Il libro di Kells: la fuga dal padre nel romanzo più intimo di Sorj Chalandon
Sinossi
«Tieni, prendi questi, ne avrai bisogno.» Sua madre ha tra le mani cento franchi e si guarda intorno spaventata dalla possibilità che l’Altro, come Georges chiama il padre, il «torturatore» da cui sta scappando, li scopra. Con quest’unica banconota, un sacco a pelo e uno zaino, il ragazzo lascia Lione sognando di raggiungere Katmandu. Ha solo diciassette anni. La sua fuga si ferma però a Parigi, una città che se ti prende, ti tiene: lì si ritrova per strada, a dormire nelle cantine delle case, sotto i ponti o sulle panchine, e trascorre un anno nella miseria. Per sopravvivere ha bisogno di una nuova identità e sceglie di farsi chiamare
Kells, dal titolo del capolavoro della miniatura medievale irlandese di cui custodisce un’illustrazione come fosse un tesoro.
Sono gli anni Settanta, un’epoca violenta ma carica di speranza, quella di Angela Davis, degli hippy, delle lotte operaie, del Vietnam e dei movimenti indipendentisti. A toglierlo dalla strada è l’incontro con alcuni militanti della sinistra proletaria, che lo accolgono tra le loro fila, offrendogli un tetto e un’istruzione. Con loro Kells fa dell’impegno politico il suo nuovo credo, che spesso significa scontrarsi con la polizia e i gruppi di estrema destra. Intanto scopre il teatro, il cinema, la letteratura e sopra ogni cosa il valore della solidarietà: tutto ciò che il padre, razzista e antisemita, non gli ha mai insegnato. Cosa accade, però, quando gli ideali crollano e i legami si spezzano? Una tragica vicenda metterà tutto in discussione, e Kells sarà costretto ancora una volta a scegliere quale via percorrere.
Recensione
È imprescindibile, prima ancora di entrare più a fondo nell’analisi del testo, riconoscere il valore di Sorj Chalandon, un autore che finalmente sta ottenendo il riconoscimento che merita anche in Italia grazie alla pubblicazione delle sue opere da parte di Guanda, nonché per essere stato protagonista della 32° edizione del Dedica Festival di Pordenone 2026.
Chalandon è approdato tardi alla scrittura narrativa, per essersi dedicato per molti anni esclusivamente al giornalismo, in particolare come inviato di guerra.
È per questo che ha scritto il suo primo libro a più di cinquant’anni, passando dal giornalismo che, raccontando la “giornata”, in qualche modo lo limitava con i suoi paletti, alla letteratura, in cui trova la possibilità di esprimersi con parole diverse, quasi mormorate e bisbigliate, scegliendo una visione letteraria del mondo che lo porta comunque sempre dalla parte degli ultimi, degli emarginati e degli oppressi.
In una recente intervista ha risposto a chi gli chiedeva conto di questo passaggio di registro con parole toccanti e profonde:
“Sono stato corrispondente di guerra per venticinque anni e non ho mai potuto dire “io” di fronte ai massacri, sotto le bombe, mai. Non ho mai potuto piangere nel mio giornale, non potevo dire che stavo impazzendo di fronte alla violenza inaudita che mi circondava. Non potevo mai dire “io”, non ne avevo il diritto. L’unico modo per me per dire “io” era il romanzo.
“Il libro di Kells” – scritto quando l’autore era molto giovane e prima ancora che diventasse il giornalista e il romanziere affermato che ormai conosciamo – sotto questo aspetto è molto interessante, in quanto contiene in sè tensioni diverse e si colloca in una zona ambigua, proponendosi, allo stesso tempo, come autobiografia, romanzo e confessione.
Autobiografia, perché attinge direttamente ad una stagione decisiva della vita di Sorj Chalandon, riprendendo uno dei macro temi che caratterizzano la sua esperienza personale traumatizzante, quello della violenza paterna; letteratura, perché quella materia viene rielaborata, filtrata, trasformata attraverso la scelta di una maschera – quella del suo alter ego Kells – che consente distanza e costruzione; confessione, perché in quella distanza si apre finalmente uno spazio di verità, la possibilità di dire chi si è stati e da dove si viene.
Questo testo nasce da una frattura della sua infanzia, un momento che ha un nome e una data perfettamente collocabili e riconoscibili: Lione, marzo 1970.
“Se l’Altro non ci fosse stato non sarei partito. Non stavo fuggendo le facciate color ocra sulle rive della Saona, ma il mio torturatore. E lui soltanto.”
La fuga non è soltanto geografica, ma profondamente esistenziale, è sottrazione all’Altro, figura paterna assoluta e deformante, presenza che non lascia spazio se non alla sparizione o alla ribellione; la partenza è già una negazione, non è andare verso, ma sottrarsi a, e le tracce lasciate – “bottiglie interrate, suppliche inutili scritte su un pezzo di foglio a quadretti, come quelle che affidavo alle statue delle chiese, infilate tra i piedi del curato d’Ars o sotto lo sperone di Giovanna d’Arco” – assumono un valore quasi rituale, come se la memoria, per non collassare, dovesse essere disseminata, resa esterna a sé.
“Fu così che evasi per l’ultima volta, che fuggii i ceffoni dell’Altro. È così che incontrai la mia amica, la strada.”
