Io sono Adele: un romanzo dove gli oggetti prendono il posto della trama.
SINOSSI
Adele Casagrande ha sessant’anni, un passato di cui non vuole parlare e un lavoro tutto nuovo. Si è trasferita da Milano in Provenza, a Villeneuve-lès-Avignon, come governante in una casa privata. Qui si trova da sola a ricucire i pezzi di una famiglia che non è la sua, ma anche a fare i conti con i motivi che l’hanno spinta a tagliare di netto con la vita precedente, mentre tutti vorrebbero sapere ciò che lei protegge con il silenzio.
Csaba dalla Zorza, con passo certo e delicato, rivela poco alla volta la parte privata della vita di una donna che, vista da fuori, sembra avere tutto. La separazione dei genitori, la volontà di costruirsi un’indipendenza economica, la maternità e la fatica di conciliare famiglia e lavoro, il dolore per un matrimonio finito e il peso di un segreto che non vuole svelare.
Cosa succede, quando capisci che l’unica cosa che ti manca ti è stata negata dal tuo stesso senso del dovere? Come si affronta la necessità di essere amata in quella fase della vita che tutti pensano coincida con il tramonto?
RECENSIONE
Quando il décor prende il posto della narrazione
C’è un leitmotif che attraversa Io sono Adele, sequel de La governante, dalla prima all’ultima pagina: l’idea che l’accumulo di dettagli – tovaglie stirate, fiori composti con grazia, apparecchiature impeccabili, ricette, porcellane – possa sostituire la costruzione di un romanzo. Ma la precisione descrittiva, da sola, non genera una storia.
Sotto la superficie levigata resta una trama esile, fatta più di situazioni che di approfondimenti. Il risultato è un racconto che spesso assomiglia a un catalogo di buone maniere, dove gli oggetti finiscono per occupare lo spazio che dovrebbe appartenere ai personaggi.
Adele arriva nella casa dei Colbert, in Provenza, come una governante quasi magica con poteri, oserei dire, taumaturgici. Il richiamo a Mary Poppins è inevitabile, ma manca proprio ciò che rendeva quel personaggio interessante (anche un po’ antipatico): l’ambiguità.
Adele non affronta i conflitti, li dissolve. La sua presenza ricompone una famiglia senza che il romanzo costruisca davvero il percorso di quella trasformazione. Il cambiamento avviene, ma non convince perché manca la tensione narrativa che dovrebbe sostenerlo.
L’autrice richiama persino il Teeteto di Platone, dove Socrate paragona il filosofo a una levatrice che aiuta gli altri a “partorire” la verità. L’immagine è stimolante, ma rimane un riferimento più dichiarato che sviluppato. Adele non accompagna gli altri a una scoperta di sé attraverso il dialogo; sembra piuttosto possedere già la soluzione dei loro problemi,
"…che il nostro obiettivo dovrebbe essere partorire la verità, una donna lo sa"
Entriamo poi nelle stanze dei ricordi, la piccola Adele e la separazione dei genitori. È qui che il libro sfiora un tema importante, il rapporto tra perdita affettiva e perdita di status sociale, in un vocabolario da lifestyle, dove la sofferenza viene misurata in base ai metri quadri a agli oggetti posseduti.
"Se hai due bagni e il televisore in camera sei ricca."
Adele non racconta tanto la fine della famiglia quanto la fine di una condizione economica.
Il dolore passa attraverso la casa che cambia, il bagno che scompare, gli spazi che si riducono. È un’intuizione narrativa interessante, perché i bambini traducono spesso i grandi traumi in dettagli concreti. Il problema è che il romanzo non va oltre questa intuizione. Manca una distanza tra lo sguardo della bambina e quello dell’adulta che ricorda. La perdita rimane ancorata agli oggetti e non si trasforma mai in una riflessione più profonda sui rapporti familiari. Anche i genitori restano figure marginali: la loro responsabilità nella frattura familiare rimane sullo sfondo, mai esplorata.
Le difficoltà aumentano quando la trama si dimentica di essere plausibile.
Monsieur Colbert, editore esperto e uomo abituato a valutare le persone, assume una governante che rifiuta di fornire referenze e pretende l’anonimato. Nessuno si pone domande. Nemmeno quando nella stanza di Adele vengono trovati gioielli. Un segreto che dovrebbe alimentare la tensione narrativa resta invece un semplice vuoto, custodito da personaggi che sembrano rinunciare alla curiosità.
Anche il rapporto tra Adele e la sorella si muove lungo uno schema scontato: da una parte la sorella bella, amata da tutti; dall’altra Adele, introversa, diligente, meno appariscente. È una contrapposizione nota e stancante; i personaggi finiscono per confermare il ruolo che è stato loro assegnato fin dall’inizio.
