SINOSSI

Premio Strega 2009. È notte, l’orfanotrofio è immerso nel sonno. Tutte le ragazze dormono, tranne una. Si chiama Cecilia, ha sedici anni. Di giorno suona il violino in chiesa, dietro la fitta grata che impedisce ai fedeli di vedere il volto delle giovani musiciste. Di notte si sente perduta nel buio fondale della solitudine più assoluta. Ogni notte Cecilia si alza di nascosto e raggiunge il suo posto segreto: scrive alla persona più intima e più lontana, la madre che l’ha abbandonata.
La musica per lei è un’abitudine come tante, un opaco ripetersi di note. Dall’alto del poggiolo sospeso in cui si trova relegata a suonare, pensa “Io non sono affatto sicura che la musica si innalzi, che si elevi. Io credo che la musica cada. Noi la versiamo sulle teste di chi viene ad ascoltarci”. Così passa la vita all’Ospedale della Pietà di Venezia, dove le giovani orfane scoprono le sconfinate possibilità dell’arte eppure vivono rinchiuse, strette entro i limiti del decoro e della rigida suddivisione dei ruoli.
Ma un giorno le cose cominciano a cambiare, prima impercettibilmente, poi con forza sempre più incontenibile, quando arriva un nuovo compositore e insegnante di violino. È un giovane sacerdote, ha il naso grosso e i capelli colore del rame. Si chiama Antonio Vivaldi. Grazie al rapporto conflittuale con la sua musica, Cecilia troverà una sua strada nella vita, compiendo un gesto inaspettato di autonomia e insubordinazione.
RECENSIONE
Sono solo una lettrice, e una profana, ma chiuso l’ultimo capitolo sento il bisogno di dire grazie a questo libro.
Prima di essere musica Stabat Mater è una preghiera medievale che immagina Maria accanto alla croce, immersa nel dolore.
Molti compositori l’hanno messa in musica e Vivaldi è tra questi: la sua versione dà il titolo al romanzo di Scarpa e spiazza chi conosce solo le Quattro stagioni. Nulla di brillante, ma un canto malinconico e intimo, lontano da ogni leggerezza.
Ancor prima di aprire il libro, però, conviene premere play. Le note di questa preghiera in musica, o per chi preferisce quelle delle Quattro stagioni, possono accompagnare la lettura e restituire il clima sospeso tra dolore e bellezza che attraversa il romanzo.
Stabat Mater non nasce dentro l’Ospedale della Pietà di Venezia, dove Vivaldi insegnava musica a bambine orfane come Cecilia, la voce narrante, ma è colonna portante il suo significato. Qui la musica non è un semplice elemento di sfondo: è un modo per dare forma a ciò che le parole non riescono a dire. Per questo, leggere senza ascoltare significa perdere qualcosa dell’esperienza del libro.
Allora la musica apre la strada, poi Cecilia racconta tutto il resto.
Cecilia non è soltanto un’orfana del Pio Ospedale della Pietà. È una ragazza che cerca l’origine di un abbandono che non riesce a spiegarsi. È qui che la sua storia smette di appartenere soltanto al Settecento veneziano.
Stabat significa stare. Restare. Qui si capovolge la prospettiva: qui è la figlia che sta, che aspetta, che cerca un segno da una madre invisibile e mai conosciuta.
Lo Stabat Mater diventa così una preghiera rovesciata, nella quale la figlia prende il posto della madre ai piedi di una croce che nessuno le ha mostrato.
Maria sa di avere davanti agli occhi un figlio che sta morendo, Cecilia, invece, non sa nemmeno quale sia la verità sulla propria madre. Potrebbe essere viva, morta o semplicemente altrove. È questa incertezza a rendere il suo dolore così particolare: non c’è un lutto compiuto ma c’è una domanda che continua a tornare.
