La quarta parete: il teatro come ultimo atto di pace in mezzo alla guerra.
Sinossi
«Nata in Grecia, immaginata tra le mani del Reich o interpretata nella Parigi occupata, Antigone era di tutti i tempi. Della nostra attualità.»
Ma ora Sam è troppo malato e chiede all’amico Georges di portare avanti il suo progetto. Con un passato da attivista nel movimento del Sessantotto parigino e di scontri anche violenti con gli studenti di estrema destra, Georges da tempo ha abbandonato la politica per dedicarsi al teatro. Adesso ha una famiglia, una figlia piccola, ma non può tirarsi indietro.
Così, nel Febbraio del 1982 parte per il Libano, dove tocca a lui mettere in scena l’Antigone. Per farlo si dovrà negoziare una tregua di due ore. La rappresentazione dovrà avvenire sulla linea di confine, le macerie faranno da scenografia. Gli attori sono scelti da ciascuna delle fazioni nemiche: Antigone sarà palestinese, Emone un druso, Creonte un cristiano maronita, le guardie sciite. Tutti insieme sul palcoscenico: perché se la guerra è una pazzia, anche la pace deve esserlo.
Georges si trova a muoversi impreparato tra cecchini, posti di blocco, edifici crivellati di colpi; per la prima volta sente i rumori della guerra. Ma non rinuncia al sogno di Sam, che è diventato anche il suo. Finché, dopo essere stato testimone della violenza e della sofferenza, con il massacro perpetrato nei campi profughi di Sabra e Shatila anche lui avrà la sua parte nella tragedia.
Recensione
Nel gergo teatrale la “quarta parete” è quella barriera invisibile che separa gli attori dal pubblico, un confine fragile che a volte si abbatte con una battuta rivolta direttamente alla sala.
Sorj Chalandon sceglie questa immagine come titolo e metafora di La quarta parete, un romanzo intenso e doloroso, che porta il lettore nel cuore del Libano degli anni Ottanta, dilaniato da una guerra civile tanto complessa quanto feroce.
Il protagonista, Georges, aspirante professore di Storia ed ex militante del ’68, viene incaricato dall’amico e regista Sam Akounis – ormai malato terminale – di realizzare un sogno apparentemente impossibile: mettere in scena l’Antigone di Anouilh a Beirut, coinvolgendo attori appartenenti a fazioni nemiche.
Un’idea che nasce come utopia di pace, ma che si rivela ben presto un cimento tragico e disperato.
“Questa volta non si trattava di recitare tre repliche di teatro in un centro giovanile, ma di ergersi contro una guerra. Era sublime. Era impensabile, impossibile, grottesco. Andare in un Paese di morte con un naso da clown, riunire dieci persone senza sapere chi fosse chi. Prendere un soldato da ogni fronte e giocare alla pace. Far salire quell’armata in scena. Dirigerla come guidandola in un ballo. Domandare a Creonte, attore cristiano, di condannare a morte Antigone, attrice palestinese. Proporre a uno sciita di essere il paggio di un maronita. Tutto ciò non aveva alcun senso. Le ho detto che aveva ragione. Le sue osservazioni erano giuste. La guerra era una pazzia? Sam diceva che la pace doveva esserla altrettanto.
Bisognava appunto proporre l’inconcepibile. Mettere in scena Antigone su una linea di fuoco significava cogliere di sorpresa la battaglia. Sarebbe stato così bello che i fucili si sarebbero abbassati”.
L’obiettivo è abbattere la “quarta parete” tra la scena e la realtà, tra nemici che si odiano e il messaggio universale del teatro, reclutando gli attori tra le opposte fazioni nel tentativo di creare un dialogo di pace che, tuttavia, sembra un’utopia irrealizzabile.
“Lo zucchetto di suo padre doveva mescolarsi alla kefiah, al turbante, al fez, alla croce e alla mezzaluna”.
Lo stile dell’autore è asciutto, quasi chirurgico. Ogni frase sembra scattata come una fotografia sul campo: priva di orpelli, ma capace di imprimersi nella memoria.
È una prosa che non concede tregua, perché racconta la guerra senza filtri né compiacimenti, lasciando emergere il dolore, la morte e la disperazione. In questo modo Chalandon riesce a fondere il rigore del reporter con l’intensità dello scrittore, consegnandoci pagine che hanno la forza della testimonianza e la densità della tragedia.
