Il cerchio dei giorni - Ken Follett - ilRecensore.it
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Il cerchio dei giorni di Ken Follett

Il cerchio dei giorni: Alle origini del mondo: Ken Follett e il cerchio del mito

Seft, un giovane e abile cavatore di selce, attraversa la Grande Pianura sotto il sole cocente per assistere insieme al padre e ai due fratelli ai rituali che segnano l’inizio di un nuovo anno. Il ragazzo trasporta con fatica le pietre che verranno barattate alla Cerimonia di Mezza Estate, un appuntamento importante celebrato con canti e danze dalle sacerdotesse del luogo, cui partecipano tutte le tribù dei dintorni. Seft spera di incontrare Neen, la ragazza di cui è innamorato, e sogna di cambiare vita.

La famiglia di lei vive in prosperità all’interno di una comunità di pastori, e gli offre una via di fuga dal padre violento e dai suoi spietati fratelli. Joia, la sorella di Neen, è una ragazza con grandi doti carismatiche. Da bambina, osservando affascinata la Cerimonia di Mezza Estate, sogna la realizzazione di un nuovo monumento miracoloso, un grande cerchio eretto con le pietre più grandi del mondo. Quando diventerà sacerdotessa avrà come principale alleato Seft che si dedicherà anima e corpo a questo progetto visionario e all’apparenza impossibile.

Ma tra le colline e le foreste della Grande Pianura si preannunciano tempi difficili per tutti. Mentre la siccità devasta la terra, i pastori, i contadini e gli abitanti dei boschi sono sempre più sfiduciati, e un atto di violenza selvaggia porta a una guerra aperta…

“In un luogo sacro tra le colline del Nord ci sono nove pietre, messe lì dagli dèi quando il mondo era giovane. Sono per noi, perché possiamo costruire un Monumento in pietra. Aspettano solo che le andiamo a prendere. Questo è il loro destino… e il nostro!”

Che Follett sia un maestro indiscusso della narrativa storica, un architetto letterario che ha eretto cattedrali di pagine capaci di tenere incollati milioni di lettori, è notorio. La saga di Kingsbridge, in particolare, è un faro di epica, intrigo e dettaglio storico.

È proprio con questo metro di paragone – altissimo – che ci si approccia al suo nuovo romanzo, Il cerchio dei giorni, e purtroppo, è con una sensazione di amaro in bocca che si chiude l’ultima pagina. Almeno per me!

Nonostante l’affetto incondizionato per l’autore dallo stile inconfondibile, quest’ultima fatica narrativa appare sottotono. La ragione di questa debolezza risiede, a mio avviso, nella scelta di un periodo storico che avvolge l’amato “vecchio continente” in una sorta di semi-oscurità.

Follett ci presenta infatti una Britannia popolata da coltivatori, pastori e abitanti dei boschi, dove il baratto e una rudimentale forma di conteggio dettano le regole della vita. Il contrasto con quanto accadeva a breve distanza (nel Vicino Oriente Antico) è stridente ed evidenzia il limite documentale subìto dall’autore.

La Britannia di quel periodo era ancora ferma ad uno stadio preistorico.

Pur essendo il periodo in cui venivano avviati grandi progetti come la costruzione di Stonehenge, mancava la complessità sociale necessaria per grandi innovazioni amministrative. Dove non esistevano strutture statali, sistemi di tassazione o una complessa gestione delle risorse (come in Gran Bretagna) l’esigenza di inventare la scrittura semplicemente non esisteva. (Da ricordare il sito ancora più antico, Göbekli Tepe, in Turchia, risalente a circa il 10.000 a.C. Un complesso monumentale costituito da massicci pilastri calcarei a forma di “T”, disposti in recinti circolari). 

La faccio breve per evitare dettagli tediosi!

Nonostante le sue 700 pagine siano “musica, un pentagramma ben composto” grazie alla scrittura lineare e mai dispersiva di Follett, Il cerchio dei giorni è una storia “semplice”. L’autore è costretto a basarsi esclusivamente sull’archeologia e sull’antropologia per ricostruire la vita quotidiana, le credenze e la struttura sociale

Ed il tema centrale che emerge è quello caro a Follett, la costruzione, la matematica, l’invenzione e il progresso tecnico. 

