Il mestiere di mia madre: due donne, due destini e una ferita che attraversa generazioni; il potente esordio di Costanza Ghezzi tra Sicilia rurale e Roma del dopoguerra
Sinossi
A Vittoria, in Sicilia, Lucetta c’è nata per malasorte, e finora la sua vita è stata funestata da una fila di uomini deludenti: un padre stralunato morto in battaglia, un patrigno violento, un marito ignorante. Così, quando la macchina di Gregorio Palermo si ferma davanti a casa, le viene naturale pensare che sia venuto il tempo di fare i bagagli. Bisogna fabbricarla da sé, la fortuna, e Gregorio può portarla a Roma, una città enorme e libera. Lascia tutto alle spalle, quindi, e parte senza un soldo.
Flaminia non sa cosa sia l’amore. Non c’è spazio per un sentimento simile all’istituto di suore. Certo, una volta al mese sua madre, Lucetta, fa capolino. È indipendente, bellissima, e la porta a mangiare la migliore carbonara di Trastevere.
Poi l’abbandona di nuovo all’istituto, rincorsa da un uomo sempre diverso. Le suore bisbigliano cattiverie, dicono che quella donna vende il suo corpo, che andrà all’inferno. Flaminia non sa nemmeno cosa sia l’odio, perché tutto sommato è sempre stata una ragazza mite, pensierosa, e non ha mai capito quali sentimenti dedicare a una madre intermittente, splendida e terribile.
Una madre e una figlia. Una storia di donne, di emancipazione e lotta contro le ingiustizie del mondo.
Un’avventura che si apre nella Sicilia rurale e arriva nel cuore della città aperta, subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Costanza Ghezzi, scrittrice che rivela una voce incantevole, trascina per mano il lettore strattonandolo, costringendolo a tenere il ritmo delle corse di Lucetta e Flaminia, due protagoniste che brillano di una luce che abbaglia.
Recensione
«La consapevolezza che non sia la madre che meritavo non mi impedisce di salire le scale, di suonare il campanello, di scorticarle il volto alla ricerca di un segno che me la faccia amare e perdonare»
Durante la lettura de Il mestiere di mia madre, esordio della scrittrice Costanza Ghezzi, mi è tornato in mente un antico motivo degli anni ’20, Balocchi e profumi. Quando la sentii la prima volta mi chiesi come potesse una madre essere così egoista. La canzone va contestualizzata nel periodo storico in cui fu composta dove si imponeva l’immagine di madre perfetta e regina del focolaio, ma la domanda rimane: possono esistere persone fredde e distaccate? Sì, esistono!
Sono le persone che non danno amore, che hanno una visione contorta dei sentimenti e della vita, narcisistiche.
E Lucetta è una di queste persone.
Lucetta è un pugno allo stomaco che rischia di farti rivoltare le budella. Non riesci a odiarla perché la penna della Ghezzi ti conduce a restarne affascinata dalla bellezza e da quell’aria ingenua, dei suoi profumi e quelle parrucche che la fanno apparire sempre perfetta e indefinibile.
La vedi con gli occhi della figlia, Flaminia, che desidera solo il suo amore.
Lucetta è bella e disincantata e potrebbe aspirare al meglio ma è come se le mancasse qualcosa, come se il bisogno di sbranare il benessere non le lasciasse il tempo di riflettere del suo futuro. Lucetta rappresenta la velocità del boom economico! E riflette la condizione di quelle persone che spendono tutto pensando che il giorno dopo troveranno il modo per avere altro denaro, ma è un circolo vizioso e nel frattempo la bellezza sfiorisce, la giovinezza va via e ti ritrovi povera. E ti ritrovi a mendicare, a odiare tutto, a succhiare il sangue delle persone che ti stanno accanto.
Tutto inizia durante il secondo conflitto in un angolo poverissimo della Sicilia, i campi di Vittoria, dove Lucetta nasce e cresce.
Orfana di padre, cresce con una madre che tenta immediatamente di colmare quel vuoto scegliendo un nuovo compagno. Fin dalle prime pagine, Lucetta appare come una ragazzina indurita, incapace di trovare un vero luogo in cui sentirsi al sicuro: la famiglia le pesa, le sue dinamiche la soffocano, e l’ombra del patrigno la spinge a fuggire. È la più bella di Vittoria, e forse proprio per questo finisce per scegliere il primo che le tende una mano, pur sapendo, nel profondo, che non sarà la salvezza che cerca. Neppure quella relazione le offre pace.
Lucetta ha fame di aria, di spazio, di possibilità. E così, con due bambini ancora piccolissimi, segue l’unico invito che le sembra somigliare alla libertà: «scappiamo». E senza voltarsi indietro, approda a Roma, portando con sé solo il peso della sua storia e il desiderio ostinato di una vita diversa.
«Nella stanza silenziosa, faccio compagnia alla bambina che non sono con il televisore ultimo modello che Lucetta ha comprato da poco, l’ha messo sopra il mobile della sala: nero e lucido, fa molto chic dice lei. La sua assenza rende tutto normale, facile addirittura»
Flaminia, dei tanti figli che avrà Lucetta, è quella che le assomiglia fisicamente e non sa chi sia il padre.
Flaminia cerca suo padre in ogni uomo che attraversa la casa della madre, in quei rari giorni in cui lei e il fratellastro possono starle accanto. Ma Lucetta i figli li affida ai collegi senza esitazioni: è convinta che, così come lei è sopravvissuta a tutto, anche loro sapranno cavarsela.
Così Flaminia cresce in due mondi inconciliabili. Da una parte, la disciplina silenziosa delle suore, la purezza dei rituali quotidiani, l’innocenza protetta. Dall’altra, le ore fugaci con una madre splendida e distante, che la porta nei ristoranti eleganti o nella casa che chiama “ufficio”, dove Flaminia e Vincenzo vengono chiusi in bagno mentre la donna “lavora”.
Due vite parallele, due identità che non riescono a toccarsi.
«Non riesco a cogliere alcuna differenza tra violenza maschile e femminile: io l’ho ricevuta da entrambi i generi con uguale prepotenza, il dolore è stato identico»
Crescendo la ragazza capirà che l’unica soluzione è trovare un lavoro, trovare l’indipendenza per allontanarsi da quella donna che non sa amare, che pensa che i figli le devono tutto, che arraffa i soldi dei ragazzi perché ha bisogno sempre di denaro. E poi sempre quella domanda: dove si troverà mio padre? Chi è? Perché non me lo dice?
Lucetta ha le radici, le aveva lì a Vittoria, ma le ha sradicate e annullate per una vita migliore che alla fine non è riuscita ad avere. Flaminia le radici le cerca disperatamente. Ma scoprirà che può crearne di nuove.
Una voce forte e mai stucchevole, Costanza Ghezzi tesse una trama fatta di eventi personali mentre il mondo attorno muta. L’attrito generazionale tra le due protagoniste, una spregiudicata l’altra sentimentale, vengono descritte con eleganza e realismo. I personaggi si muovono e crescono mentre l’Italia cambia in una Roma bella, vivace ma piena di contraddizioni.
TITOLO: Il mestiere di mia madre
AUTRICE: Costanza Ghezzi
EDITORE: PIEMME
GENERE: narrativa italiana
AUTRICE

Costanza Ghezzi: Vive nella Maremma grossetana. Collabora con due case editrici indipendenti in qualità di editor.
Ha pubblicato racconti per riviste letterarie e ha partecipato ad alcune raccolte. Il mestiere di mia madre è il suo romanzo d’esordio.