I personaggi che popolano la scena non sono semplici comparse: cristiani, sciiti, palestinesi, maroniti, ognuno di loro porta sulla pelle la propria storia e la propria ferita, ognuno è l’incarnazione di una frattura interiore, di un conflitto identitario e morale.
Georges, illuso di poter restare “regista” e osservatore, finisce per essere travolto dagli eventi e perdere la distanza emotiva.
“Io sono il Coro […] Sono il narratore. Presento i personaggi, racconto, anticipo. Sono insieme il messaggero della morte e la voce della ragione. […] Sono l’unico a rompere la quarta parete. L’unico ad accettare la finzione del mio ruolo. L’unico a spezzare l’illusione”.
È proprio facendogli pronunciare queste parole che l’autore fa compiere la metamorfosi del suo personaggio principale, colui che da semplice testimone diventa parte integrante della tragedia che voleva solo rappresentare; egli accetta l’annullarsi della distanza, la dissoluzione del confine tra scena e realtà, poiché essere il coro significa abbracciare la totalità e scoprire che la guerra non si può solo raccontare, ma si vive in prima persona e se ne portano dentro le macerie.
L’evoluzione del personaggio è un viaggio psicologico che parte dalla distanza e arriva all’immedesimazione, dalla razionalità all’emozione.
Sam, invece è la scintilla, il motore di tutto, la mente utopica che accende la storia; vive la malattia come un conto alla rovescia, ma non si rassegna all’inutilità perché affidare a Georges il compito di mettere in scena l’Antigone è il suo modo di sfidare la morte e dare, al contempo, alla sua vita un ultimo senso.
La sua sembra essere una psicologia della trascendenza, poiché non accetta la realtà per com’è, ma la vuole riformulare attraverso il teatro, covando un bisogno disperato di credere ancora nella parola, di affidare all’arte il ruolo di ricamatrice delle lacerazioni della Storia.
Nella figura dell’attrice palestinese che interpreta Antigone, invece, Chalandon fa confluire il dolore di un popolo e la dignità di chi non ha voce; Antigone incarna la resistenza silenziosa che possiede una forza che nasce dalla perdita ed ogni sua parola suona come un atto di sfida, ma anche come una preghiera.
La sua tensione etica è altissima, perché sembra gridare giustizia, ma teme che proprio la giustizia invocata possa coincidere con la vendetta e, in questo senso, è forse la figura più pura e più tragica del romanzo che, per difendere la vita, deve passare attraverso la morte.
Ognuno dei personaggi, nel loro insieme, compone dunque una tragedia corale, in cui le psicologie individuali si intrecciano come voci di un’unica coscienza, quella di un’umanità sospesa tra la volontà di vivere e la tentazione di arrendersi.
In questo incontro tra arte e vita, tra mito e cronaca, Chalandon costruisce un romanzo che interroga senza offrire risposte.
Ciò che rimane dopo la lettura de La quarta parete non è sollievo ma inquietudine, vieppiù alla luce del contesto storico attuale.
La quarta parete lascia nel lettore un retrogusto amaro, fatto di domande aperte e consapevolezze scomode; la guerra non è solo un fatto esterno, ma penetra nella coscienza di chi la attraversa, trasformando gli individui e abbattendo le loro difese interiori.
Con la sua prosa essenziale e con immagini di grande potenza, Chalandon ci regala un libro necessario, capace di turbare e di smuovere; una lettura che inquieta, scuote e ferisce e, proprio per questo, resta impressa a lungo.
TITOLO: La quarta parete
AUTORE: Sorj Chalandon
TRADUZIONE: Silvia Turato
EDITORE: Guanda
GENERE: narrativa contemporanea, guerra
Autore
Sorj Chalandon è scrittore e redattore del settimanale francese Le Canard enchaîné. Dal 1974 al 2007 ha lavorato come reporter per il quotidiano Libération, seguendo alcuni tra i maggiori conflitti internazionali degli ultimi decenni.
Con i reportage sull’Irlanda del Nord e il processo a Klaus Barbie ha ottenuto il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi ricordiamo: Chiederò perdono ai sogni (Grand Prix du Roman de l’Académie française), La professione del padre, Una gioia feroce.
Guanda ha pubblicato il suo ultimo romanzo, La furia (Prix Eugène Dabit du roman populiste 2024), La quarta parete (Prix Goncourt des lycéens, Prix le Choix del’Orient, Prix des Libraires du Québec, Premio Terzani) e Il mio traditore.



