Entra il fantasma - ilRecensore.it
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Entra il fantasma di Isabella Hammad

Entra il fantasma: quando l’arte diventa voce politica nella Palestina contemporanea

Dopo anni di lontananza dalla terra della sua famiglia, con un divorzio alle spalle e una relazione tossica in corso, delusa dalle prospettive di carriera che le offrono il teatro e la televisione in Inghilterra, Sonia Nasir vola a Haifa per far visita alla sorella maggiore Haneen. Nate entrambe a Londra da genitori palestinesi, Haneen si è costruita una vita in Israele insegnando all’Università di Tel Aviv, mentre Sonia è sempre rimasta nella capitale inglese per concentrarsi sul suo lavoro di attrice.


Appena arrivata, Sonia conosce Mariam, una carismatica regista locale, e – sia pur malvolentieri – si unisce alla sua compagnia, che interpreterà l’Amleto in Cisgiordania. Ben presto, la donna si ritrova a provare le battute di Gertrude e Ofelia con un collettivo pressoché amatoriale, tutto al maschile, ma anche a riflettere sulla difficoltà e l’importanza di portare Shakespeare “al di là del muro”, sperimentando sulla propria pelle le conseguenze dell’occupazione israeliana.

Le estati della sua infanzia a Haifa, passate in spiaggia a leggere e a mangiare frutta troppo matura, sono un ricordo sbiadito. Ma tra le macerie, attraverso l’impegno condiviso per combattere la barbarie, Sonia scopre l’opportunità di trovare una nuova sé nella casa ancestrale dei propri avi.


Un romanzo toccante, lucido e tragicamente attuale, che indaga sulla forza dei legami, dell’identità e dell’arte, restituendo un ritratto inedito della vita quotidiana in Palestina.

Pluripremiato dalla critica internazionale, osannato dal mondo letterario, Entra il fantasma ha lanciato Isabella Hammad come la nuova stella della narrativa britannica, capace di dar voce alla resistenza palestinese con uno stile originale e contemporaneo.

Per capire chi siamo diventati, talvolta è necessario guardarsi alle spalle: se per caso dovessimo scorgere un fantasma che si avvicina e tende le dita, potrebbe essere il caso di accoglierlo e trovargli uno spazio. Questo leitmotiv, evidente già dalla copertina, che richiama sì l’Amleto ma anche altri fantasmi, torna come un’eco lungo tutto il romanzo – Entra il fantasma – intrecciandosi alla trama e guidando il lettore attraverso le sue ombre più dense.  

La promessa contenuta nel titolo non è dunque disattesa: quella di Isabella Hammad è un’opera ricca di fantasmi, che tornano dal passato della protagonista non per tormentarla ma per mostrarle la via

Il primo spettro che bisbiglia tra le pagine, capace di proiettare immediatamente un legame con la storia di ogni lettore o quasi, è il rapporto con la famiglia di origine.

Sonia, in un periodo di ristagno relazionale e lavorativo, torna in Palestina e si trova immediatamente a confrontarsi con la sorella Haneen, che vive ad Haifa, la città del ritorno, da anni, e che è stata capace di costruirsi una vita e una carriera accademica nella necessaria ombra dell’autorità israeliana. Il contrasto è subito evidente: se da una parte, decidendo di vivere a Londra, Sonia ha preso le distanze dalla storia familiare, dall’altra Haneen ha deciso di abbracciare il trauma collettivo del ’48 e la propria identità palestinese.

Le due donne si troveranno una di fronte all’altra, cercando di ricostruire un rapporto degno di questo nome dopo anni di silenzi, incomprensioni e tensioni sotterranee, e, grazie alla capacità di mutuo riconoscimento, saranno nuovamente sorelle, forse come mai prima.

Diversi altri spiriti bussano dal passato della protagonista, innanzitutto le sue relazioni amorose, lavorative e amoroso – lavorative.

Con un matrimonio finito alle spalle, il cui odioso epilogo scopriremo solo nelle ultime pagine, Sonia si getta in relazioni con uomini non disponibili, capaci solo di prosciugare il suo paesaggio interiore. Per contrasto, proprio durante la costruzione dello spettacolo, sarà capace di conoscere altri, il cast, in modo autentico, intessendo rapporti complessi e ricchi di sfumature, in un gioco di specchi tra attori e personaggi del dramma shakespeariano. Prima tra tutti, Mariam, la regista di questo anomalo Amleto “al di là del muro”, sarà capace di segnare lo svolgersi degli eventi, dando il via alla vera e propria trama, a seguito di un’impegnativa parte introduttiva.

Al centro dell’opera, tre eroine tragiche, insomma, fortemente tridimensionali e, per quanto certamente amate dalla propria autrice, mai affettate nella definizione dei loro sé: a ogni slancio di nobilità d’animo corrisponde un’eguale bassezza, a ogni atto di coraggio una pari vigliaccheria.

Un equilibrio capace di levitare abilmente sulla complessità del racconto, tanto da far talvolta desiderare un eccesso capace di segnare l’epicità del personaggio, come in un’autentica tragedia. 

Sullo sfondo della vicenda umana, e inevitabilmente altrettanto protagonista, la storia della Palestina, per definizione segnata da numerosi fantasmi, passati e presenti.

