Distanza di sicurezza: cronaca lirica di una separazione
Sinossi
Forse non esiste una distanza che ci metta al riparo dalla deflagrazione di un amore che finisce. Luciana Albertini lo sa bene, porta ancora inciso nel cuore l’abbandono improvviso di suo marito Vasco.
E se di giorno la vita la trascina lontano – la pittura che ormai l’ha resa un’artista conosciuta nel mondo, l’immortale cane Barabba che consola i suoi smarrimenti, e anche quella lettera alfa che ogni mattina si dipinge sulla fronte per ricordare a sé stessa che è una vincente -, le notti sono infinite e piene di domande, una fra tutte: perché?
Vasco Dos Santos conosce la risposta, ciò che lo ha spinto a chiudere quella relazione che si ostina a non chiamare con il suo nome. Conosce la rabbia, il disagio, il senso di fallimento che gli hanno dato la forza di lasciare Roma e tornare a Lisbona.
In quel pantano familiare da cui lei aveva provato, invano, a tirarlo fuori: un padre ingombrante e assente, una sorella guerriera sopravvissuta all’inferno, il ricordo di una madre immensa e fragile, la messinscena dei pranzi di famiglia. Conosce il motivo per cui ha voltato le spalle a quella donna stramba, forse troppo talentuosa.
Luciana e Vasco sono entrambi sospesi, di fronte a loro un bivio: lasciar andare ciò che è stato e rinascere alla vita come farfalle, o restare imbrigliati nel passato, nel rancore, come eterne crisalidi.
Con questo romanzo, Romana Petri affonda la sua penna nella matrice di tutte le storie, la relazione umana in tutta la sua semplice complessità, e ci restituisce la verità dietro il sogno, la possibilità dietro la fine.
Recensione
Distanza di sicurezza fa parte di una serie ancora in corso e si costruisce attorno ad un nucleo narrativo apparentemente semplice e in realtà profondamente perturbante, la fine di una relazione.
Da questo evento iniziale, che funziona più come detonatore che come trama in senso tradizionale, si sviluppa una narrazione che non procede attraverso le azioni ma attraverso stratificazioni mentali, scarti di coscienza e deformazioni progressive del ricordo e dell’immaginazione.
Non è quindi di un racconto della separazione, quanto piuttosto il racconto della sua persistenza, di ciò che continua ad accadere dopo la fine nelle menti, nei linguaggi interiori, nelle costruzioni simboliche che i personaggi mettono in atto per dare forma ad un’esperienza che altrimenti resterebbe insostenibile nella sua nudità.
La scrittura di Romana Petri è uno degli elementi più caratterizzanti del romanzo, la sua è una prosa densa, fortemente elaborata, spesso lirica, che non si limita a descrivere la realtà, ma la rielabora, la amplifica, la trasforma in immagine e metafora.
Ciò che ne deriva è una continua sovrapposizione tra ciò che accade e ciò che viene pensato, ricordato o immaginato.
Il risultato è un universo narrativo in cui la realtà esterna è costantemente attraversata da una pressione interna, in cui la coscienza dei personaggi non si limita a registrare il mondo, ma lo riscrive senza sosta.
In questo senso, la figura della Albertini diventa il centro di questa dinamica, poiché il suo vissuto mentale, popolato da viaggi immaginari, evocazioni storiche, immagini artistiche e presenze mitologiche, costruisce un sistema di realtà parallela che non si oppone al reale, ma lo contamina.
Altri elementi assumono un valore decisivo: il cane Barabba, ad esempio, onnipresente al limite dell’immortalità, si colloca in una zona ambigua sospesa tra concretezza e anomalia, tra quotidianità e durata quasi fuori dal tempo e la sua presenza contribuisce a creare quel senso di instabilità percettiva che attraversa l’intero romanzo.
Allo stesso modo, le figure dei Rivoluzionari, le deviazioni dell’immaginazione e le immagini oniriche non sono semplici ornamenti, ma sono strumenti attraverso cui la mente tenta di organizzare un’esperienza emotiva che altrimenti resterebbe ingestibile.
Più che di realismo magico in senso stretto si potrebbe parlare di una sua forma liminale. Un realismo psichico in cui il mondo viene costantemente filtrato e deformato dalla coscienza, senza che il legame con la realtà venga mai del tutto spezzato.
Questa scelta produce un effetto ambivalente perché, da un lato, consente al romanzo di esplorare con grande profondità la perdita, la dipendenza affettiva e la costruzione mentale del dolore, portando il lettore all’interno di una rete di significati stratificati in cui ogni elemento sembra rimandare ad un ulteriore livello di lettura, con la realtà che appare continuamente sul punto di trasformarsi in simbolo.
Dall’altro lato, proprio questa densità può generare una sensazione di saturazione, poiché la forte consapevolezza stilistica e la continua elaborazione metaforica finiscono talvolta per spostare il baricentro del testo dalla necessità narrativa all’esibizione della forma.
Non sempre la complessità simbolica si traduce in maggiore chiarezza emotiva e a volte si ha l’impressione che la scrittura osservi sé stessa mentre costruisce la propria intensità.
Sotto questo aspetto il romanzo si colloca in una tensione più ampia della narrativa italiana contemporanea, quella tra intensificazione stilistica e trasparenza espressiva e, rispetto a tradizioni più sottrattive, la scelta dell’autrice è chiaramente quella dell’amplificazione e della sovrabbondanza.
In Natalia Ginzburg, ad esempio, la scrittura opera per sottrazione, ma la semplicità sintattica e lessicale non riduce la complessità, producendo anzi una forma di precisione estrema e una verità emotiva quasi priva di mediazioni.
In Annie Ernaux la lingua assume invece una funzione analitica, quasi documentaria, in cui l’esperienza personale viene sottoposta ad una dissezione che riduce al minimo l’interferenza metaforica.
Romana Petri si colloca in una direzione opposta, scegliendo la stratificazione, l’espansione simbolica e la densità linguistica come modalità privilegiata di accesso all’esperienza.
Anche il finale del romanzo è coerente con questa impostazione poiché, più che chiudere il percorso narrativo, lo porta a un livello ulteriore di astrazione.
L’immagine conclusiva non va letta come una soluzione narrativa né come un gesto realistico, ma come l’ultima trasformazione simbolica della “distanza di sicurezza”, una fuga definitiva dalla prossimità emotiva portata fino alla sua forma universale e irreversibile.
Distanza di sicurezza è un’opera che privilegia la vibrazione della lingua e la proliferazione delle immagini rispetto alla linearità del racconto e alla definizione netta dei significati.
La sua forza risiede nella capacità di costruire una zona narrativa instabile e densissima, mentre la sua criticità o meglio, la sua sfida al lettore, sta proprio nella rinuncia a una forma di trasparenza interpretativa.
Titolo: Distanza di sicurezza
Autore: Romana Petri
Editore: Neri Pozza
Genere: narrativa italiana, separazione, romanzo introspettivo
AUTRICE
Romana Petri è nata a Roma.
Ha ottenuto numerosi riconoscimenti come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes.
È stata due volte finalista al Premio Strega con Figli dello stesso padre e Rubare la notte. Traduttrice, editrice e critica letteraria, collabora, tra gli altri, con Corriere della Sera e Io Donna.
È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo.