Ed è forse questa la parte del romanzo in cui è più facile riconoscersi. Non occorre essere stati abbandonati per conoscere la sensazione di avere un pezzo mancante nella propria storia, qualcosa che nessuno può restituire e che, proprio per questo, continuiamo a cercare.
C’è un’immagine che accompagna Cecilia lungo questo percorso: la ragazza dai capelli di serpente, una piccola Medusa dell’anima, capace di pietrificare con lo sguardo ciò che sembra certo. La morte, nel romanzo, non appare soltanto come una minaccia, è suadente, comprensiva, avvolgente. Diventa anche una promessa: quella di poter finalmente smettere di chiedere, di trovare nella fine una risposta all’enigma dell’esistenza.
Ma la risposta non arriva.
Arriva la musica.
Cecilia non viene salvata da una verità rivelata e nemmeno dalla soluzione del mistero che la tormenta. La musica le offre piuttosto un luogo nel quale poter stare anche senza sapere. Vivaldi, attraverso il suo insegnamento e la sua musica, apre una possibilità: quella di trasformare ciò che manca in qualcosa che può ancora essere creato.
È questa, forse, la parte più bella del romanzo. Il dolore non scompare e la mancanza non viene colmata. Semplicemente, accanto ad essa comincia a esistere altro.
La musica diventa così una forma di resistenza. Stabat.
Si chiude il libro con addosso una strana quiete. Stabat Mater non si legge soltanto: a un certo punto si ascolta. Le parole sembrano farsi più leggere e lasciare spazio a un suono fatto anche di addio.
Ascoltare lo Stabat Mater dentro le pagine è un po’ come stare sulla soglia di una porta che si chiude lentamente. Nel commiato di Cecilia c’è un allontanarsi morbido, come se il dolore, quando viene ascoltato fino in fondo, potesse perdere almeno una parte della sua durezza.
E poi c’è la rinascita, che non coincide con un lieto fine. Il dolore non scompare, ma accanto ad esso nasce qualcosa di nuovo: la possibilità di continuare a vivere, senza essere più soli con la propria mancanza.
Cecilia non trova sua madre. Non ottiene la risposta che cercava. Trova, forse, qualcosa di più difficile: un modo per continuare a vivere anche senza quella risposta.
Se Vivaldi avesse scritto uno Stabat Filia il finale non sarebbe stato un Amen definitivo.
Forse è proprio qui che il titolo trova il suo significato più profondo: non nella soluzione dell’assenza, ma nella capacità di rimanerci dentro senza lasciarsi consumare.
Stabat Mater è un libro che non spiega, apre. E ognuno, davanti a quella porta, può trovarsi ad ascoltare una domanda diversa.
Quanto della nostra voce nasce davvero da noi? E quanto invece è il risultato di chi ci ha insegnato, per caso o per necessità, a usarla?
Vivaldi non è sempre presente, ma quando entra nella vita di Cecilia diventa fondamentale. Non serve essere sempre presenti nella vita di qualcuno, non serve nemmeno essere buoni in modo assoluto: a volte basta essere lo strumento attraverso cui passa una possibilità.
Credo sia questo il bello dell’ascolto da profani come me. Non dobbiamo giustificare ogni preferenza con l’analisi tecnica. Possiamo semplicemente dire: questo mi tocca, quello no.
Le Stagioni, che preferisco, restano per me un punto fermo, una musica che appartiene alla memoria collettiva. Ma dopo questo libro, forse, ascoltarle significa anche ricordare che dietro certi suoni che ci sembrano familiari può esserci una storia che non conosciamo.
E forse è proprio questo che resta di Cecilia: non una risposta, ma una voce.
Una voce che continua a suonare anche quando la domanda non ha ancora trovato risposta.
