha detto che cosa.
Come mantenersi integri in un’ambiente così tossico? Matilde appare all’inizio piena di incertezze, il suo ruolo da supplente non le dà quella sicurezza tipica dell’insegnante di ruolo, in più di un’occasione dovrà alzare delle barriere per non cadere lei stessa vittima delle invidie delle colleghe, che non vedono di buon occhio il suo ruolo di “protettrice” nei confronti del “negretto” figlio di una prostituta.
Eppure, in quel bambino Matilde rivede se stessa, la sua infanzia infelice, l’abbandono da parte dei genitori, le difficoltà di crescere in un ambiente ostile. Vuole diventare per Key quello che il maestro Giovanni è stato per lei: una figura di riferimento, uno spazio di ascolto e di contenimento. Le giornate appaiono come delle battaglie estenuanti.
Le emozioni dei bambini, specialmente così piccoli, diventano dei potentissimi trigger psicologici: come si può svolgere un ruolo educativo se non si è lavorato sulle proprie ferite emotive? Quanto si investe sulla formazione degli insegnanti? Questo tema viene sollevato più volte nel romanzo e lasciato alla riflessione dei lettori.
Dal modo in cui rispondiamo alle ferite emotive deriva, in fondo, la nostra postura nel mondo. La dicotomia tra i personaggi, ben evidente nel romanzo, corrisponde in fondo a due opposte modalità di vivere: una carica di disprezzo, in cui proiettiamo negli altri le nostre mancanze, e l’altra che si sforza di rielaborare il proprio vissuto per non farne un’arma sguainata sul prossimo.
Da un lato, l’insegnante di religione, in guerra con il proprio corpo e sempre intenta a parlare di diete, oppure il maestro di disegno, accusato di abusi sessuali sugli studenti, o lo stesso direttore scolastico, che non vuole mai essere disturbato. Dall’altro, le insegnanti come Matilde, che pure con le sue incertezze e i suoi momenti di sconforto, vede in Key “un fratello di sofferenza” e decide di posticipare le sue dimissioni per offrirgli una base sicura. Lo fa valorizzando la creatività del bambino, la sua predisposizione verso la poesia, percorrendo una via altra rispetto alle urla e alle umiliazioni. Solo alla fine del libro scopriremo se questa strada ha dato i suoi frutti.
Lo stile semplice e diretto, vivacizzato dai dialoghi tra i vari personaggi e addolcito dalle parti descrittive più poetiche, accompagna nella lettura tenendo sempre viva l’attenzione del lettore.
La serietà degli argomenti trattati non si traduce mai in un tono apodittico, spalanca semmai le porte di una realtà, quella scolastica, che non sempre è così integra come ci piacerebbe pensare. E ci induce a riflettere sulla responsabilità educativa di chi accompagna bambini e ragazzi nel loro difficile percorso di crescita.
Titolo: Wittgenstein urlava a scuola
Autrice: Lucrezia Lerro
Editore: La nave di Teseo
Genere: romanzo su tematiche educative – crescita –
Autrice
Lucrezia Lerro (1977) ha pubblicato i romanzi Certi giorni sono felice (2005), Il rimedio perfetto (2007), La più bella del mondo (2008), La bambina che disegnava cuori (2010), Sul fondo del mare c’è una vita leggera (2012), La confraternita delle puttane (2013), Il sangue matto (2015, (2015, nuova edizione La nave di Teseo 2021)) e Il contagio dell’amore. È autrice delle raccolte di poesie L’amore dei nuotatori (2010) e Il corollario della felicità (2014). Per il film Il pianto della statua, con la regia di Elisabetta Sgarbi, ha scritto La prima notte della madre dopo la morte del figlio.
È voce narrante dei film I Diari di Angela – Noi due Cineasti. Capitolo secondo (2019) e terzo (2025) e Frente a Guernica (director’s cut) (2023) – di Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi – presentati alla Mostra internazionale di Arte cinematografica di Venezia. Presso La nave di Teseo sono usciti: La giravolta delle libellule (2017), L’estate delle ragazze (2018), Più lontano di così (2019), Gli uomini che fanno piangere (2022) e Se osi parlare (2024).
Recensione a cura di Donatella Vassallo



