I morti non mi sono mai piaciuti: un delitto d’arte, un padre ingombrante, una ferita che non guarisce
Sinossi
Sembra addormentato l’uomo seduto a terra contro un ippocastano del viale, circondato da un marasma di foglie e rami spezzati dal nubifragio della notte precedente. Ma non dorme, è stato ucciso altrove, con ferocia, e spostato lì dove la pioggia ha lavato via ogni indizio. Agli agenti basta poco per riconoscere in quel corpo Riccardo Mazza, noto storico dell’arte e curatore di una mostra su trenta capolavori ritrovati inaugurata in pompa magna appena poche ore prima.
A occuparsi del caso è il commissario Amedeo Alessandri, che di una vittima celebre come quella farebbe volentieri a meno. Come avrebbe fatto a meno di partecipare all’inaugurazione dove ha stretto la mano proprio all’uomo che ora giace, composto e senza vita, di fronte a lui.
Lui che da vent’anni non ha più aperto un libro d’arte, non ha più guardato un dipinto, un catalogo; vent’anni trascorsi dalla morte di un altro stimato storico dell’arte, suo padre.
Ma in quest’indagine ci sono altri elementi a turbare il commissario: il medico legale gli ha fatto sapere che il cadavere è istoriato con la parola falso, tatuata ovunque centinaia di volte, ossessivamente, con l’unica eccezione della testa e delle mani.
E poi, nell’appartamento della vittima, vuoto come la cella di un monaco, viene rinvenuto un reperto che lo riguarda, destinato a far sanguinare vecchie ferite di un passato che non passa.
In questo giallo, dove l’arte è scenografia e prim’attrice, Giuseppe Fusari racconta attraverso un indimenticabile protagonista i vizi di un piccolo mondo che giudica, nasconde, intrallazza, talvolta uccide. Così il desiderio di giustizia spinge il commissario Alessandri nelle zone cieche dell’animo umano per trasformarsi in qualcosa di più intimo e sconvolgente: la ricerca di sé.
Recensione
I morti non mi sono mai piaciuti è un romanzo patinato, glassato, con una impiattatura perfetta.
Se fosse un piatto, come lo sto immaginando, sarebbe cucina molecolare: riduzioni, gelificazioni, spume che nascondono aromi inattesi, forme ingannevoli, sfere perfette, combinazioni accessorie degne di un quadro più che di un piatto destinato ad essere consumato nel giro di pochi minuti.
Il protagonista, Amedeo Alessandri, sembra l’archetipo del commissario da giallo moderno.
Intelligente, tormentato, già dalle prime righe rivela le sue inevitabili particolarità: ex agente sotto copertura, tatuatissimo, omosessuale, è un culturista che va in palestra alle cinque la mattina e raramente si concede uno sgarro a una dieta di pollo, riso e merluzzo. Ovviamente è tormentato da un trauma (e sempre sia lodato Boris per aver messo alla berlina certe ossessioni moderne) che risale all’infanzia, in questo caso il suicidio del padre, e che ha condizionato tutta la sua vita.
La vittima è un critico d’arte famoso e discutibile (il secondo critico d’arte famoso e discutibile letterariamente ucciso in pochi mesi: il primo lo aveva steso Orso Tosco ne La malinconia del tartufo. Viene da pensare che la precaria salute di Sgarbi abbia solleticato molti) e anche questo nasconde (fino a un certo punto) segreti inconfessabili che si dispiegano una volta denudato il cadavere, dato che è quasi interamente tatuato con una sola parola: Falso.
Arrivato a questo punto i miei allarmi interiori stanno già suonando: per tenere testa a premesse simili servono scrittori poderosi.
La Cornwell ormai fallisce miseramente ogni singola volta, per dire, e Thilliez tiene botta per la complessità della trama e la qualità dei rimandi che fanno perdonare certe premesse impossibili da mantenere. Il sopracciglio si è ormai corrugato, ma vado avanti.
La narrazione procede in prima persona, con l’unico punto di vista del protagonista. Una soluzione che se da una parte aiuta a velocizzare il racconto e a mantenere la presa sul lettore, dall’altra rischia inevitabilmente di risultare vagamente claustrofobica.