Nota all’autore
Lo Stabat Mater di Vivaldi non fu scritto per le figlie del coro della Pietà: fu commissionato per la chiesa di Santa Maria della Pace a Brescia. Tiziano Scarpa, profondo conoscitore del musicista, lo prende a prestito, se così si può dire, e lo porta altrove. Nel suo romanzo quella musica diventa un varco verso riflessioni insieme personali e universali, che passano attraverso il suono e attraverso Cecilia. Nulla è casuale: i fatti e le persone evocati sono riferimenti voluti, e il romanzo si regge proprio su questo scarto tra la storia e la sua reinvenzione.
TITOLO: STABAT MATER
AUTORE: TIZIANO SCARPA
CASA EDITRICE: EINAUDI
GENERE: UNIVERSALE- STORICO
AUTORE
Scrittore, poeta e drammaturgo, Tiziano Scarpa con il suo romanzo Stabat Mater ha vinto il Premio Strega 2009 e il Premio SuperMondello 2009.
I suoi libri sono tradotti in numerose lingue, tra cui il cinese, l’arabo, il giapponese, l’ebraico, il russo, oltre a molte lingue europee.
Ha condotto trasmissioni dal vivo; ha partecipato a numerose trasmissioni televisive.
Tra le sue pubblicazioni:
Occhi sulla Graticola (Einaudi 1996 e 2005), Amore® (Einaudi 1998), Venezia è un pesce (Feltrinelli 2000), Cos’è questo fracasso? (Einaudi 2000), Nelle galassie oggi come oggi (con Raul Montanari e Aldo Nove, Einaudi 2001), Cosa voglio da te (Einaudi 2003)
Kamikaze d’Occidente (Rizzoli 2003), Corpo (Einaudi 2004), Groppi d’amore nella scuraglia (Einaudi 2005), Batticuore fuorilegge (Fanucci 2006), Amami (con Massimo Giacon, Mondadori 2007), Comuni mortali (Effigie 2007), L’inseguitore (Feltrinelli 2008), Discorso di una guida turistica di fronte al tramonto (Amos 2008), Le cose fondamentali (Einaudi 2010 e 2012)
La vita, non il mondo (Laterza 2010), Il brevetto del geco (Einaudi, 2016), Il cipiglio del gufo (Einaudi 2018), Le nuvole e i soldi (Einaudi 2018), La penultima magia (Einaudi 2020), La verità e la biro (Einaudi 2023).
Tra i radiodrammi: (Pop corn, Prix Italia 1997, con Neri Marcorè; La visita, con Franco Branciaroli, 2006; La musica nascosta, musiche di Michele Tadini, con Claudio Bisio, Prix Italia 2008) e testi teatrali (Madrigale, 1991; Corriamo a casa, 2000; Nel laboratorio di Lady Frankenstein, 2002; Comuni mortali, 2005; Gli straccioni, 2005; Il professor Manganelli e l’ingegner Gadda, 2005; La custode, 2006; L’ultima casa, 2007; L’inseguitore, 2008).
Ha scritto i testi del libretto per l’opera lirica Fuori dai denti di Stefano Bassanese (1999).
Negli anni Ottanta ha sceneggiato alcuni fumetti per Frigidaire.
Ha collaborato con vari quotidiani e riviste.
Fra le sue principali letture sceniche: Pop corn ; Covers; Groppi d’amore nella scuraglia; I versi delle bestie; Stabat Mater.
È salito sul palco come performer verbale da solo o con vari musicisti, fra cui: Banda Osiris; Enrico Rava; Massimo Giacon; Stefano Bollani; Giovanni Cospito; Massimo Donà; Francesco Bearzatti; Gianluigi Trovesi e Gianni Coscia.
Nel 2013 ha tradotto La caduta di Diogo Mainardi (Einaudi) e ha pubblicato per Einaudi, nella nuova collana digitale dei Quanti, Lo show dei tuoi sogni (disponibile anche nella versione con musica di Davide Arneodo e Luca Bergia dei Marlene Kuntz). Nel 2014 ha pubblicato con Massimo Giacon la Graphic Novel Il mondo così com’è.