L’autore si concentra quindi sul come e sul perché qualcosa di così colossale come Stonehenge sia potuto nascere (il cuore del Follett-pensiero). L’autore sposta l’attenzione dalla leggenda a un problema di ingegneria pratica. Come hanno fatto queste persone, senza ruote (se non rudimentali), senza animali da soma addestrati e senza macchinari, a spostare e innalzare massi pesanti decine di tonnellate, alcuni provenienti da centinaia di chilometri di distanza? (gli antichi Egizi avevano già risolto il problema!)

Follett crea l’archetipo dell’ingegnere, Seft, che incarna il progresso (come Tom il costruttore ne I pilastri della terra), colui che cerca soluzioni pratiche.

“Seft è stato quello più bravo, inventandosi dei modi per fare le cose a cui nessuno aveva mai pensato.”

Seft ha anche un figlio, Ilian

“Io sto pensando a come mettere la traversa esattamente nella posizione giusta a filo con i montanti…”

Non furono infatti forze magiche a costruire il cerchio sacro, ma la forza collettiva di esseri umani che utilizzarono l’ingegno, la forza e la fede.

La risposta di Follett è, quindi, la matematica applicata. Per costruire Stonehenge, non bastava la forza bruta, ma era necessario un progetto, la pianificazione, la necessità di inventare o perfezionare leve, piani inclinati e tecniche di slittamento (su tronchi, rulli), un primo passo verso la gestione complessa delle risorse.

La matematica e la logistica diventano gli eroi silenziosi del romanzo. 

Tuttavia, abbiamo un tentativo di modernizzazione, un punto critico.

In una società tribale, di sussistenza, il valore della donna era primariamente legato alla procreazione e al lavoro agricolo/domestico, essenziali per la sopravvivenza del gruppo. L’idea di un’autonomia individuale nel senso moderno—come la scelta del partner, la negazione del matrimonio o la gestione del proprio corpo slegata dagli interessi del clan – è quasi certamente assente.

E il romanzo evidenzia la disinvoltura sessuale e la libertà emotiva dei pastori, in linea con l’ipotesi di strutture sociali meno rigide rispetto ai coltivatori, e proprio con l’avvento dell’agricoltura sedentaria (Rivoluzione Neolitica) inizia il progresso. Per garantire che la terra e i beni accumulati siano ereditati dal “proprio” figlio, diventa cruciale il controllo sulla sessualità e fedeltà femminile.

Questo bisogno favorisce l’emergere di strutture patrilineari e patrilocali, sostituendo quelle che si suppone fossero strutture più antiche e matrilineari, sancendo il dominio maschile. 

Introdurre questi temi, per quanto lodevoli, suona come un commento sociale contemporaneo proiettato a ritroso di quattromila anni.

Non esistendo ancora istituzioni sociali e filosofiche complesse in grado di teorizzare e difendere diritti, questi accenni appaiono artificiali. Follett sembra voler mettere i suoi personaggi preistorici in relazione con il lettore moderno, sacrificando l’autenticità storica.

Altro elemento di contrasto è l’idea che i personaggi preistorici potessero essere consapevoli del concetto di consanguineità e della necessità di evitarla per “non indebolire la genia.”

“… ma l’unione tra consanguinei era pericolosa per gli esseri umani proprio come per gli animali. Persino i coltivatori, che di solito tenevano sottomesse le loro donne, comprendevano i benefici dell’apporto di sangue nuovo…”

Troon… “penso sia preoccupato per le troppe unioni tra consanguinei”

Sebbene l’endogamia fosse spesso vietata o scoraggiata in molte culture “primitive”, le motivazioni erano quasi sempre sociali (evitare lotte intestine, rafforzare alleanze tra clan) o religiose/tabù, non scientifiche. La comprensione che l’accoppiamento tra consanguinei porti a una maggiore incidenza di tare genetiche e indebolimento della prole è un concetto biologicamente e scientificamente moderno. Follett difficilmente può aver preso questa nozione da fonti archeologiche o antropologiche dirette relative al 2000 a.C. È molto più probabile che sia stato introdotto come strumento narrativo per aggiungere tensione drammatica a relazioni proibite, o non accettate.

Un altro aspetto centrale nella valutazione de Il cerchio dei giorni è la natura dei suoi protagonisti.

Follett ci mostra una galleria di personaggi che, pur essendo simpatici (anche i più cattivi) ed essenziali, sono inevitabilmente “semplici”, come imposto dal loro contesto storico. Sono guidati da motivazioni primarie: sopravvivenza, amore, vendetta tribale e l’obbedienza ai capi.