A partire dai racconti della nonna di Sonia, capace di restituire una misura tangibile della tragedia di un popolo, molto più delle notizie asettiche con cui veniamo quotidianamente bombardati, che intenzionalmente mirano a disumanizzare un’intera identità nazionale:

«la mia impressione riguardo a questo modo di informare, decesso dopo decesso, era che sostanzialmente si tendesse al travisamento, e questo mi spingeva a chiedermi se le storie di pochi non fossero sempre più efficaci della storia dei più, e se non fosse questo il motivo per cui la storia della Nakba che raccontava Teta riguardava una donna in abito verde, e non le migliaia di profughi, le migliaia di morti»

A un lettore attento e conoscitore delle basi della letteratura italiana, non potrà che venire a mente la storia di Elsa Morante, messa a contrasto con la Storia: l’una, composta dalle vite degli ultimi e dal loro bagaglio di infinite sofferenze, messa a contrasto con l’altra, destinata alle pagine dei libri di scuola e scritta da chi le guerre le ha vinte, senza averle veramente vissute. 

Questo romanzo non è tuttavia una banale riproposizione del tema “la violenza non è mai una risposta” e il buonista “tutte le guerre sono sbagliate” suona quanto mai fuori luogo: sullo sfondo su cui si muovono le nostre ragazze, c’è un Paese occupato con la violenza e la prevaricazione militare da una potenza alloctona. Non si perde occasione per descrivere i checkpoint popolati da soldati arroganti (e spesso confusi dalla variegata identità nazionale delle sorelle Nasir), le incursioni senza apparentemente senza senso nell’ambito del civile consesso, gli attacchi violenti nei confronti delle pubbliche manifestazioni.

Ci sono muri, a dividere la terra dei “nostri” da quella dei “loro”, e ci sono porte, che si aprono o che si chiudono ermeticamente, in base a chi quelle porte decide di attraversarle. Ci sono normalità, interrotte da fumogeni, mitra puntati, torrette di avvistamento, 

Ecco dunque il più inquietante dei fantasmi di questo libro infestato: si tratta, in chiave dickensiana, di un “fantasma dei conflitti futuri”. Da ogni situazione descritta, da ogni scontro reale o potenziale, si percepisce la tensione destinata a sfociare nel dramma ancora in corso, nonostante il cessate il fuoco imposto dall’esterno. 

Come una sinistra anticipazione, apprendiamo del trauma infantile della protagonista, segnata dall’aver conosciuto quello che diventerà un martire dell’occupazione sionista. 

Allo stesso modo, viene da pensare: quanto indietro dobbiamo risalire per osservare il trauma che ci permette di assistere impotenti a tutto questo, con la complicità dei nostri governi democratici e occidentali? Qualcosa deve essersi irrimediabilmente rotto dentro di noi per dimenticare il ruolo della legislazione internazionale, svilita a semplice bon ton, nel momento in cui a violarla è uno Stato con cui intratteniamo relazioni commerciali. O forse il vizio è all’origine, dal momento che i presunti strumenti di protezione dei diritti umani sono stati prodotti dall’Occidente, che ha ben evitato ad esempio di assoggettarvi i crimini del colonialismo o di considerare alternative valide al paradigma dello Stato-Nazione (impedendo così che possano essere definiti e difesi i diritti dei popoli nativi di un certo territorio, più o meno recentemente ricaduto sotto una diversa identità nazionale).

Come si legge nel lucido scambio mail tra Hammad e Sally Rooney, pubblicato in una versione per la stampa da The Guardian, è certo una triste coincidenza che il 1948, l’anno della Nakba per il popolo palestinese e della fondazione dello stato di Israele, segni la pubblicazione della Dichiarazione dei Diritti Umani. Mentre 750mila palestinesi erano costretti profughi dalle terre che avevano fino a quel momento abitato da sempre, l’Europa discuteva di presunti astratti diritti universali. 

Talvolta, nel cuore della notte, un fantasma grida disperato: potrebbe convenire ascoltarlo, quell’urlo. Potrebbe non essere un fantasma. Potrebbe essere la nostra coscienza che si risveglia da un lungo sonno. 

Titolo: Entra il fantasma

Autore: Isabella Hammad

Editore: Marsilio

Genere: Narrativa contemporanea, storia, Palestina

Isabella Hammad - autrice di Entra il fantasma - ilRecensore.it

Isabella Hammad  è una scrittrice di origini palestinesi nata a Londra.

Tra le penne migliori della sua generazione per la prestigiosa rivista Granta e per il National Book Award, con Entra il fantasma – in corso di traduzione in oltre quindici paesi, libro dell’anno per il Times, il Sunday Times, il New York Times, il Washington Post e Vulture – ha vinto l’Aspen Words Literary Prize e il premio The Bridge, ed è stata finalista al Women’s Prize for Fiction. I suoi testi sono stati pubblicati, tra gli altri, dal New York Times e dalla Paris Review.

Autore

  • Samira

    Samira nasce e cresce nella provincia fiorentina, fin da giovanissima vorace ma esigente lettrice, si interessa di numerosi generi e argomenti. In ambito lavorativo, si occupa di riabilitazione del linguaggio nell'età evolutiva e condivide con i bambini che frequentano il suo ambulatorio letture per i più piccoli. Ha conseguito un master in Linguistica Clinica, come coronamento di una formazione sia scientifica che umanistica. È impegnata nell'ambito sociale, in particolare nell'organizzazione di eventi culturali e nella gestione di spazi per la collettività.

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