La prosa è buona non fosse per il vezzo, assolutamente inutile, di alternare paragrafi ambientati in luoghi e tempi diversi all’interno del medesimo capitolo, forse con l’intenzione, esecrabile, di fare qualcosa di letterario.
Non me ne voglia l’autore ma se forse, qualcuno, potrà trovare l’espediente originale, precedenti come L’autunno del Patriarca, di un certo Gabriel Garcia Marquez, dovrebbero far tremare i polsi a sufficienza da scongiurare simili velleità, oggi e per il futuro.
La storia prosegue tra le indagini sugli omicidi e il ricordo dell’infanzia del protagonista, anche perché il padre suicida, inarrivabile divinità della critica d’arte, invade il racconto e, come il fantasma del Vecchio Amleto, si prende la scena.
È un problema di dosi, questo, per il quale non v’era forse soluzione alcuna. Senza la memoria dei libri, delle ricerche, degli appunti. Senza la descrizione minuziosa della vita di un grande studioso, senza il ricordo del dolore terribile di chi se ne va di sua volontà, di un mondo che improvvisamente ti si congela addosso, del sentirsi inevitabilmente non abbastanza da legare a sé chi ha compiuto una scelta definitiva, di una madre aliena, distante, irraggiungibile, di una vita che diventa esiziale ricostruire altrove, le indagini sarebbero in sé poca cosa, poco più di una scusa per raccontare altro.
Sul piatto, l’avventore trova una sfera glassata al profumo di Crime, lucida, interessante, col suo bel protagonista immediatamente identificabile, il suo bel trauma a pagina tre, il morto ammazzato.
Eppure una volta che la forchetta si fa strada oltre la superficie, di Crime resta pochissimo, forse solo un aroma distante, vagamente artificiale.
Le indagini stanno tutte qui, in una vittima tanto consapevole del proprio destino, e tanto certa della sua ineluttabilità, da scriversi sul corpo la soluzione e consegnarla, di fatto, in mano al protagonista che è anche l’unico uomo al mondo che potrà coglierla non per le sue competenze o capacità, ma in virtù del trauma che, in qualche modo, ha dato origine a questa singolarità.
Il dubbio che rimane, e che non potremo fugare, è che l’autore per primo fosse poco interessato alla confezione del genere e che la vittima, il protagonista e le indagini tutte siano solo il “male necessario” a raccontare ciò che davvero gli stava a cuore. La storia dell’arte, l’infanzia negata, la figura paterna come una divinità inarrivabile, il mondo delle palestre e del culturismo.
Della seconda vittima, poi, sembra non importare a nessuno, al punto che è il protagonista per primo a non ricordarne nemmeno il cognome.
La chiusura, infine, perde l’occasione di allontanare lo sguardo dal proprio ombelico e ci consegna un Deus Ex Machina poco credibile tanto nelle motivazioni che nella costruzione stessa, un cattivo generico, perché alla fine ne serviva uno, infilato per dovere verso un genere che resta, fortunatamente, altro.
I morti non mi sono mai piaciuti è un romanzo ben scritto, comunque: patinato, glassato, che piacerà a tantissimi come a tantissimi piace certa cucina vistosamente elaborata, confezionata per stupire.
Chi preferisce la sincerità di un’ottimo spaghetto con le arselle sappia solo che non lo troverà qui.
Titolo: I morti non mi sono mai piaciuti
Autore: Giuseppe Fusari
Editore: Neri Pozza
GENERE: crime
Autore
Don Giuseppe Fusari, prete influencer con all’attivo 60mila followers su instagram per la sua capacità di divulgare argomenti religiosi e pillole di storia dell’Arte è accademico dell’Ateneo di Brescia, insegna Storia dell’Arte presso l’UniBrescia, l’Università Cattolica del Sacro Cuore, è stato direttore del Museo Diocesano di Brescia e ha collaborato con prestigiose istituzioni culturali italiane e straniere.
Al suo attivo ha la cura di diverse mostre che spaziano dal Rinascimento all’arte contemporanea e la pubblicazione di saggi e articoli di argomento storico e storico-artistico. Si dedica anche all’incisione e alla scrittura creativa. I morti non mi sono mai piaciuti è il suo primo romanzo, vincitore della settima edizione del Premio Neri Pozza.