I soggetti preistorici non possono sostenere il peso di grandi dilemmi morali o di sottili giochi di potere, perché la loro società non li contempla. Questo affievolisce un racconto dove le peripezie sono più legate alla natura e alla logistica che all’intrigo umano. Ma è un mio parere personale.

Il lettore, abituato ai drammi dei romanzi precedenti, si ritrova con una cronaca efficace di come si viveva (e si moriva) nel Neolitico, ma con una mancanza di profondità che dovrebbe essere proporzionata alla grandezza dell’impresa (la costruzione di Stonehenge). 

La Britannia de Il cerchio dei giorni è permeata di una spiritualità arcaica.

Rievocando l’affermazione di Talete, è un mondo dove “tutto è pieno di dèi“, ogni elemento naturale—il ciclo delle stagioni, il trascorrere dei giorni, la potenza del sole—assume un profondo significato sacro.

Stonehenge, in quest’ottica, non è solo un ammasso di pietre, ma la materializzazione di queste credenze, il tentativo di ancorare il mistero del sacro al profano.

La Britannia non è semplicemente un’ambientazione, è un luogo imbevuto di storia non scritta, avvolta nelle “nebbie” del mito, dove il confine tra la ricostruzione storica (il punto di forza di Follett) e la leggenda è labilissimo. Si corre il rischio di richiamare immediatamente i modelli di Artù, Camelot e le lontane suggestioni di Avalon, secoli di tradizione. 

Il rischio maggiore per un eventuale sequel non è tanto la mancanza di eventi storici – l’autore può sempre “riempire i vuoti” – quanto la vicinanza del mito stesso.

Se in opere precedenti l’autore ha saputo trasformare la storia in epopea, qui ha dovuto affrontare un’impresa che è già leggenda, una lotta in cui si rischia di essere sconfitti proprio dalla forza del luogo narrato.

“Era facile immaginare che le pietre fossero potenti divinità, riunite in cerchio a discutere di quelle cose che sono di competenza degli dèi, tuoni e inondazioni, eclissi, terremoti e pestilenze”

Scrittore inglese. Laureato in filosofia, poi cronista in un quotidiano, è diventato uno dei più popolari autori di best-seller con La cruna dell’ago (Eye of the needle, 1978).

I suoi romanzi, che hanno trame ben congegnate e ricche di suspense, combinano avventura, ricostruzione storica, spionaggio e thriller: fra i molti, spesso portati con successo sullo schermo, si ricordano Il codice Rebecca (The key to Rebecca, 1980); L’uomo di Pietroburgo (The man from St. Petersburg, 1982); Sulle ali delle aquile (On wings of eagles, 1983); I pilastri della terra (The pillars of the earth, 1989); Una fortuna pericolosa (A dangerous fortune, 1993); Il terzo gemello (The third twin, 1996); Il martello dell’Eden (The hammer of Eden, 1998, premio Bancarella); Codice a zero (Code to zero, 2000); Il volo del calabrone (Hornet flight, 2002).

Mondo senza fine, pubblicato nel 2007, è il seguito del popolarissimo I pilastri della terra. Il libro fa ritorno a Kingsbridge duecento anni dopo e mette in scena i personaggi de I pilastri. La saga di Kingsbridge prosegue con La colonna di fuoco (2017) e Le armi della luce (2023). protagonisti del ciclo epico successivo in tre romanzi abbracciano cinque generazioni su tre continenti, nella Trilogia del Secolo. La caduta dei giganti (2010); L’inverno del mondo (2012); I giorni dell’eternità (2014).

Del 2019 il breve scritto Notre-Dame, omaggio alla cattedrale parigina dopo l’incendio.

Del 2020 Fu sera e fu mattina un viaggio epico che termina dove I pilastri della terra hanno inizio.

Nel 2021 pubblica Per niente al mondo che segna una svolta nella sua carriera, a differenza delle precedenti pubblicazioni il titolo è ambientato ai giorni nostri e narra di una crisi globale.

Autore

  • Nico

    Socia fondatrice della rivista Il Recensore.it, LA NEMESI nella redazione di IlRecensore.it è un po' il cane sciolto. La parte cattiva e sarcastica, se vogliamo dirla tutta. Non tollera gli scopiazzatori letterari!

    Oltre ai libri, tra le sue passioni, ci sono i ferri circolari.

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