Nella terza ed ultima parte del primo volume della Recherche, ci affacciamo su uno dei posti fondamentali nella mitologia proustiana: Balbec. Lo “annusiamo”, ma ancora non lo conosciamo.

Torniamo alla situazione iniziale del romanzo: il narratore alle prese con l’insonnia, evoca le stanze in cui ha dormito (o non è riuscito a dormire nella sua vita).
E, insieme a quella di Combray, appare quella del Grand-Hôtel de la Plage a Balbec.
Come sempre accade nel “metodo narrativo” di Marcel Proust, le cose vengono anticipate dai nomi, per cui ancor prima di conoscere Balbec, conosciamo l’immaginazione che il piccolo Marcel aveva avuto su Balbec, basata da ciò che sulla nota località marina aveva sentito dire da Lengradin e Swann.
Giovanni Bottiroli ha proposto un’interessante chiave di lettura della Recerche come un romanzo di formazione basato sulle tre tappe: parole (infanzia), nomi (adolescenza), stili (età adulta)1.
La sezione Nomi del volume Dalla parte di Swann, è contrassegnata da una semantica disordinata e nebulosa, in cui ogni nome ha tratti instabili.
Il nome Balbec fonde, nella mente di Marcel, la descrizione di Lengradin, che aveva evocato una spiaggia battuta da onde tempestose, e da Swann, che invece aveva fatto riferimento alla chiesa gotico-normanna presente nella cittadina.
Quindi il narratore attenderà Balbec come «il desiderio delle tempeste e del gotico normanno», salvo poi scoprire, una volta arrivato, che la chiesa dista dal mare alcuni chilometri. Al pari dei nomi Firenze, Parma, Venezia, anche quello di Balbec, trasforma e rende ancora più bella la realtà, nel sistema sinestetico e confusivo in cui pongono l’animo del narratore. Mentre le parole
«ci presentano, delle cose, una piccola immagine nitida e consueta, simile alle figure che s’appendono alle pareti delle scuole per dare ai bambini l’esempio di quel che sia un banco, un uccello, un formicaio, cose concepite come uguali a tutte le altre della medesima specie». (Dalla parte di Swann, p. 468)
i Nomi non hanno una funzione ostensiva e realistica nella gnoseologia proustiana.
Il nome Parma, il cui desiderio di visitarla era nato dopo la lettura dell’opera di Stendhal, «mi appariva compatto, liscio, mauve e dolce», mentre Firenze gli sembrava una città «miracolosamente profumata e simile a una corolla». I nomi non rimandono né alle cose né alle associazioni di idee, ma ad essenze ideali.
«Quanto a Balbec, era uno di quei nomi sui quali, come su una vecchia terracotta normanna che conserva il colore della terra da cui deriva, si vede ancora profilarsi l'immagine di qualche usanza abolita, di qualche diritto feudale, d'un antico stato dei luoghi, d'una pronuncia desueta che ne aveva foggiato le sillabe bizzarre e che io ero certo di poter ritrovare persino nell'albergatore che m'avrebbe servito il caffellatte al mio arrivo». (Dalla parte di Swann, p. 469)

Mentre le parole rimandano a immagini precise, dai contorni nitidi, i nomi fanno sì che le immagini vengano a sovrapporsi.
Il desiderio ardente di vedere Balbec deve però essere posticipato a causa delle precarie condizioni di salute di Marcel.
Posticipando, per il momento, la conoscenza di questo luogo – che tanto spazio avrà nel secondo volume dell’opera – il Narratore deve consolarsi con le passeggiate agli Champs-Élysées, sotto la custodia attenta e soffocante di Françoise. Qui, rivedrà e diventerà amico di Gilberte.
La delusione di non potere ancora conoscere Balbec è un momento fondamentale, come rivela Deleuze a proposito di tutte le delusioni di Marcel, nella formazione del giovane narratore. Ogni qual volta subentra una delusione, il protagonista rimedia attraverso una compensazione soggettiva alla delusione datagli dall’oggetto.
Gilberte è la rielaborazione che gli consentirà – una volta attraversata anche la delusione dell’amore verso la ragazza – l’approdo a Balbec e alle sue fanciulle in fiore.
1Giovanni Bottiroli, Marcel Proust, Feltrinelli, Milano 2022, cfr. p. 10 e segg.


