La penisola delle case vuote - ilRecensore.it
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La penisola delle case vuote di David Uclés

La penisola delle case vuote: la Guerra civile spagnola diventa una saga corale in cui il realismo magico dà voce alla memoria e al trauma

Un miliziano si accorge che dalla sua ferita sgorga sabbia; un poeta ricuce l’ombra di una bambina dopo un bombardamento; un maestro insegna ai suoi alunni come fingersi morti; un generale dorme accanto alla mano recisa di una santa; una contadina dipinge di nero tutti gli alberi del suo podere; un fotografo mette il piede su una mina e non lo toglie più.

Questa è la storia di un feroce conflitto civile, dei tre anni che hanno insanguinato un paese all’alba di un cataclisma che insanguinerà il mondo. Questa è la storia della Guerra di Spagna come non l’avete mai letta.

E in mezzo alla furia cieca delle armi e delle ideologie, ci sono gli Ardolento, una ramificata famiglia di olivicoltori andalusi capeggiata dal patriarca Odisto, i cui membri si amano e si odiano, si disperdono e si ritrovano, provano a resistere e a salvarsi.

In questo disperato errare per l’Iberia a ferro e fuoco, il loro cammino di uomini e donne comuni incrocia quello di García Lorca, Hemingway, Picasso, Bernanos, Zambrano, Unamuno, Capa, Orwell, ma anche l’Uomo del Destino, il Generalissimo Francisco Franco.

Tra visioni profetiche, antichi prodigi, coraggio, viltà e vendette, questo poderoso romanzo in cui la magia sostiene il crudo reale racconta la disintegrazione di una stirpe, di una piccola città, di un grande paese che si riempirà di case vuote.

  Ci sono libri che iniziano con un’epigrafe, più raramente con un albero genealogico, o con una mappa di territori reali o immaginari, su cui si muovono le gesta del più o meno eroico protagonista.

E poi c’è La penisola delle case vuote, che inizia con una vasta serie di epigrafi, destinate ad aggregarsi in un autentico corpus citazionistico, dalla provenienza variegata, sfoderato nello svolgersi del romanzo, adatto a testimoniare la lunga tradizione a cui si rifà l’autore nel tracciare la sua monumentale grande opera sulla Guerra di Spagna.

Come ogni opera di vasto respiro che si definisca tale già in apertura, possiamo osservare il complesso albero genealogico della famiglia Ardolento, della quale seguiremo le vicende (principalmente le disgrazie, no spoiler, lo dice Uclés nel prologo) per gli anni della guerra civile che ha insanguinato la Spagna tra il 1936 e il 1939. 

Ecco, dunque, la storia
della decomposizione totale di una famiglia,
della disumanizzazione di un popolo,
della disintegrazione di un territorio
e di una penisola di case vuote.

Di penisola si parla, perché la prospettiva dell’autore è strettamente iberista (come, d’altra parte, quella di intellettuali del calibro di José Saramago), tanto che mostra i territori della penisola uniti in uno Stato e divisi in province, nella mappa iniziale, disegnata a mano.

In ogni caso, al centro della vicenda non c’è realmente un territorio tanto ampio, che sarà necessario giusto per raccontare gli spostamenti dei membri della famiglia e i principali passaggi del sanguinoso conflitto, ma Jàndula.

Il piccolo centro, posto nell’entroterra rurale dell’Andalusia, altro non è che il corrispettivo letterario di Quesada, paese di origine della famiglia di Uclés, dove ha inizio un’odissea reale, trasfigurata in immaginifica prosa dall’autore.

Immaginifica, sì, perché a ogni bombardamento drammatico, a ogni strage di civili innocenti, a ogni rastrellamento crudele e insensato perpetrato dagli unos o dagli otros, corrisponde un evento prodigioso, un fenomeno eccezionale che ammanta l’intero racconto di una patina di poesia, che si colloca proprio nel confine tra accadimento storico e filtro emotivo, vicinanza umana coi personaggi. 

Avviene così che l’analisi geopolitica sia affiancata ai presagi di una veggente, che fiori dalle proprietà fantastiche vengano raccolti per essere usati negli ospedali da campo durante le battaglie, che bambini vittime innocenti delle ingiustizie di ogni conflitto possano cadere in sonni miracolosi, interrotti da una pietosa morte somministrata direttamente dalle mani del Narratore. 

Proprio costui, il Narratore, si incarna personaggio e si cala nell’opera, desideroso di confrontarsi con il Caudillo nell’epoca della sua ascesa, tanto da incontrarlo in chiesa durante una preghiera.

È una voce consapevole e onnisciente, che non teme di paragonarsi a Dio nella mente dei suoi personaggi, e che sorprende commentando la copertina o alcuni improbabili eventi, timoroso che vengano giudicati come esempi di realismo magico, quando invece sostiene di averli tratti da cronache dell’epoca. Uclés sorprende tanto il lettore quanto il protagonista facendo dire a Orwell, incontrato da Odisto durante un ricovero in ospedale, che egli si trovasse lì proprio per il volere dell’autore, mentre, nella cronaca reale, sarebbe dovuto essere già ripartito per una nuova destinazione. 

La penisola delle case vuote è un pastiche favoloso e affabulatorio, composto da un universo intero di personaggi, voci, registri, atmosfere, luoghi, che si muove continuamente dalla realtà alla finzione, dalla storia al gioco, dalla prosa alla poesia,  dall’avvenuto all’impossibile.