Non si tratta della ricerca di un rifugio, ma di un’esposizione volontaria, non di un’esigenza di protezione, ma di un necessario banco di prova a cui sottoporsi.
Kells abita Parigi da clochard, ma senza mai scivolare nell’abbandono di sé, conservando anche nella miseria un principio di forma, una disciplina minima e ostinata.
Il gesto di tenere da parte una moneta sottratta alla fame ed alla contingenza per garantirsi una doccia settimanale diventa allora un atto quasi etico, una resistenza silenziosa alla degradazione; non è solo un gesto di sopravvivenza, quanto, piuttosto, di difesa della propria dignità, in un contesto che tende a cancellare l’individuo Kells preserva una misura, un limite, un’idea di sé non negoziabile.
“Quando Parigi ti prende, ti tiene.”, ma la città non ha un’indole consolatoria, è un campo di forze, attraversato dai fermenti politici degli anni Settanta – da Angela Davis alle derive del gauchismo – e diventa il luogo in cui l’identità si costruisce per tentativi e dove tutto è instabile: i legami, i nomi, le verità.
“Sans foi, sans loi, sans toit.”
Eppure Kells non si lascia dissolvere nella comunità, abita una soglia in bilico tra adesione e distanza, tra bisogno di appartenenza e necessità di non perdersi e anche quando entra nel gruppo mantiene una linea di resistenza interna, un punto che non cede.
La scelta del nome – Kells – introduce uno scarto simbolico decisivo; il riferimento al celebre Book of Kells non è decorativo, ma profondamente dialettico, poiché quel manoscritto – costruito con pazienza monastica, su pelli fragili, intessuto di simboli, animali, intrecci, colori naturali e sobri – rappresenta una forma di perfezione silenziosa, di ordine che resiste al tempo, non è lo sfarzo a definirlo, ma la misura, la disciplina, la precisione del gesto.
A questa armonia si oppone la vita di Kells, discontinua, marginale, esposta e, tuttavia, così come i monaci miniatori organizzavano il caos del mondo in forme leggibili, così il protagonista tenta, in modo rudimentale e istintivo, di dare una forma alla propria esistenza frammentata.
Il suo “libro” non è miniato, piuttosto è inciso nella strada, nei corpi, nelle scelte, ma risponde alla stessa urgenza, quella di sottrarre la sua vita alla dispersione.
La militanza politica gli offre una struttura, una stanza, un gruppo, una direzione, ma introduce anche una nuova forma di vincolo.
La violenza, inizialmente legittimata, diventa un’incrinatura, l’ideologia progressivamente si svuota e si frammenta e, come nella Nausea di Jean-Paul Sartre che lui porta sempre con sé, resta il disgusto, la percezione improvvisa dell’insensatezza.
Nel momento della consapevolezza che l’azione politica non è più “l’incendio della rabbia ma il rosseggiare di un focolare di campagna”, la svolta passa attraverso le pagine di un nuovo giornale, come opportunità per uscirne a testa alta, attraverso una mutazione strategica ma legalizzata.
“Un’organizzazione è come un giornale. Deve imparare a morire per rinascere.”
Una trasformazione che passa anche attraverso un mutamento linguistico:
“Poco importava se dovevo passare dai pugni ai punti esclamativi, valeva comunque la pena provare.”.
Dall’urto alla parola, dalla forza alla costruzione; non si tratta di un arretramento, ma di una riconfigurazione del rapporto con il reale, del momento in cui nasce lo scrittore.
La sua è una scrittura magnetica, che non si limita a farsi leggere, ma si vive letteralmente sulla propria pelle, si insinua come un flusso che attraversa e sedimenta a lungo.
Questo testo, proprio in considerazione del periodo della sua stesura, si colloca in una zona liminale nella produzione di Chalandon, perché rispetto agli altri appare meno costruito, più esposto, ancora attraversato dal vissuto non completamente trasfigurato ed è proprio questa idea di trapasso a costituirne la forza; non restituisce la ricerca della perfezione, ma l’urgenza di attraversare una frattura e condividerla, di raccontare il momento in cui si smette di appartenere all’Altro, senza avere ancora accesso a una nuova forma di appartenenza, ritrovandosi in uno spazio instabile, ma irriducibilmente umano.
Titolo: Il libro di Kells
Autore: Sorj Chalandon
Editore: Guanda
Traduttore: Silvia Turato
Genere: romanzo di formazione, autobiografico
Autore

Sorj Chalandon (1952) è scrittore e redattore del settimanale francese Le Canard enchaîné. Dal 1974 al 2007 ha lavorato come reporter per il quotidiano Libération, seguendo alcuni tra i maggiori conflitti internazionali degli ultimi decenni.
Con i reportage sull’Irlanda del Nord e il processo a Klaus Barbie ha ottenuto il Prix Albert-Londres nel 1988. Guanda ha pubblicato i suoi romanzi: La quarta parete (Prix Goncourt des lycéens, Prix le Choix de l’Orient, Prix des Libraires du Québec, Premio Terzani), Il mio traditore, Chiederò perdono ai sogni (Grand Prix du Roman de l’Académie française), La professione del padre e La furia (Prix Eugène Dabit du roman populiste 2024). Il libro di Kells ha vinto il Prix Roman News 2025.

