La prigioniera: la stanza chiusa di Marcel e Albertine
Il nome che ricorre più volte nella Recherche, ben 2360 volte nota Jean-Yves Tadie, è quello di Albertine. Ben tre volte superiore al numero del nome Gilberte e undici rispetto ad Oriane, Albertine è senza dubbio il personaggio femminile più importante dell’opera.
In una lettera del 1917, Proust scriveva che il vero centro dell’opera fosse proprio Albertine.
Benché apparsa già in All’ombra delle fanciulle in fiore e presente, con comparsate differenti, negli altri volumi fin qui trattati, sarà ne La prigioniera che il suo personaggio diventerà assolutamente centrale. Nella prima parte si parlerà della vita a Parigi con Albertine, nella seconda della serata dai Verdurin e nella terza la fine della convivenza parigina con Albertina, che è preludio alla sua fuga (quindi al volume successivo).
Il trasferimento di Albertine a casa del Narratore, in una stanza a pochi passi dalla sua, non viene visto bene dalla madre. Non solo per una questione di sconvenienza sociale, ma perché si intuisce che la madre abbia dei dubbi in merito alla ragazza.
La negazione della madre, che agisce come assenza – infatti si trova a Combray – viene manifestata quotidianamente dal disappunto di Françoise che, come sempre, diviene quasi voce corale della morale comune e dei pregiudizi sociali.
A Balbec avevamo conosciuto un’Albertine vaga e informe, ancora non aveva acquisito nemmeno un’identità separata dalle altre jeunes filles, in Sodoma e Gomorra avevamo iniziato a percepire la sua metamorfosi, così come una metamorfosi si impossesserà del loro rapporto, destinato pian piano ad essere mimesi di quello fra Swann e Odette, in Un amore di Swann.
Come scrive Bernard de Fallois, sono tutti coloro che Proust ha amato, ha “posato” per questo o quell’aspetto di Albertine.
«Se la morte di Agostinelli ha fatto nascere nel romanziere l’idea di creare il personaggio di Albertine, e di dare al suo narratore ciò che Odette era stata per Swann, e di dare al suo narratore ciò che Odette era stata per Swann, un amore che sarebbe stato “il più grande amore” della sua vita, il personaggio stesso deve più al romanziere che al suo modello».

Se Sodoma e Gomorra si concludeva con la frase: «Devo, devo assolutamente sposare Albertine», La prigioniera finirà con la frase: «La signorina Albertine se n’è andata».
Tra l’uno e l’altro si situa lo spazio narrativo de La prigioniera, che non è solo un romanzo sulla gelosia; ci sono pagine essenziali per la cosmologia proustiana, come quella della morte di Bergotte, che è talmente densa di tematiche e contenuti, che verrà approfondita in un articolo a parte.
La prigioniera ripropone, in versione matura, le leggi proustiane dell’eros. Come nel bacio della buonanotte, come nel vagabondaggio notturno di Swann alla ricerca di Odette, come nei regali continui di Robert a Rachel, anche per Marcel la marcatura dell’amore è l’impossibilità, l’irraggiungibilità di ciò che si ama.
«Se sapessimo analizzare meglio i nostri amori, capiterebbe di vedere che spesso le donne ci piacciono solo a causa del contrappeso di uomini ai quali dobbiamo contenderle, benché soffriamo da morire di doverle contendere loro; soppresso il contrappeso, il fascino della donna si dissolve».
Nel caso di Albertine, non si tratta di un uomo, ma l’incendio della gelosia (quindi dell’amore) è il momento in cui la ragazza rivela di conoscere molto bene la figlia di Vinteuil e la sua amica. In Marcel ritorna – come una scena primaria – il ricordo della scena omosessuale vista a Montjouvain, che si concludeva con l’insulto all’immagine di Vinteuil padre.
Da quest’atto voyeuristico discende la smania di controllo, vedere senza essere visto, quindi anche attraverso dei “controllori” (in questo caso André) che seguono e controllano ciò che fa Albertine quando esce.
La scena di Montjouvain, scrive Citati, «è il Peccato Originale, che aveva infangato l’Eden di Combray». Questo peccato viene replicato nella gelosia, «il male sacri», per Albertine. La sua figura non richiamerà più il mare ed i tramonti di Balbec, danza di gabbiani e corse sulla spiaggia, ma l’ambiente chiuso e peccaminoso della camera di Montjouvain.
Ma non è solo Albertine a subire la metamorfosi, anche il giovane Marcel non è più quel ragazzo curioso e buono, impacciato e ingenuo, ma avido di vita e conoscenze, che avevamo frequentato per quattro volumi.
Non è solo Albertine la prigioniera, anche Marcel è prigioniero della propria gelosia. Il carceriere conduce anch’esso una vita da recluso, non può concedersi distrazioni perché quell’istante potrebbe essere fatale per un tradimento. Gli unici momenti in cui sembra concedersi una tregua è quando guarda Albertine dormire

«potevo sognare di lei, eppure guardarla: e quando quel sonno diveniva più profondo, toccarla, baciarla. Quel che provavo allora era un amore innanzi a qualcosa di così puro, di così immateriale nella sua sensibilità, di così misterioso, come soltanto le bellezze della natura. Infatti, da quando cadeva in un più profondo sonno ella cessava d’essere soltanto la pianta ch’era sino ad allora stata: il suo sonno, in riva al quale sognavo con una nuova voluttà di cui non mi sarei mai stancato e che avrei potuto gustare all’infinito, era per me tutto un paesaggio. Il suo sonno mi metteva a fianco qualcosa di così calmo, di così sensualmente delizioso, com’erano le notti di plenilunio nella baia di Balbec».