Dei molti e spesso brevi capitoli, alcuni costituiscono vere e proprie “stand-alone”, che raccontano storie altrimenti rimaste sullo sfondo. I numerosi personaggi principali vengono incessantemente presi e lasciati, spesso a decine di pagine di distanza, tanto che talvolta l’effetto rischia di essere quello di un vortice stordente.

Nella polifonia del racconto di un evento totalizzante come la guerra civile, che esita nell’instaurazione di una dittatura, alcune voci rischiano di perdersi, altre di confondersi.

D’altra parte, in una saga familiare di oltre settecento pagine, a meno di essere dei veri prodigi della letteratura, è un effetto quasi inevitabile. 

Alcuni messaggi, però, riescono a giungere forti e chiari ai lettori sopravvissuti al corposo volume: primo tra tutti, il modo in cui la guerra svilisce la vita di ciascuno, e banalizza la morte, tanto che per tener traccia delle uccisioni è necessario che il sangue stupidamente e brutalmente versato riempia la caldera di un vulcano, pronto a esplodere frammentando fisicamente il paese, così come le violenze e la sterile brutalità delle fazioni ne hanno diviso la popolazione.

L’autore ci permette di osservare da vicino come coloro i quali finiscono per pagare il prezzo maggiore per i conflitti siano poi quelli che più lontano risiedono dai centri del potere, dove vengono decise le battaglie da combattere.

E allora, viene da chiedersi, dopo aver visto come Odisto sia partito pensando solo al suo podere, e sia tornato con l’unica idea dei figli che gli sono sopravvissuti: non dovremmo forse riconsiderare la nostra scala delle priorità e, dal basso, con la forza di una narrazione ben argomentata, costruire una nuova società, capace di rimettere al centro il capitale umano della comunità?

La narrazione di Uclés trova nel meraviglioso non una consolazione, ma, semmai, una sublimazione: dove vanno le pene insostenibili, i dolori più prolungati, le esistenze spezzate e private anche del più fioco barlume di speranza, se non nella fantasia di cui sono ammantati i racconti delle tradizioni popolari?

l sapore che lascia La penisola delle case vuote è fatto proprio di questo: quella sospensione dell’incredulità che ci trova convinti alla fine di un racconto, magari riportato da una nonna, o da un’anziana zia, che ha dello storico e del miracoloso, della cronaca mischiata alla magia. Non è possibile, ma non è possibile neanche che sia andata altrimenti. 

L’opera si colloca all’interno dell’emergente tradizione dei discendenti della guerra di Spagna: sospesi tra un trauma collettivo e un presente che nega la storia, non possono che raccontare di come sia sopravvissuta a stento la propria famiglia, per dire che sì, è realmente accaduto, anche se i colpevoli non sono mai stati puniti, e se, a un certo punto, si è dovuto smettere di piangere le morti ingiuste.

Forse è più facile spiegare l’esistenza di una casa infestata, come ne Il tarlo di Layla Martìnez, o di un intero mondo di veggenti e piogge prodigiose, graffette giganti che tengono insieme le terre, fiori che congelano la carne e Narratori invadenti, che come è stato possibile ammazzarsi tra compatrioti, lasciando che la brama per il potere e le parole dei pochi che lo potevano davvero avere dividessero il vicino dal vicino, il fratello dalla sorella, il padre dal figlio. 

Una storia da non lasciarsi scappare se lo scopo è conoscere qualcosa di più del passato d’Europa, in cui l’Italia ha giocato una parte importante e non troppo meritevole, e magari farlo nel confine tra sogno e realtà.

La penisola delle case vuote obbliga il lettore a immergersi nel male più oscuro, e ad uscirne sconvolto, sì, ma consapevole e rassegnato del fatto che, anche quando sembra impossibile, la vita va avanti: non per niente, il romanzo si apre e si chiude con la scena di una nascita, di opposto segno e destino. 

David Uclés autore de La penisola delle case vuote - ilRecensore.it

David Uclés (Úbeda, 1990) è scrittore, musicista, illustratore, traduttore e interprete da tedesco, francese e inglese.

La penisola delle case vuote, suo terzo romanzo, è stato un caso editoriale di enorme risonanza in Spagna, con successo di pubblico e di critica.

È stato tradotto in quindici lingue e insignito di moltissimi riconoscimenti come il Premio Cálamo Libro del Año 2024, Premio Andalucía de la Crítica, candidato spagnolo al Premio letterario dell’Unione europea, Premio Kelvin 505 del Festival Celsius 232, Premio Espartaco en la Semana Negra de Gijón, Premio Dulce Chacón 2025, fifinalista VI Premio Bienal de Novela Mario Vargas Llosa, Premio Literario Arzobispo Juan de San Clemente, Premio Festival 42, Premio Un Año de Libros 2025 El Corte Inglés Mejor Libro de Ficción, Premio Andalucía de la Crítica 2025.

Il suo ultimo romanzo, La ciudad de las luces muertas, ha ricevuto l’82° Premio Nadal. Ha lavorato in Germania, Svizzera e Francia e scrive per La Vanguardia, El País, Diario JAÉN SER Radio. Attualmente vive a Madrid. 

Autore

  • Samira

    Samira nasce e cresce nella provincia fiorentina, fin da giovanissima vorace ma esigente lettrice, si interessa di numerosi generi e argomenti. In ambito lavorativo, si occupa di riabilitazione del linguaggio nell'età evolutiva e condivide con i bambini che frequentano il suo ambulatorio letture per i più piccoli. Ha conseguito un master in Linguistica Clinica, come coronamento di una formazione sia scientifica che umanistica. È impegnata nell'ambito sociale, in particolare nell'organizzazione di eventi culturali e nella gestione di spazi per la collettività.

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