C’è anche un episodio (in)volontariamente comico: Adele sceglie l’anonimato, ma lo fa indossando un paio di scarpe Ferragamo che la moglie del sindaco del paese riconosce all’istante. È un dettaglio apparentemente marginale che racconta molto dell’universo simbolico del libro. Anche quando la logica della trama richiederebbe di dimenticare gli oggetti, il romanzo torna a farne il proprio centro.
L’anonimato diventa così un fatto estetico più che narrativo, si può sparire dal mondo, ma evidentemente non dal proprio armadio.
Lo stesso vale per il rapporto con il marito. Dopo vent’anni di tradimenti Adele continua a restare. Perché la situazione cambi non basta il logoramento di una relazione, servono fotografie compromettenti, la segretaria, il colpo di scena. È una soluzione che appartiene più al melodramma che al romanzo psicologico e che finisce per semplificare un conflitto che avrebbe meritato maggiore complessità.
Quando infine Adele ritrova sé stessa, il romanzo aggiunge anche un nuovo amore: un mercante d’arte residente a Monte Carlo. È una scelta coerente con l’immaginario costruito fin dall’inizio, fatto di eleganza, lusso e ambienti esclusivi. Ma proprio questa coerenza rivela il limite del libro: l’impressione che ogni svolta narrativa debba essere accompagnata da una cornice scintillante. L’Adele pensiero sembra non bastare mai da solo.
Se l’intenzione era raccontare la possibilità di reinventarsi dopo i cinquant’anni, il risultato rimane più che parziale. I temi della rinascita, dell’identità e dell’autonomia femminile sono presenti, ma raramente vengono sviluppati, restano affidati a semplici dichiarazioni di principio.
Lo stesso avviene quando il romanzo celebra il lavoro manuale femminile, il ricamo, il cucito, l’artigianato. Un trafiletto con un sincero apprezzamento ma che rimane un enunciato. Il lavoro artigianale, nella letteratura, diventa significativo quando entra nella vita dei personaggi e ne modifica il destino; qui resta soprattutto un elemento del discorso.
“Trovo che nel lavoro manuale ci sia una sorta di beatitudine dimenticata da molti, soprattutto da noi donne. Nei secoli le mani femminili hanno saputo creare oggetti di impareggiabile bellezza”
Il lavoro artigianale non si limita a “creare oggetti”, a volte produce capolavori, che coprono tanta ingiustizia. (su questo tema, Le Ricamatrici di E. Rizzo).
I problemi di Adele, quindi, si risolvono cambiando casa, non cambiando prospettiva. Le tavole restano impeccabili, le mise en place perfette, gli interni descritti con la stessa cura con cui altri romanzi costruiscono i conflitti. Ma una bella casa non sostituisce una buona struttura narrativa. In realtà Adele non avrebbe bisogno di “ritrovare sé stessa”, avrebbe bisogno di ritrovare lucidità.
Molte scrittrici hanno raccontato la complessità femminile senza affidarsi all’eleganza degli oggetti. Natalia Ginzburg (Lessico famigliare) costruisce un intero universo attraverso il linguaggio quotidiano; Elena Ferrante fa nascere i propri personaggi dalla realtà di un rione popolare; Annie Ernaux (Una donna), più volte citata, raggiunge un’intensità straordinaria con una scrittura volutamente spoglia; Grazia Deledda raccontava passioni e destini senza bisogno di trasformare gli ambienti in protagonisti.
Quando la storia è solida, il dettaglio la arricchisce. Quando la storia manca, il dettaglio rischia di diventare un sostituto.
Quando una scrittrice possiede una voce pubblica così riconoscibile, il rischio è che quella voce finisca per sovrapporsi alla costruzione romanzesca. Ma la narrativa richiede altro: personaggi autonomi, conflitti credibili e una struttura capace di sostenere il racconto. Qui, invece, resta soprattutto la cornice. E, alla fine della lettura, è proprio quella a essere ricordata più della storia.
Raccontare per emozionare e ricordare è un territorio dove le “scarpe di pelle”, la sera, si possono portare eccome. Anzi, a volte sono l’unica cosa che si può indossare.
TITOLO: IO SONO ADELE
AUTORE: CSABA DALLA ZORZA
EDITORE: MARSILIO
GENERE: narrativa italiana
Autrice

Csaba dalla Zorza è l’autrice italiana che ha fatto della buona tavola e delle buone maniere uno stile che oggi è fonte di ispirazione per moltissime persone.
Amata dal suo pubblico, che la segue quotidianamente sia in televisione che sulle piattaforme digitali, è considerata una vera autorità nell’ambito del savoir vivre contemporaneo.
Nella sua carriera ha pubblicato 23 libri di cucina e lifestyle, da molti dei quali sono state tratte serie TV omonime per Food Network. Dal 2018 conduce il programma cult Cortesie per gli Ospiti su Real Time e dal 2025 è direttore della testata foster magazine. “La governante” è il suo primo romanzo.


